Muffin Salati Integrali con Zucchine e Rosmarino ðŸ´

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Ben ritrovati EcoPunkers,

oggi altra ricetta veloce, primaverli ed adatta alle scampagnate per questo week-end.

Prepareremo dei Muffin Salati con Zucchine e Rosmarino, vegan, infatti non utilizzeremo ne burro ne uova, il che li rende anche più leggeri ed adatti a chi ha intolleranze 😉

Io ho utilizzato le zucchine recuperate a fine mercato e che avevano bisogno di essere smaltite il prima possibile ma largo spazio alla fantasia, sarebbero buonissimi anche con asparagi, peperoni, pomodori secchi, provate.

 

Ingredienti :

  • 150g farina integrale
  • 100g farina 00
  • 40/50ml latte vegetale
  • 40ml olio d’oliva
  • lievito per dolci non vanigliato
  • 1/2 cuchiaino di curcuma
  • 1 zucchina grande
  • 1 rametto di rosmarino
  • sale & pepe qb

Procedimento:

Il primo passo è quello di preparare le zucchine, le laviamo e tagliamo con il lato grosso della grattugia, quando saranno pronte, mettiamo un filo d’olio in padella e aggiungiamo le zucchine, sale, pepe e il rosmarino, lasciamo soffriggere con coperchio  a fiamma media per 6/7min, dovranno dorarsi ed insaporirsi ma non dovranno essere del tutto cotte.

Ora passiamo all’impasto: versare la farina insieme all’olio d’oliva, il latte vegetale, il sale,la curcuma e anche il lievito amalgamando gli ingredienti, con una frusta o una forchetta, fino a ottenere un composto omogeneo e liscio e successivamente aggiungere le zucchine precedente cotte e tiepide, se il composto dovesse risultare troppo solido aggiungete un po’ di latte. A questo punto siamo pronti per riempire i nostri pirottini, io preferisco usare quelli di silicone, pratici da usare e riusare all’infinito. Cottura 180 gradi per 20/30 min, dovranno risultare ben dorati; ricordate di controllare la cottura interna con il vecchio trucchetto dello stuzzicadenti/spaghetto, se infilandolo nel muffin ne uscirà ben pulito e asciutto, i vostri muffin saranno pronti.

Vi suggerisco di accompagnarli con una buona insalata di pomodorini 🙂

Ed eccoli pronti per essere mangiati, Buon Appetito!

 

Sprechi alimentari: le comunità solidali e locali come soluzione ad un problema globale

Secondo la FAO, 800 milioni di persone nel mondo soffrono la fame e contemporaneamente sprechiamo 1,3 miliardi di tonnellate di cibo all’anno, una quantità sufficiente a sfamarne almeno il doppio; in particolare frutta e ortaggi vengono buttati di più rispetto ad altri alimenti perché facilmente deperibili e vulnerabili ai cambiamenti di temperatura durante tutta la filiera dal campo alla tavola. In un pianeta dalle risorse limitate e che nel 2050 conterà 9 miliardi di persone, un simile spreco è un’indecenza. Ma dove finisce tutto il cibo buttato via?

LA FILIERA GLOBALE DELLO SPRECO

Nei paesi in via di sviluppo gran parte dei prodotti si perde dopo il raccolto per la mancanza di strutture adeguate per la conservazione e il trasporto; nei paesi sviluppati, invece, il cibo si spreca nel commercio al dettaglio, quando i commercianti ordinano, servono o espongono troppi prodotti e la gente acquista più di quello che serve realmente, dimenticando gli avanzi nel frigorifero o buttando via cibi deperibili prima della data di scadenza. Lo spreco alimentare oltre a non essere etico, è anche insostenibile dal punto di vista ambientale: produrre cibo che nessuno mangia implica lo sperpero di acqua, fertilizzanti, pesticidi, semi, carburante e terreni.

Si deve ridefinire il concetto di bellezza, non di gusto” afferma Ron Clark, uno dei fondatori di Imperfect, una startup californiana che acquista i prodotti non esteticamente belli dai coltivatori e li rivende a basso costo agli utenti interessati. Il problema alla base è proprio questo: spesso frutta e verdura vengono lasciate nei campi perché non hanno le giuste dimensioni per essere raccolte meccanicamente e a mano non le raccoglie nessuno perché non aderiscono agli standard di bellezza e qualità, quindi sono fuori mercato. I supermercati e i piccoli commercianti ortofrutticoli sono liberi di fissare i propri standard di acquisto ma negli ultimi decenni allestiscono i reparti di frutta e verdura come se fossero negozi di prodotti di bellezza perché le persone acquistano solo i prodotti più belli, spesso a scapito della stessa qualità. Avete mai provato a mangiare una mela bella e perfetta coltivata in serra del supermercato e una meno bella di un piccolo produttore agricolo locale? Assaggiate e poi mi fate sapere se pensate anche voi di non aver mai mangiato una vera mela prima…

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COSA SI PUO’ FARE

Entro il 2050 ci saranno 9 miliardi di persone da sfamare e una delle soluzioni invocate è l’aumento della produzione alimentare globale di una percentuale che va dal 70 al 100% causando un ulteriore inquinamento planetario derivato dall’agricoltura e l’allevamento intensivi. Se riuscissimo a ridurre gli sprechi, cambiare la nostra dieta mangiando meno carne e latticini (per i quali sono necessarie grandi quantità di cereali e altre risorse a fronte di un ridotto apporto calorico), destinare alcuni raccolti alla produzione di biocombustibili, si potrebbe nutrire in modo più sano più di 9 miliardi di persone senza distruggere altre foreste, praterie, zone paludose.

Questo i governi lo sanno bene, tanto che molti si stanno dotando di leggi antispreco fra cui anche quella italiana passata alla Camera con l’obiettivo di ridurre gli sprechi, incentivare la donazione di tutte le eccedenze, promuovere il riciclo. Ma le leggi non bastano, occorre un cambiamento di mentalità partendo dalla consapevolezza dell’insostenibilità di questo sistema alimentare così strutturato per passare a piccole azioni quotidiane che, sommate insieme, possono far davvero la differenza e lanciare un segnale forte di cambiamento.

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Questo è l’intento di Foodsharing: come ridurre gli sprechi creando solidarietà, il primo evento che si terrà a Barletta (BT) il 17 aprile organizzato da Assoimprese in cui interverranno come relatori i ragazzi di Avanzi Popolo e la sottoscritta in qualità di attivista e promotrice che, dopo le varie esperienze dirette di foodsharing in giro per l’Italia e alcune città d’Europa, vuole raccontarle ai suoi concittadini invitandoli a fare qualcosa nel concreto riguardo questa buona pratica. L’obiettivo dell’evento è quello di creare una comunità solidale che coinvolga aziende, associazioni e cittadini, in modo da recuperare il cibo che viene buttato via ma ancora in ottimo stato o prossimo alla scadenza per ridistribuirlo e condividerlo fra chi ne ha bisogno o chi è semplicemente contro lo spreco.

Ecopunker della Bat (Barletta-Andria-Trani), chi viene a sostenerci? E dopo le chiacchiere, si fa aperitivo con cibo rigorosamente recuperato e condiviso!

A Copenaghen il primo supermercato che vende cibo scaduto

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Chiudiamo la settimana con un buona notizia che viene dal nord Europa e che merita sicuramente un post su l’EcoPunk. Dopo la legge in Francia che vieta ai supermercati di buttare cibo invenduto, in Danimarca apre il primo supermercato che vende cibo scaduto.

Il supermercato sito a Copenaghen e chiamato Wefood venderà i prodotti con un prezzo che va dal 30 al 50 per cento in meno rispetto ai supermercati normali. Bjerre dalla Ong Folkekirkens Nødhjælp, ha dichiarato: “WeFood è il primo supermercato del suo genere in Danimarca e forse il mondo in quanto non è solo rivolto a clienti a basso reddito, ma chi è preoccupato per la quantità di rifiuti alimentari prodotti in questo paese”.

Wefood ha preso accordi con Føtex (una delle più grandi catene di supermercati in Danimarca) per il pane e altri prodotti ma anche con un importatore di agrumi, una macelleria e un produttore di frutta organica e barrette di noci. I volontari, inoltre, raccolgono i prodotti dai fornitori.

Negli ultimi cinque anni, la Danimarca ha ridotto del 25 per cento la produzione di rifiuti alimentari e Wefood vuole contribuire, in questo senso, a ridurre le 700.000 tonnellate di rifiuti alimentari che la Danimarca produce ogni anno. Il ministro danese per l’alimentazione e l’Ambiente, Eva Kjer Hansen ha dichiarato:Un supermercato come WeFood è un passo importante nella battaglia per combattere gli sprechi alimentari“.

Se a qualcuno capita di passarci, che ci faccia sapere.

 

Fonte: www.independent.co.uk

Marmellata di Kiwi e Whisky (veg, integrale)

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Oggi 1Marmellata 3usi:
da mettere su delle tartine salate semplici con su del rosmarino o per chi segue una dieta vegetariana sul formaggio (da bava alla bocca, assicurato!!) o il versione dolce per una crostata integrale più “esotica” magari abbinata ad una crema pasticciera Veg 🙂

Tutte idee molto pratiche ma di bella presentazione e golose per le feste di natale.

E cominciamo con la ricetta home-made con zucchero integrale frutta di stagione che tra un po’ non troveremo più sui banchi al mercato (e per questo abbiamo un buon motivo in più per conservarli in vasetto) con una nota più estrosa data dal Whisky

INGREDIENTI:
-1kg di kiwi
-1 tazzina di Whisky
-300gr di zucchero integrale di canna
-1/2 limone

PROCEDIMENTO:
Tagliamo i kiwi a pezzetti e cospargiamoli con il succo del mezzo limone.
Prendiamo una pentola e facciamo sciogliere lo zucchero con la tazzina di whisky per circa 1 min, a questo punto aggiungiamo i kiwi e mescolando facciamo sciogliere definitivamente lo zucchero, abbassiamo la fiamma (a fiamma bassa) cuociamo per circa 35/40 min finché i kiwi non saranno diventati crema, in questo periodo se notate che non c’è sufficiente liquido per la cottura aggiungete un po’ di acqua e terminate la cottura della marmellata quando avrà una consistenza tale da far fatica a scendere dal cucchiaio.

Pronti con i vasetti sterilizzati, ancora con la marmellata calda, invasiamo e chiudiamo bene i barattoli.

Se questo procedimento lo farete con la marmellata bollente e i barattoli ben sterilizzati non avrete neanche bisogno di bollirli successivamente!
Ma basterà coprirli e lasciarli riposare a testa in giù per 1 ora, così si creerà il sottovuoto.

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Pronti e via!
Ci vedremo dopo le feste per qualche idea detox come la tradizione post festività vuole.

Buon Natale critico e
Buone Auto Produzioni

Cannelloni di Farro Integrale con ripieno di Hemp-tofu e Spinaci

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Si lo so….non siete ancora pronti…. Ma l’EcoPunk è già all’opera per darvi qualche idea per le varie “Reunion ” che affronterete nelle prossime feste.

Oggi prepareremo un piatto non molto elaborato,potrebbe sembrare, pensando ad i classici cannelloni, ma questi pur essendo gustosi e sazianti presentano ingredienti poco lavorati e semplici come farina, spinaci e pomodoro.

Qualche informazione sul’ Hemp-tofu e via con la ricetta.

Chiamato Hemp-Tofu, Hemp-Fu o Tofu di Canapa altro non è se non il frutto della cagliata del latte ricavato dai semi di canapa. Facile da produrre in casa. Ha tutti i vantaggi di un latte vegetale e non vaccino ed in più i benefici della Canapa, ricca di proteine, acidi grassi e una discreta quota di fibre. È ideale nella dieta vegana e perché no anche per gli intolleranti al lattosio. Ha un sapore che ricorda il sesamo e la nocciola.

Questa settimana i nostri ascolta sono andati a riscoprire i suoni caldi e avvolgenti di Johnny Cash con I walk the line , e come sempre troverete il link infondo alla pagina per ascoltarlo.

Ingredienti:
– 150gr di farina di farro integrale
– 100gr semola di grano duro
– 1 cuc di olio evo
– 1cuc di curcuma
– Acqua q.b

Per il ripieno:
-1 panetto di Hemp-tofu (in alternativa tofu di soia)
– 500 gr di Spinaci saltati con olio e aglio

  • Salsa di pomodoro per condire (meglio se sugo di semplice pomodoro e spezie…magari avanzato!)

Iniziamo con IMPASTO!!
Sulla spianatoia disporre le due farine setacciate, unite il cucchiaino di curcuma e l’olio. A questo punto (si lo so, ormai sapete farlo un po’ tutti 😉) è ora di aggiungere pian piano l’acqua impastando ed incorporando la farina (saranno all’incirca 100 ml di acqua). Ottenuto un panetto liscio ed omogeneo non dovrete far altro che coprirlo con un panno umido e lasciarlo riposare 1 oretta. Passato il tempo di riposo stenderemo l’impasto in una sfoglia abbastanza sottile, circa mezzo centimetro e ricaveremo da questa sfoglia dei quadrati di pasta che dopo ci occuperemo di farcire.

A parte prepariamo il RIPIENO:

Basterà mettere un filo d’olio è uno spicchio di aglio intero in una padella, far riscaldare ed unire gli spinaci sciacquati e sgocciolati, mettere il coperchio e senza aggiungere acqua far appassire 2 min. Una volta pronti trasferiteli nel vostro robot da cucina insieme al tofu e frullare ma lasciandolo grumoso. Regolare di sale e pepe. Far riposare un ora.

PREPARAZIONE:

Mettere il ripieno in ogni quadrato di pasta precedentemente ricavato, disponendo il ripieno su 1/3 e arrotolate formando i cannelloni.

A parte prenderemo una pirofila e disporremo prima un po’ di salsa di pomodoro (meglio se fatta andare sul fornello con un po’ di cipolla ed aromi) poi i nostri cannelloni.

Completato lo strato copriremo il tutto con altra salsa di pomodoro e una spolverata di pan grattato per far formare la crosticina, un giro di pepe e dritti nel forno per 20 min a 180 gradi.

A dimenticavo!! Buon appetito 😉

Quando il Foodsharing diventa strumento di battaglie nonviolente: la storia di Food Not Bombs

È un periodo fervido e iperstimolante. Tantissimi progetti e collaborazioni che, attraverso uno sforzo comune, stiamo cercando di far diventare realtà. Fra questo marasma di idee, di creatività volta a cercare soluzioni, l’incontro e lo scambio con bellissime persone, oggi torno qui a scrivere su un tema che ho molto a cuore, il Foodsharing.

Vi avevo già parlato della mia esperienza in merito in giro per Milano, Torino e Berlino, esperienza che sarà raccontata venerdì 25 ottobre a Ruvo di Puglia (BA) a “Rendi liberi i tuoi sogni”, un evento sulla cittadinanza attiva, al quale avrò il piacere di partecipare come green blogger e attivista di Foodsharing. Si parlerà di sprechi alimentari, di recupero cibo e redistribuzione, reti e comunità create dalla lotta agli sprechi e alla povertà con l’obiettivo di costruire un’economia alimentare più equa, giusta e attenta all’ambiente, perché utilizzando una frase di Food not Bombs, il “cibo è un diritto, non un privilegio”.

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Da un paio di anni in Italia e in Europa, abbiamo assistito ad un notevole aumento della sensibilità verso gli sprechi e in particolare quelli alimentari, ma volevo condividere con gli ecopunkers la splendida scoperta di Food Not Bombs: un’organizzazione mondiale che da 35 anni ridistribuisce autonomamente e gratuitamente alimenti che altrimenti andrebbero buttati, in spazi pubblici come piazze e strade a chiunque, senza nessun genere di distinzione. Non esiste un leader o un quartier generale in questa organizzazione, ma ci sono un centinaio di gruppi autonomi nel mondo che condividono gratuitamente cibo vegano e vegetariano fra le persone povere, protestando così contro la guerra e la povertà. Per più di 30 anni quindi, attraverso la redistribuzione del cibo, il movimento ha supportato azioni per fermare la globalizzazione, le guerre, lo sfruttamento e la distruzione del pianeta e di tutti gli esseri viventi, compresi gli animali.

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Il primo gruppo di FNB è nato nel 1980 a Cambridge, Massachussetts, da un gruppo di attivisti antinucleare e da allora si sono creati altri gruppi nel mondo a sostegno di battaglie per l’ambiente, diritti dei lavoratori, catastrofi ambientali come l’uragano Katrina o lo Tsunami in Indonesia o ancora in caso di attentati internazionali come quello dell’11 settembre al World Trade Center. Costruire la pace e sostenere le organizzazioni che lavorano per un positivo cambiamento sociale e resistono al all’austerità dettata dai signori della globalizzazione; sempre attraverso il cibo, sempre in strada per e con le persone.

Riassumendo, i 3 principi fondamentali di Food Not Bombs sono:

  1. Servire sempre pasti vegani o vegetariani e gratuiti a tutti senza distinzioni. Cucinando cibo di natura vegetale, si fa fronte al deterioramento del cibo e quindi meno spreco; inoltre attraverso questo tipo di cibo, si persevera nella cultura della nonviolenza compresi gli animali.
  2. Ogni gruppo è indipendente e autonomo e prende decisioni usando il processo del consenso. Questo tipo di principio è anarchico in quanto non ci sono leader e non ci sono voti di maggioranza, ma le decisioni vengono prese fino a quando tutti i partecipanti sono d’accordo e sono contenti di dare il loro consenso (è molto interessante anche leggere sul loro sito come viene spiegato questo tipo di processo consensuale, applicabile a qualsiasi altro tipo di organizzazione e/o progetto).
  3. FNB non è un’associazione di carità e si dedica al cambiamento sociale attraverso la cultura della nonviolenza. L’organizzazione non provvede solo a sfamare i poveri per le strade o durante le proteste civili, ma partecipa pianificando e implementando campagne nonviolente attraverso l’azione diretta durante sit-ins, marce, scioperi e include l’arte, la musica, spettacoli per bambini e tante altre strategie creative.

Questo video spiega in maniera molto semplice la mission di Food Not Bombs:

Sul loro sito inoltre, c’è proprio una guida con i 7 steps per avviare un’organizzazione Food Not Bombs nella vostra città, per cui se interessati, vi consiglio di approfondire. Dovete avere solo un po’ di pazienza nel tradurre dall’inglese.

E pensare che ho conosciuto FNB per caso in Trentino. Me ne ha parlato la proprietaria di un ristorante vegano dopo avermi donato una teglia di moussaka ancora calda che ho condiviso con una famiglia di quattro persone conosciuta il giorno prima… quasi inutile raccontarvi quanto la condivisione del cibo recuperato ha rotto il ghiaccio fra me e la famiglia.

In qualità di green blogger, attivista di foodsharing e viaggiatrice moneyless, parlerò di questo e altro durante l’incontro “Rendi liberi i tuoi sogni” proprio perché viaggiando ho conosciuto e mangiato con tantissime persone e sono felicissima di condividere questa mia esperienza e di approfittare per lanciare una call aperta a tutti per creare un progetto sul Foodsharing nella mia terra d’origine.

Il Foodsharing crea comunità solidali: l'esperienza di Milano, Torino e Berlino alla ricerca degli scarti alimentari

È da un bel po’ che non scrivo, anzi penso che questo sia proprio il periodo più lungo trascorso senza scrivere da quando l’Eco Punk è nato. A tutto c’è un motivo. Il primo è sicuramente il giro fra Milano e Torino per i laboratori, (fra cui anche quello a Fà la Cosa Giusta, la più grande fiera italiana del consumo e delle buone pratiche), dove ho avuto modo di confrontarmi con diverse realtà e diverse persone, ottenendo sempre un gran bel riscontro personale e professionale; ma sono una che non si accontenta mai per cui, fra un laboratorio e l’altro, sono stata in giro per mercati a Milano, Torino e Berlino con un unico obiettivo: scoprire dove si accumulano gli scarti alimentari e conoscere come vengono gestiti, raccogliendo più informazioni possibili e cercando di vivere appieno tutte le persone e le situazioni che incontravo.

Chi segue l’Eco Punk, conosce già la sensibilità verso certe tematiche, ma per la prima volta ho approfondito sporcandomi le mani non nel produrre, ma nel recuperare. Ho iniziato per curiosità dal mercato di Porta Palazzo a Torino, facendo un giro fra i banchi ortofrutticoli in chiusura e recuperando tutto quel che si poteva. Sono rimasta impressionata dalla roba ancora in buono stato che viene buttata via: broccoli, cavolfiori bianchi e romani, banane in quantità industriali (con quelle banane così mature ho provato anche a fare un buonissimo gelato veg, con ottimi risultati), arance, mele, cipolle e le carte alimentari per confezionare i cosmetici. Era tutto ancora buonissimo anche se non esteticamente bellissimo e vi assicuro che ho cucinato e mangiato tutto quello che ho preso, aiutata da un amico.

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Cibo recuperato dal mercato di Porta Palazzo a Torino

Qualche giorno dopo mi sono recata all’evento Refood – cibo in ricreazione – sempre a Torino, un evento in cui parlare di e mangiare cibo recuperato, in compagnia di realtà italiane e d’oltremanica che al riuso dell’avanzo alimentare dedicano il loro tempo e il loro lavoro. Qui ho avuto modo di conoscere e ascoltare Marco Regoli di Foodsharing Torino che spiegava come il cibo recuperato e redistribuito crea comunità e relazioni fra produttori, consumatori e volontari all’interno di un’ottica condivisa: ridurre lo spreco alimentare e da questo creare, attraverso la cucina e la creatività, del cibo nuovo, bello, pulito e gustoso. E così è stato, infatti c’erano broccoli stufati, zuppa di bulgur, insalata con semi di lino, gelatina di pere e centrifugato; tutto ampiamente gustato e apprezzato.

Il team di Refood (foto di Marta Carrera)

Il viaggio è proseguito verso Berlino, precisamente a Berlino Est nel quartiere di Friedrichshain, lungo le rive della Sprea, proprio dove si trova il tratto più lungo del Muro di Berlino, uno dei cuori pulsanti della Berlino punk e alternativa con i suoi colori, i suoi graffiti, le sue persone che la popolano e la rendono così culturalmente stimolante. Mi sono recata al mercato di quartiere per provare a recuperare del cibo, notando subito però che, rispetto a quelli italiani, il mercato era molto più pulito e ordinato, non c’era roba lasciata per terra. Continuando a camminare per le bancarelle alla ricerca di un inesistente cibo buttato via, ho incontrato alcuni ragazzi della rete Foodsharing.de che avevano già recuperato del cibo (fra cui mele, pere, pane biologico, uva, banane, insalata che i venditori avevano già donato loro) e che lo stavano distribuendo a chi lo volesse, offrendolo anche a me e invitandomi il giorno successivo al brunch gratis al Vetomat, un’associazione culturale che ogni domenica recupera il cibo da tre ristoranti della zona e lo distribuisce a chiunque abbia voglia di mangiare cibo avanzato ancora in ottime condizioni. C’era davvero di tutto al Vetomat: insalate di verdure condite in tutte le maniere, spezzatino, pesce, formaggi, salse, dolci e pane biologico a volontà, ma quello che mi ha stupita più di tutto sono state le persone. C’erano bambini, genitori, anziani, frikettoni, punkettoni, vagabondi, gente comune, tutti insieme senza barriere sociali uniti intorno al cibo recuperato, avendo la massima accortezza sia nel consumare che nel lavare il proprio piatto nelle grandi bacinelle comuni messe a disposizione dai ragazzi dell’associazione. Ognuno si autogestiva nel massimo rispetto dell’altro.

Foto da www.lesmads.de

Una parte del Vetomat (Foto da http://www.lesmads.de)

Dopo qualche giorno sono tornata a Milano e sono andata al mercato di zona 6 in via Segneri, scoprendo con piacere che anche nella vicina via Odazio, fra i palazzi popolari e grigi della periferia, c’è un gruppo di persone che ha dato vita al Comitato Abitanti Giambellino – Lorenteggio e che, fra le altre attività, recupera e dà nuova vita al cibo, organizzando la distribuzione di cibo gratuito fornito dai bancarellai del mercato il giovedì e un pranzo comunitario e multiculturale la domenica, invitando la gente ad uscire dalle loro case e partecipare alla vita di quartiere, semplicemente mangiando.

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Lo slogan del Comitato Abitanti Giambellino – Lorenteggio a Milano

Il cibo recuperato crea comunità. L’affermazione di Marco Regoli di Foodsharing Torino è stata il punto fermo della mia riflessione in questi giorni di nuove scoperte e ho avuto modo di trovarne il riscontro pratico, guardando e interagendo con le persone e mettendo loro e le relazioni di mutuo soccorso, scambio e solidarietà al primo posto, senza nessun tipo di pregiudizio. Ricordo bene i loro volti sorridenti, le loro braccia volenterose, le loro parole di inclusione, integrazione, accoglienza, in Italia come a Berlino.

Rifletto su ciò che sta a monte del consumo critico, cioè il non acquisto: un consumatore per essere davvero critico, deve vedere e toccare con mano prima quello che viene buttato via, cercare di consumarlo e poi magari decidere cosa acquistare. Sono sempre stata attenta a condurre uno stile di vita sobrio e a ridurre il più possibile gli sprechi, ma dopo questo giro fra i mercati nato per curiosità, vedo il mondo con altri occhi: quelli che non si indignano più davanti agli sprechi di questa società malata di sovrapproduzione, ma anzi vedono in essi il punto di partenza per ricostruire un nuovo tipo di società diversa da quella attuale, basata sulla conoscenza (quella reale!) e sulla solidarietà.

Adesso quando vedo una mela perfetta, penso sempre che ad ogni bel frutto, ne corrispondono almeno altri due buttati via; è davvero incredibile quanto ci hanno abituati a pensare che un bel frutto sia necessariamente migliore di uno meno bello, concedendoci il lusso di buttarlo via. C’è crisi? Io ho visto che c’è cibo gratis e abbondanza per tutti e mi auguro che il foodsharing si estenda a macchia d’olio.

Laboratorio di eco-cosmesi al Negozio Leggero di Milano

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E come vi avevo preannunciato, partiamo subito con le news: l’EcoPunk sosterrà il laboratorio di ecocosmesi al Negozio Leggero di Milano! Per chi ancora non lo conoscesse, il Negozio Leggero nasce dall’esperienza dell’Ente di ricerca Ecologos e dal lavoro di Rinova s.c. per proporre al mercato un nuovo modo di fare la spesa: senza imballaggi, quindi più leggera. All’interno del Negozio Leggero potete trovare pasta, legumi, farine, birre, detersivi, cosmetici, birre, tutto rigorosamente sfuso per ridurre il più possibile lo spreco e quindi l’impatto ambientale (per info negozioleggero.it).

In quest’ottica volta alla sostenibilità, il Negozio Leggero e l’EcoPunk si sono ritrovati per proporre il laboratorio di autoproduzione di cosmetici naturali utilizzando le materie prime fornite dal Negozio, ossia farine, sale, bicarbonato, acido citrico, argilla verde per fare in modo di facilitarne la riproduzione a casa.

Non vedo l’ora di autoprodurre!

Per tutti gli ecopunkers di Milano e dintorni, vi aspetto il 4 febbraio in via Anfossi, 13.

Crisi? In Italia aumenta il consumo etico e negli USA chiudono i centri commerciali

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Foto da Rapporto Consumi Coop 2014

In questi giorni ho letto di notizie interessanti riguardo bilanci di fine anno sui consumi. Notizie positive per gli ecopunkers, secondo quanto riportato dal Rapporto Coop “Consumi e distribuzione” redatto in collaborazione con Ref Ricerche e Nielsen sui consumi degli italiani e in un articolo della Repubblica sulle abitudini di acquisto negli USA.

Qual è lo stato degli acquisti e dei consumi? In Italia nel 2014 c’è stato un calo sensibile di acquisti di automobili, abbigliamento e calzature, meno uscite fuori casa per mangiare e meno take away a favore dell’uso della bici (superiore nel Nord Italia, soprattutto a Milano), dell’acquisto di libri e musica in formato digitale e soprattutto, questa la notizia per noi più interessante, del cibo etico e biologico. In particolare lo spostamento verso beni di prezzo inferiore, il ricorso alle promozioni, il nomadismo della spesa, la riduzione degli sprechi e l’utilizzo di internet per avere informazioni sui prodotti, implicano una difesa della qualità del cibo a tutela del potere di acquisto. “Le cicatrici della crisi quindi, sono diventate valori” in cui da rinuncia e necessità, si è passati ad una revisione totale degli stili di vita e di consumo il cui paradigma è l’equazione Mangiare bene = stare bene.

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Il dato significativo sta nell’aumento esponenziale dei vegetariani e vegani, arrivando al 7% della popolazione totale che non acquista e non consuma carne o pesce. Il 31% di loro afferma di non mangiare più carne per rispetto nei confronti degli animali, il 24% per ragioni salutistiche, il 9% per limitare i danni ambientali derivati dagli allevamenti intensivi. In aumento anche l’attenzione alla riduzione dei rifiuti e degli sprechi alimentari, anche se l’Italia con i suoi 150 kg di sprechi alimentari pro capite, è ancora lontana dalla strategia rifiuti zero e dai risultati degli altri paesi europei come Germania o Olanda. Le regioni prime per la riduzione degli sprechi sono la Campania, la Lombardia e la Sardegna.consumoetico

Un aumento insomma della sensibilità e del consumo etico. Il supermercato quindi, diventa finamente l’occasione per sostenere giuste cause, stando attenti durante l’acquisto alla reputazione dell’azienda e al ciclo produttivo del prodotto. Il vero made in Italy rimane sempre il cibo, con Emilia Romagna e Sicilia che trainano l’export di cibo di qualità soprattutto in Germania e USA.

E a proposito degli USA, il cibo italiano va alla grande ma questa non è una novità. La notizia che ha lasciato perplessi noi europei è che il centro commerciale, simbolo del consumismo e del modello di società americana, sta per estinguersi. Non è un sintomo di crisi economica, anzi l’America, felice eccezione mondiale, ha una crescita vigorosa, un mercato del lavoro che tira e consumi in ripresa; a svuotare i centri commerciali tradizionali sono le diseguaglianze. L’ipermercato tradizionale è un modello interclassista e trasversale, studiato appositamente per quell’ampia fascia che era la middle class oramai scomparsa a causa della polarizzazione della società americana: da una parte i lavoratori a salario minimo, dal potere d’acquisto immobile, che vanno a fare la spesa negli ipermercati discount Costco; dall’altra i ricchi che prediligono i grandi magazzini glamour, tipo Saks Fifth Avenue. Nell’ultima decade, una trentina di ipermercati hanno chiuso.

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Centro commerciale abbandonato. Foto da thoughtcatalog.com

Altri 60 potrebbero fare la stessa fine in tempi rapidi. Un fenomeno talmente destabilizzante nell’immaginario collettivo americano, che è nato un sito specializzato per censirli, si chiama prevedibilmente www.deadmalls.com. Il fenomeno dei centri commerciali “morti” sprigiona una sorta di fascino macabro: sembrano città fantasma, cattedrali nel deserto, costruzioni imponenti e spettrali.  E in effetti proprio di recente Hollywood ha deciso di ambientare alcune scene del film Gone Girl in uno di questi centri fantasma*.

In Italia quindi è aumentato il consumo etico, negli USA i centri commerciali chiudono. Che qualcosa stia cambiando? Se così fosse, benvenuta crisi…

Per leggere l’intero Rapporto Coop, leggi il Magazine

Per rinfrescare la memoria, sfoglia la Miniguida al consumo critico by l’EcoPunk!

*da Repubblica.it, Centro commerciale addio, negli Usa crolla il mito dei templi dello shopping

 

Eco Babbo Natale is coming: l'iniziativa di Ecofesta Puglia per ridurre gli sprechi durante le feste

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Ecopunkers come state? Mangiato troppo? Sprecando il meno possibile, spero… Proprio a tal proposito oggi vorrei parlarvi dell’irriverente iniziativa tutta pugliese di Ecofesta Puglia che, con un sarcastico video-tutorial, invita a festeggiare senza sprechi e all’insegna del consumo consapevole. Ecofesta Puglia, la certificazione volontaria che riduce l’impatto ambientale degli eventi, ha lanciato il primo corto della campagna Buonecofeste prima di Natale, per promuovere stili di vita sostenibili. Protagonista del corto è uno strano personaggio, un eco-babbo, che decide di realizzare un video-tutorial per istruire i suoi followers su come risolvere il problema degli sprechi e ridurre l’impatto ambientale, soprattutto in un periodo come quello natalizio, dove aumentano i consumi e in pochi fanno una buona ed efficace raccolta differenziata.

Non si possono sottovalutare, infatti, gli sprechi che avvengono nel periodo natalizio. Secondo i dati della campagna “Food we want” dell’Unione Europea nel 2013 dal 25 dicembre a fine anno, in Italia sono finite nella spazzatura 440mila tonnellate di cibo. Una cattiva abitudine che è pesata nelle tasche degli italiani circa 50 euro in meno a famiglia per un valore complessivo di 1,32 miliardi di euro. E se non dovesse bastare, come spesso accade in occasione delle feste, aumenta il consumo di stoviglie monouso che impiegano dai 100 ai 1000 anni per degradarsi.

Fatti beccare con le mani nel sacco è solo il primo di una lunga serie di video-clip che Ecofesta Puglia ha deciso di realizzare nel corso dei prossimi mesi, per far conoscere le proprie attività, per informare e per diffondere buone prassi.

Sono entusiasta di diffondere questa bellissima iniziativa tutta pugliese che ben si lega alla filosofia ecopunk, perché se siete stati distratti a Natale, potete sicuramente rimediare a Capodanno!

Ecco il video del corto sul canale youtube di Ecofesta Puglia: