Muffin Salati Integrali con Zucchine e Rosmarino ðŸ´

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Ben ritrovati EcoPunkers,

oggi altra ricetta veloce, primaverli ed adatta alle scampagnate per questo week-end.

Prepareremo dei Muffin Salati con Zucchine e Rosmarino, vegan, infatti non utilizzeremo ne burro ne uova, il che li rende anche più leggeri ed adatti a chi ha intolleranze 😉

Io ho utilizzato le zucchine recuperate a fine mercato e che avevano bisogno di essere smaltite il prima possibile ma largo spazio alla fantasia, sarebbero buonissimi anche con asparagi, peperoni, pomodori secchi, provate.

 

Ingredienti :

  • 150g farina integrale
  • 100g farina 00
  • 40/50ml latte vegetale
  • 40ml olio d’oliva
  • lievito per dolci non vanigliato
  • 1/2 cuchiaino di curcuma
  • 1 zucchina grande
  • 1 rametto di rosmarino
  • sale & pepe qb

Procedimento:

Il primo passo è quello di preparare le zucchine, le laviamo e tagliamo con il lato grosso della grattugia, quando saranno pronte, mettiamo un filo d’olio in padella e aggiungiamo le zucchine, sale, pepe e il rosmarino, lasciamo soffriggere con coperchio  a fiamma media per 6/7min, dovranno dorarsi ed insaporirsi ma non dovranno essere del tutto cotte.

Ora passiamo all’impasto: versare la farina insieme all’olio d’oliva, il latte vegetale, il sale,la curcuma e anche il lievito amalgamando gli ingredienti, con una frusta o una forchetta, fino a ottenere un composto omogeneo e liscio e successivamente aggiungere le zucchine precedente cotte e tiepide, se il composto dovesse risultare troppo solido aggiungete un po’ di latte. A questo punto siamo pronti per riempire i nostri pirottini, io preferisco usare quelli di silicone, pratici da usare e riusare all’infinito. Cottura 180 gradi per 20/30 min, dovranno risultare ben dorati; ricordate di controllare la cottura interna con il vecchio trucchetto dello stuzzicadenti/spaghetto, se infilandolo nel muffin ne uscirà ben pulito e asciutto, i vostri muffin saranno pronti.

Vi suggerisco di accompagnarli con una buona insalata di pomodorini 🙂

Ed eccoli pronti per essere mangiati, Buon Appetito!

 

Salame di Cioccolato con Semi di Canapa Vegan ðŸ´

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Dopo una breve assenza rieccomi qui a condividere con voi una mia nuova ricetta,

il Salame di Cioccolato con Semi di Canapa, vegan, cioccolatoso ed adatto per recuperare dei biscotti in avanzo e la cioccolata (mi raccomando fondente) recuperata dalle uova di pasqua o da smaltire prima dell’inizio della stagione calda.

Vi avevo già svelato, e pertanto non posso più nascondermi 🙂 , la mia fissazione con la Canapa, in particolare per i suoi semi.

In questo caso, l’aggiunta di semi di Canapa è stata dettata non soltanto dalla mia voglia di sperimentarla ma anche per una questione nutrizionale. Non è una ricetta light, ma le sue calorie e grassi sono tutti nobili, l’importante come sempre è non eccedere.

Una fetta di salame cruelty-free che grazie al cioccolato e alla canapa sarà il nostro antidepressivo preferito, antiossiadanti e proteine che ci aiuteranno in questo periodo di cambio stagione, che spesso può buttarci giù.

 

Ingredienti:

  • 100g Biscotti Vegan Integrali (potrete acquistarli o farli da voi con: 350 g di farina integrale, 70 g di zucchero grezzo di canna, 70 g di olio evo, un vasetto di yogurt di soia)
  • 140g di cioccolato fondente
  • 50g di mandorle tostate
  • 30ml circa di latte vegetale
  • 10ml di olio di semi di girasole
  • 10g di semi di canapa
  • 30g di zucchero

 

Preparazione:

– Per i Biscotti:  versare in una ciotola farina e zucchero, creare una fossetta nel centro e versare yogurt e l’olio, iniziare ad incorporare la farina e impastare fino a formare un panetto morbido che dovrà riposare 15min. sprendere l’impasto con uno spessore di 3mm circa e ritagliare i biscotti, nel nostro caso non servirà essere precisi perché dovranno essere spezzettati. Cuocere a 170 gradi per 15 min circa, fino a Doratura.

– Per il Salame di Cioccolato: Spezzettare il cioccolato in un pePreparazione:ntolino, aggiungete l’olio di semi, lo zucchero e portandolo su fuoco a fiamma media mescolate finché il cioccolato non si sarà sciolto e si sarà creata una crema che metteremo da parte, giusto il tempo di frullare grossolanamente le mandorle che uniremo insieme alla farina di semi di canapa al cioccolato precedentemente fuso.

A questo punto, sbricioliamo i biscotti e uniamo anch’essi al composto di cioccolato, aggiungiamo il latte e mescoliamo, il composto per ora risulterà ancora morbido ma non troppo (se dovesse risultare troppo morbido potrete aggiungere del cacao per addensare). Facciamo riposare in frigorifero per 10 min, in questo modo si addenserà e sarà più facile lavorarlo. Trasferiamo l’impasto su della carta da forno (la larghezza del foglio che userete dipenderà da quanto saranno grosse le vostre fette di salame) e arrotoliamo stringendo ben bene l’impasto, fino a dare la forma del salame. In foto per uno scopo decorativo io ho lasciato la carta forno, tagliata a misura, così da simulare la classica pellicina degli insaccati come il salame. far riposare altri 30min in frigo e Buon Appetito!

 

Il Foodsharing crea comunità solidali: l'esperienza di Milano, Torino e Berlino alla ricerca degli scarti alimentari

È da un bel po’ che non scrivo, anzi penso che questo sia proprio il periodo più lungo trascorso senza scrivere da quando l’Eco Punk è nato. A tutto c’è un motivo. Il primo è sicuramente il giro fra Milano e Torino per i laboratori, (fra cui anche quello a Fà la Cosa Giusta, la più grande fiera italiana del consumo e delle buone pratiche), dove ho avuto modo di confrontarmi con diverse realtà e diverse persone, ottenendo sempre un gran bel riscontro personale e professionale; ma sono una che non si accontenta mai per cui, fra un laboratorio e l’altro, sono stata in giro per mercati a Milano, Torino e Berlino con un unico obiettivo: scoprire dove si accumulano gli scarti alimentari e conoscere come vengono gestiti, raccogliendo più informazioni possibili e cercando di vivere appieno tutte le persone e le situazioni che incontravo.

Chi segue l’Eco Punk, conosce già la sensibilità verso certe tematiche, ma per la prima volta ho approfondito sporcandomi le mani non nel produrre, ma nel recuperare. Ho iniziato per curiosità dal mercato di Porta Palazzo a Torino, facendo un giro fra i banchi ortofrutticoli in chiusura e recuperando tutto quel che si poteva. Sono rimasta impressionata dalla roba ancora in buono stato che viene buttata via: broccoli, cavolfiori bianchi e romani, banane in quantità industriali (con quelle banane così mature ho provato anche a fare un buonissimo gelato veg, con ottimi risultati), arance, mele, cipolle e le carte alimentari per confezionare i cosmetici. Era tutto ancora buonissimo anche se non esteticamente bellissimo e vi assicuro che ho cucinato e mangiato tutto quello che ho preso, aiutata da un amico.

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Cibo recuperato dal mercato di Porta Palazzo a Torino

Qualche giorno dopo mi sono recata all’evento Refood – cibo in ricreazione – sempre a Torino, un evento in cui parlare di e mangiare cibo recuperato, in compagnia di realtà italiane e d’oltremanica che al riuso dell’avanzo alimentare dedicano il loro tempo e il loro lavoro. Qui ho avuto modo di conoscere e ascoltare Marco Regoli di Foodsharing Torino che spiegava come il cibo recuperato e redistribuito crea comunità e relazioni fra produttori, consumatori e volontari all’interno di un’ottica condivisa: ridurre lo spreco alimentare e da questo creare, attraverso la cucina e la creatività, del cibo nuovo, bello, pulito e gustoso. E così è stato, infatti c’erano broccoli stufati, zuppa di bulgur, insalata con semi di lino, gelatina di pere e centrifugato; tutto ampiamente gustato e apprezzato.

Il team di Refood (foto di Marta Carrera)

Il viaggio è proseguito verso Berlino, precisamente a Berlino Est nel quartiere di Friedrichshain, lungo le rive della Sprea, proprio dove si trova il tratto più lungo del Muro di Berlino, uno dei cuori pulsanti della Berlino punk e alternativa con i suoi colori, i suoi graffiti, le sue persone che la popolano e la rendono così culturalmente stimolante. Mi sono recata al mercato di quartiere per provare a recuperare del cibo, notando subito però che, rispetto a quelli italiani, il mercato era molto più pulito e ordinato, non c’era roba lasciata per terra. Continuando a camminare per le bancarelle alla ricerca di un inesistente cibo buttato via, ho incontrato alcuni ragazzi della rete Foodsharing.de che avevano già recuperato del cibo (fra cui mele, pere, pane biologico, uva, banane, insalata che i venditori avevano già donato loro) e che lo stavano distribuendo a chi lo volesse, offrendolo anche a me e invitandomi il giorno successivo al brunch gratis al Vetomat, un’associazione culturale che ogni domenica recupera il cibo da tre ristoranti della zona e lo distribuisce a chiunque abbia voglia di mangiare cibo avanzato ancora in ottime condizioni. C’era davvero di tutto al Vetomat: insalate di verdure condite in tutte le maniere, spezzatino, pesce, formaggi, salse, dolci e pane biologico a volontà, ma quello che mi ha stupita più di tutto sono state le persone. C’erano bambini, genitori, anziani, frikettoni, punkettoni, vagabondi, gente comune, tutti insieme senza barriere sociali uniti intorno al cibo recuperato, avendo la massima accortezza sia nel consumare che nel lavare il proprio piatto nelle grandi bacinelle comuni messe a disposizione dai ragazzi dell’associazione. Ognuno si autogestiva nel massimo rispetto dell’altro.

Foto da www.lesmads.de

Una parte del Vetomat (Foto da http://www.lesmads.de)

Dopo qualche giorno sono tornata a Milano e sono andata al mercato di zona 6 in via Segneri, scoprendo con piacere che anche nella vicina via Odazio, fra i palazzi popolari e grigi della periferia, c’è un gruppo di persone che ha dato vita al Comitato Abitanti Giambellino – Lorenteggio e che, fra le altre attività, recupera e dà nuova vita al cibo, organizzando la distribuzione di cibo gratuito fornito dai bancarellai del mercato il giovedì e un pranzo comunitario e multiculturale la domenica, invitando la gente ad uscire dalle loro case e partecipare alla vita di quartiere, semplicemente mangiando.

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Lo slogan del Comitato Abitanti Giambellino – Lorenteggio a Milano

Il cibo recuperato crea comunità. L’affermazione di Marco Regoli di Foodsharing Torino è stata il punto fermo della mia riflessione in questi giorni di nuove scoperte e ho avuto modo di trovarne il riscontro pratico, guardando e interagendo con le persone e mettendo loro e le relazioni di mutuo soccorso, scambio e solidarietà al primo posto, senza nessun tipo di pregiudizio. Ricordo bene i loro volti sorridenti, le loro braccia volenterose, le loro parole di inclusione, integrazione, accoglienza, in Italia come a Berlino.

Rifletto su ciò che sta a monte del consumo critico, cioè il non acquisto: un consumatore per essere davvero critico, deve vedere e toccare con mano prima quello che viene buttato via, cercare di consumarlo e poi magari decidere cosa acquistare. Sono sempre stata attenta a condurre uno stile di vita sobrio e a ridurre il più possibile gli sprechi, ma dopo questo giro fra i mercati nato per curiosità, vedo il mondo con altri occhi: quelli che non si indignano più davanti agli sprechi di questa società malata di sovrapproduzione, ma anzi vedono in essi il punto di partenza per ricostruire un nuovo tipo di società diversa da quella attuale, basata sulla conoscenza (quella reale!) e sulla solidarietà.

Adesso quando vedo una mela perfetta, penso sempre che ad ogni bel frutto, ne corrispondono almeno altri due buttati via; è davvero incredibile quanto ci hanno abituati a pensare che un bel frutto sia necessariamente migliore di uno meno bello, concedendoci il lusso di buttarlo via. C’è crisi? Io ho visto che c’è cibo gratis e abbondanza per tutti e mi auguro che il foodsharing si estenda a macchia d’olio.

Laboratorio di eco-cosmesi al Negozio Leggero di Milano

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E come vi avevo preannunciato, partiamo subito con le news: l’EcoPunk sosterrà il laboratorio di ecocosmesi al Negozio Leggero di Milano! Per chi ancora non lo conoscesse, il Negozio Leggero nasce dall’esperienza dell’Ente di ricerca Ecologos e dal lavoro di Rinova s.c. per proporre al mercato un nuovo modo di fare la spesa: senza imballaggi, quindi più leggera. All’interno del Negozio Leggero potete trovare pasta, legumi, farine, birre, detersivi, cosmetici, birre, tutto rigorosamente sfuso per ridurre il più possibile lo spreco e quindi l’impatto ambientale (per info negozioleggero.it).

In quest’ottica volta alla sostenibilità, il Negozio Leggero e l’EcoPunk si sono ritrovati per proporre il laboratorio di autoproduzione di cosmetici naturali utilizzando le materie prime fornite dal Negozio, ossia farine, sale, bicarbonato, acido citrico, argilla verde per fare in modo di facilitarne la riproduzione a casa.

Non vedo l’ora di autoprodurre!

Per tutti gli ecopunkers di Milano e dintorni, vi aspetto il 4 febbraio in via Anfossi, 13.

Crisi? In Italia aumenta il consumo etico e negli USA chiudono i centri commerciali

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Foto da Rapporto Consumi Coop 2014

In questi giorni ho letto di notizie interessanti riguardo bilanci di fine anno sui consumi. Notizie positive per gli ecopunkers, secondo quanto riportato dal Rapporto Coop “Consumi e distribuzione” redatto in collaborazione con Ref Ricerche e Nielsen sui consumi degli italiani e in un articolo della Repubblica sulle abitudini di acquisto negli USA.

Qual è lo stato degli acquisti e dei consumi? In Italia nel 2014 c’è stato un calo sensibile di acquisti di automobili, abbigliamento e calzature, meno uscite fuori casa per mangiare e meno take away a favore dell’uso della bici (superiore nel Nord Italia, soprattutto a Milano), dell’acquisto di libri e musica in formato digitale e soprattutto, questa la notizia per noi più interessante, del cibo etico e biologico. In particolare lo spostamento verso beni di prezzo inferiore, il ricorso alle promozioni, il nomadismo della spesa, la riduzione degli sprechi e l’utilizzo di internet per avere informazioni sui prodotti, implicano una difesa della qualità del cibo a tutela del potere di acquisto. “Le cicatrici della crisi quindi, sono diventate valori” in cui da rinuncia e necessità, si è passati ad una revisione totale degli stili di vita e di consumo il cui paradigma è l’equazione Mangiare bene = stare bene.

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Il dato significativo sta nell’aumento esponenziale dei vegetariani e vegani, arrivando al 7% della popolazione totale che non acquista e non consuma carne o pesce. Il 31% di loro afferma di non mangiare più carne per rispetto nei confronti degli animali, il 24% per ragioni salutistiche, il 9% per limitare i danni ambientali derivati dagli allevamenti intensivi. In aumento anche l’attenzione alla riduzione dei rifiuti e degli sprechi alimentari, anche se l’Italia con i suoi 150 kg di sprechi alimentari pro capite, è ancora lontana dalla strategia rifiuti zero e dai risultati degli altri paesi europei come Germania o Olanda. Le regioni prime per la riduzione degli sprechi sono la Campania, la Lombardia e la Sardegna.consumoetico

Un aumento insomma della sensibilità e del consumo etico. Il supermercato quindi, diventa finamente l’occasione per sostenere giuste cause, stando attenti durante l’acquisto alla reputazione dell’azienda e al ciclo produttivo del prodotto. Il vero made in Italy rimane sempre il cibo, con Emilia Romagna e Sicilia che trainano l’export di cibo di qualità soprattutto in Germania e USA.

E a proposito degli USA, il cibo italiano va alla grande ma questa non è una novità. La notizia che ha lasciato perplessi noi europei è che il centro commerciale, simbolo del consumismo e del modello di società americana, sta per estinguersi. Non è un sintomo di crisi economica, anzi l’America, felice eccezione mondiale, ha una crescita vigorosa, un mercato del lavoro che tira e consumi in ripresa; a svuotare i centri commerciali tradizionali sono le diseguaglianze. L’ipermercato tradizionale è un modello interclassista e trasversale, studiato appositamente per quell’ampia fascia che era la middle class oramai scomparsa a causa della polarizzazione della società americana: da una parte i lavoratori a salario minimo, dal potere d’acquisto immobile, che vanno a fare la spesa negli ipermercati discount Costco; dall’altra i ricchi che prediligono i grandi magazzini glamour, tipo Saks Fifth Avenue. Nell’ultima decade, una trentina di ipermercati hanno chiuso.

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Centro commerciale abbandonato. Foto da thoughtcatalog.com

Altri 60 potrebbero fare la stessa fine in tempi rapidi. Un fenomeno talmente destabilizzante nell’immaginario collettivo americano, che è nato un sito specializzato per censirli, si chiama prevedibilmente www.deadmalls.com. Il fenomeno dei centri commerciali “morti” sprigiona una sorta di fascino macabro: sembrano città fantasma, cattedrali nel deserto, costruzioni imponenti e spettrali.  E in effetti proprio di recente Hollywood ha deciso di ambientare alcune scene del film Gone Girl in uno di questi centri fantasma*.

In Italia quindi è aumentato il consumo etico, negli USA i centri commerciali chiudono. Che qualcosa stia cambiando? Se così fosse, benvenuta crisi…

Per leggere l’intero Rapporto Coop, leggi il Magazine

Per rinfrescare la memoria, sfoglia la Miniguida al consumo critico by l’EcoPunk!

*da Repubblica.it, Centro commerciale addio, negli Usa crolla il mito dei templi dello shopping

 

Nuovo regolamento europeo sulle etichette alimentari: cosa rimarrà del made in Italy?

etichettealimentariecopunkRieccomi qui a scrivere dopo una decina di giorni, dopo laboratori di eco-cosmesi, mercatini di Natale e autoproduzioni alimentari in casa, perché in questo periodo ci si sente più ispirati… Nonostante sia stata presa da mille cose, non ho mai smesso di informarmi e per questo oggi vi parlo della notizia più ecopunk degli ultimi dieci giorni: il nuovo regolamento sulle etichette alimentari. Dal 13 dicembre infatti l’Ue ha tolto l’obbligo di indicare sulle confezioni lo stabilimento di lavorazione degli alimenti con “l’obiettivo ufficiale” di migliorare il livello di informazione e di protezione dei consumatori. In effetti assisteremo a dei miglioramenti in quanto l’applicazione delle norme europee dovrebbe facilitare la trasparenza delle confezioni grazie alla presenza di  scritte con caratteri più grandi,  che danno maggior risalto agli ingredienti allergizzanti e  al tipo di grassi impiegati, oppure per esempio, sulle etichette dei cibi non troveremo più la scritta “sodio” ma il più comprensibile “sale”.

Qualcuno penserà, finalmente una norma che renda più accessibili la lettura delle etichette. Peccato solo che non sarà più garantita la conoscenza dello stabilimento di produzione. Un’informazione che in Italia, finora, è stato obbligatorio indicare: lo prevede la legge 109 del 1992. Con il nuovo regolamento europeo la norma nazionale decadrà. E scrivere sull’etichetta il luogo in cui è stato lavorato l’alimento diventerà facoltativo. «È un regalo alle multinazionali, che potranno così spostare le produzioni in Paesi dove la manodopera costa meno senza che il consumatore se ne accorga», sostiene Dario Dongo, avvocato esperto di diritto alimentare.

Già oggi, in realtà, parecchi prodotti provenienti da altre nazioni non riportano sulla confezione il luogo di lavorazione. Un esempio è la Nestlè che nei suoi prodotti segnala solo «Distribuito da Nestlé Italia Spa», la multinazionale svizzera con ramificazioni in tutto il mondo. In quale Paese sono stati lavorati gli alimenti rimane un segreto. Dal 13 dicembre è così anche per le produzioni italiane. Il regolamento comunitario prescrive infatti di riportare sulla confezione solo il nome del proprietario del marchio che, se per esempio, decide di produrre all’estero, per il consumatore sarà impossibile saperlo.

Cosa rimarrà del Made in Italy

madeinitalyLa questione suscita i malumori di parecchie imprese italiane. Negli Stati Uniti «il made in Italy continua ad andare fortissimo, ma adesso che non sarà più obbligatorio indicare lo stabilimento di produzione qualcuno, per esempio chi ha sede legale da noi ma fabbriche all’estero, potrebbe approfittarne per vendere come italiano ciò che in realtà viene lavorato fuori», afferma Ferdinando Sarzi, titolare dell’azienda Sterilgarda, tra i maggiori produttori di latte in Italia. Insomma, le nuove regole potrebbero agevolare i prodotti “italian sounding”, quelli che attraverso nomi o simboli stampati sulla confezione rimandano a una presunta italianità. Un fenomeno che, secondo le ultime stime del governo, vale già oggi circa 55 miliardi di euro, quasi il doppio delle esportazioni alimentari nostrane. Secondo i calcoli della Coldiretti, il 33 per cento dei prodotti agroalimentari “made in Italy” contiene materie prime straniere, perché in parecchi casi non è obbligatorio indicarne la nazione di provenienza.

Sterilgarda è solo una delle tante imprese ad aver firmato la petizione per opporsi all’entrata in vigore del regolamento europeo. L’idea è stata di Raffaele Brogna, fondatore di ioleggoletichetta.it, un sito che cerca di aiutare chi fa la spesa con informazioni sull’origine dei prodotti e da cui l’Eco Punk ha tratto informazioni per la guida al consumo critico. Brogna ha avviato una raccolta di firme che finora ha raccolto circa 20 mila adesioni tra cittadini privati e gruppi dell’agroalimentare. «Dalla nostra parte stanno le aziende che producono tutto in Italia», dice Brogna, «non certo colossi come Unilever, Nestlé o Carrefour che hanno stabilimenti in tanti Paesi e possono beneficiare del nuovo regolamento». Le imprese che hanno firmato la petizione si sono impegnate a mantenere l’indicazione dello stabilimento di produzione. Tra queste ci sono pure alcune catene di supermercati come Conad, Selex e Coop.

NESSUNO TOCCHI L’INDICAZIONE DELLO STABILIMENTO DI PRODUZIONE SULL’ETICHETTA. L’Eco Punk ha già firmato, voi cosa aspettate?

Per firmare la petizione, leggi qui

Cos’è il consumo critico? Sfoglia Miniguida al consumo critico

Per saperne di più sulle multinazionali poco etiche, leggi Informazione e boicottaggio

Info da l’Espresso.it e il Fattoalimentare.it

Stagionalità dei prodotti: Dicembre

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Eccoci arrivati all’ultimo mese dell’anno con la nostra lavagna dei prodotti stagionali. Dicembre è il mese dell’acquisto e dello spreco per antonomasia, perché dunque non impegnarsi a invertire la rotta, cercando di fare regali utili, consumando il più possibile prodotti stagionali, riducendo il consumo di carne? Non è detto che a natale bisogna assolutamente mangiare frutti esotici, quintali di carne, prosciutto crudo con il melone, perché basta semplicemente un po’ di fantasia e voglia di fare per una tavola di natale buona e sostenibile.

Stagionalità dei prodotti: Novembre

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Instancabilmente come ogni inizio mese, la lavagna dei prodotti stagionali! Da consultare, stampare, diffondere e condividere. Guardate un po’ quanta verdura la natura ci mette a disposizione questo mese, io ho l’imbarazzo della scelta…