Cubetti di ghiaccio lenitivi e depurativi: Tarassaco e Malva

image.jpegBuongiorno EcoPunkers,
oggi piccolo suggerimento per un’autoproduzione, dissetante, lenitiva e depurativa!!
Siete in compagnia dei vostri amici in una giornata afosa e soleggiata e non volete proporre il solito the freddo?
Allora preparate con noi questi simpaticissimi oltre che utilissimi cubetti di ghiaccio con all’interno fiori di tarassaco e malva.

È da poco passata la notte di San Giovanni e nella nostra racconta ci siamo imbattute in queste erbe anche se non utilizzate nella tradizione di questa festa ma è da questo raccolto che è nata l’idea.

Le erbe spontanee hanno 1000 utilizzi, foglie, radici, fiori tutto messo a nostra disposizione dalla natura. Mi raccomando, siate critici nella raccolta, non raccogliete mai tutto quello che trovate ma lasciate sempre una parte di pianta così che possa rigenerarsi.

Questi cubetti aromatici potranno essere utilizzati per raffreddare bevande come il the verde, per avere una bevanda oltre che disintossicante anche antiossidante, anche un profumatissimo the alla menta o perché no, potrete sorprendere i vostri amici con cocktail alcolici o analcolici nei quali risbocceranno i fiori🌸 quando il cubetto si sarà sciolto.

Il procedimento è molto semplice, dobbiamo raccogliere i fiori, meglio alla sera, farli seccare al sole per una settimana (così che una volta congelati i petali non si sfalderanno) e successivamente posizionare nel contenitore per il ghiaccio un paio di fiori a cubetto, acqua e via in freezer!!

Saranno già dal giorno successivo pronti per essere tuffati nelle vostre bevande.

Vi è piaciuta questa idea?
Continuate a seguirci 😊

Ricette Stagionali Veloci: Hamburgher di Piselli e Chia 🍴

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Si ritorna con una ricetta stagionale, fresca e veloce.

Un modo alternativo per utilizzare i piselli, dolcissimi e tenerissimi che si trovano in questo periodo al mercato, motivo per il quale consiglio di utilizzarli quasi crudi, solo leggermente sbianchiti in acqua bollente.

Parliamo un po’ della Chia, sapere di cosa di tratta e come è possibile utilizzarne i semi?

I semi di chia sono ricavati da una specie vegetale denominata Salvia Hispanica, particolarmente ricca di calcio sono presenti in modo bilanciato anche gli acidi grassi essenziali omega3 e omega6.

Ma contengono anche Vitamian C (in quantità maggiore rispetto alle arance), Potassio, Ferro, Zinco e Magnesio. Gli Antiossidanti, presenti all’interno di essi in quantità 4 volte superiore rispetto ai mirtilli.

Può essere utilizzata come arricchimento dei nostri piatti, sia dolci che salari, per renderli più bilanciati o come ingrediente legante (come ad esempio in questa ricetta) in quanto il gel presente nei semi di chia può essere utilizzato come sostituto delle uova.

Ma non tralasciamo i Piselli, ecco qualche informazione nutrizionale riguardante loro.
Rispetto ad altri legumi i piselli contengono più acqua (fino all’80 per cento) ma meno proteine vegetali (intorno al 5,5), fibre (circa il 6,3) e carboidrati (intorno al 6,5). Nonostante la quantità di fibre non sia elevatissima rispetto ad altri semi della stessa famiglia, è comunque abbondante e soprattutto è sufficiente ad aiutare l’intestino, è quindi utile in caso di stitichezza. L’estrema scarsità di grassi li denota come adatti nelle diete ipocaloriche (i piselli secchi però contengono molte più calorie di quelli freschi); possiedono inoltre importanti proprietà diuretiche.
La ricchezza di questi piccoli legumi sta nella quantità di acido folico che contengono, insieme ad altre vitamine, tra cui spicca la C, e ai minerali, soprattutto potassio, seguito da magnesio, ferro e calcio, presenti principalmente nei baccelli, che possono essere utilizzati per preparare brodi di verdure.
La presenza di purine li rende controindicati in casi di gotta e per gli iperuricemici; la cottura è necessaria per poterli digerire, poiché crudi contengono sostanze antidigestive.

Passiamo alla ricetta, pronti con…

Ingredienti

  • 300gr di piselli sbianchiti in acqua salata e frullati
  • 2 patate bollite e schiacciate
  • 2 cucchiai di semi di Chia ammorbiditi nell’acqua (così si formerà il gel)
  • 1/2 cucchiaino di paprika1/2 cucchiaino di erba cipollina
  • 1 rametto di timo (meglio se limoncino)
  • Sale e pepe
  • Pan grattato qb

Preparazione

Prendiamo i nostri piselli frullati, uniamo i semi di Chia e iniziamo ad amalgamare, aggiungiamo quindi spezie e aromi, le patate ed impastiamo. A questo punto aggiungere man mano il pan grattato per migliorare la consistenza.
Dovrà risultare ben lavorabile.
Formiamo i nostri Burger, o perché no, delle polpettine o 1 polpettone.
Impaniamo ben bene l’esterno con pan grattato e con l’aiuto di un pennello cospargiamo con olio di oliva (giusto un velo per la doratura).
Cuociamo gli Hamburger in padella finchè non saranno sufficentemente sodi e compatti.
In alternativa cuocere in forno a 190′ per 30 min.

Buon Appetito!

Sprechi alimentari: le comunità solidali e locali come soluzione ad un problema globale

Secondo la FAO, 800 milioni di persone nel mondo soffrono la fame e contemporaneamente sprechiamo 1,3 miliardi di tonnellate di cibo all’anno, una quantità sufficiente a sfamarne almeno il doppio; in particolare frutta e ortaggi vengono buttati di più rispetto ad altri alimenti perché facilmente deperibili e vulnerabili ai cambiamenti di temperatura durante tutta la filiera dal campo alla tavola. In un pianeta dalle risorse limitate e che nel 2050 conterà 9 miliardi di persone, un simile spreco è un’indecenza. Ma dove finisce tutto il cibo buttato via?

LA FILIERA GLOBALE DELLO SPRECO

Nei paesi in via di sviluppo gran parte dei prodotti si perde dopo il raccolto per la mancanza di strutture adeguate per la conservazione e il trasporto; nei paesi sviluppati, invece, il cibo si spreca nel commercio al dettaglio, quando i commercianti ordinano, servono o espongono troppi prodotti e la gente acquista più di quello che serve realmente, dimenticando gli avanzi nel frigorifero o buttando via cibi deperibili prima della data di scadenza. Lo spreco alimentare oltre a non essere etico, è anche insostenibile dal punto di vista ambientale: produrre cibo che nessuno mangia implica lo sperpero di acqua, fertilizzanti, pesticidi, semi, carburante e terreni.

Si deve ridefinire il concetto di bellezza, non di gusto” afferma Ron Clark, uno dei fondatori di Imperfect, una startup californiana che acquista i prodotti non esteticamente belli dai coltivatori e li rivende a basso costo agli utenti interessati. Il problema alla base è proprio questo: spesso frutta e verdura vengono lasciate nei campi perché non hanno le giuste dimensioni per essere raccolte meccanicamente e a mano non le raccoglie nessuno perché non aderiscono agli standard di bellezza e qualità, quindi sono fuori mercato. I supermercati e i piccoli commercianti ortofrutticoli sono liberi di fissare i propri standard di acquisto ma negli ultimi decenni allestiscono i reparti di frutta e verdura come se fossero negozi di prodotti di bellezza perché le persone acquistano solo i prodotti più belli, spesso a scapito della stessa qualità. Avete mai provato a mangiare una mela bella e perfetta coltivata in serra del supermercato e una meno bella di un piccolo produttore agricolo locale? Assaggiate e poi mi fate sapere se pensate anche voi di non aver mai mangiato una vera mela prima…

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COSA SI PUO’ FARE

Entro il 2050 ci saranno 9 miliardi di persone da sfamare e una delle soluzioni invocate è l’aumento della produzione alimentare globale di una percentuale che va dal 70 al 100% causando un ulteriore inquinamento planetario derivato dall’agricoltura e l’allevamento intensivi. Se riuscissimo a ridurre gli sprechi, cambiare la nostra dieta mangiando meno carne e latticini (per i quali sono necessarie grandi quantità di cereali e altre risorse a fronte di un ridotto apporto calorico), destinare alcuni raccolti alla produzione di biocombustibili, si potrebbe nutrire in modo più sano più di 9 miliardi di persone senza distruggere altre foreste, praterie, zone paludose.

Questo i governi lo sanno bene, tanto che molti si stanno dotando di leggi antispreco fra cui anche quella italiana passata alla Camera con l’obiettivo di ridurre gli sprechi, incentivare la donazione di tutte le eccedenze, promuovere il riciclo. Ma le leggi non bastano, occorre un cambiamento di mentalità partendo dalla consapevolezza dell’insostenibilità di questo sistema alimentare così strutturato per passare a piccole azioni quotidiane che, sommate insieme, possono far davvero la differenza e lanciare un segnale forte di cambiamento.

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Questo è l’intento di Foodsharing: come ridurre gli sprechi creando solidarietà, il primo evento che si terrà a Barletta (BT) il 17 aprile organizzato da Assoimprese in cui interverranno come relatori i ragazzi di Avanzi Popolo e la sottoscritta in qualità di attivista e promotrice che, dopo le varie esperienze dirette di foodsharing in giro per l’Italia e alcune città d’Europa, vuole raccontarle ai suoi concittadini invitandoli a fare qualcosa nel concreto riguardo questa buona pratica. L’obiettivo dell’evento è quello di creare una comunità solidale che coinvolga aziende, associazioni e cittadini, in modo da recuperare il cibo che viene buttato via ma ancora in ottimo stato o prossimo alla scadenza per ridistribuirlo e condividerlo fra chi ne ha bisogno o chi è semplicemente contro lo spreco.

Ecopunker della Bat (Barletta-Andria-Trani), chi viene a sostenerci? E dopo le chiacchiere, si fa aperitivo con cibo rigorosamente recuperato e condiviso!

Il 17 aprile cambia energia! Vota SI’ per fermare le trivelle


Il 17 aprile ci sarà il Referendum No Triv, primo referendum nella storia della Repubblica italiana richiesto dalle regioni anziché tramite la raccolta firme. Gli italiani vengono chiamati a scegliere se vietare o meno il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana, ma non potranno dire la loro riguardo al divieto di effettuare nuove trivellazioni oltre le 12 miglia e continueranno a essere permesse anche con la vittoria del Sì. Nel referendum, quindi, si chiede se abrogare la parte di una legge che permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme entro 12 miglia dalla costa di rinnovare la concessione fino all’esaurimento del giacimento.

 

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In tv non se ne parla, sul web girano parecchi articoli di ambientalisti, geologi, esperti in materia di energia favorevoli e contrari; in particolare l’articolo di una geologa contraria al referendum ha scatenato un oceano di polemiche, fra cui quella di alcuni esperti che ci hanno visto lo zampino di qualche “gruppo fossile” (in calce i link di alcuni articoli per farvi un’idea).

Questo post non vuole essere un dogma scritto da un’inesperta scientifica, ma è scritto per ricordare soprattutto che il referendum del 17 aprile è un atto politico che serve a dare un segnale contrario all’utilizzo delle fonti di energia fossile, come il gas e il petrolio; è una presa di coscienza dal basso riguardo l’insostenibilità dell’economia capitalistica che porta sfruttamento, inquinamento, diseguaglianze, brutture. Le alternative a questo sistema esistono e sono anche meno dispendiose in termini economici, sociali ed ambientali; per questo l’EcoPunk si schiera a favore del SI’, spingendo il governo (insieme al 50% più 1 di aventi diritti al voto) a perseguire con chiarezza e decisione l’abbandono dell’utilizzo delle fonti fossili e l’adesione ad un modello energetico pulito, rinnovabile, distribuito e democratico già affermato in Paesi più sostenibili del nostro.

Questo è il nostro parere, a voi la scelta.

LINK UTILI

Il Post: Pro e contro il referendum sulle trivellazioni

Referendum Trivelle, una geologa: “ecco perché io non andrò a votare e se proprio fossi costretta, voterei NO”

Ferma le trivelle

La vera posta in gioco del referendum anti trivelle: uscire dal “Petrolitico”

Nota Fb di Andrea Boraschi – Referendum Trivelle: le balle degli astensionisti

Il sì al referendum: tutta la verità

Ricetta Salva Avanzi: Quiche Patate,Rosmarino e Paprika con Esubero di Lievito Madre 🍴

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Questa ricetta ha 2 fantastici pregi, salvarmi la serata quando non ho voglia e tempo di preparare qualcosa di più elaborato e l’essere una ricetta svuota frigo e salva avanzi, infatti la sfoglia utilizzata per la preparazione è un ottima base per creare altre ricette, con gli avanzi di verdure (rape,broccoli,zucchine e verdure miste) , in più per chi come me cresce e custodisce il Lievito Madre è un ottimo modo per smaltire il suo esubero dopo il rinfresco.

Questa versione vuole essere più leggera ed aromatica, infatti la farina integrale di farro monococco risulta essere molto profumata e digeribile; io ho trovato la mia spacciatrice di farine bio, e inutile dirlo è molto più buona di quella reperibile nella grande distribuzione.

Ingredienti:

Per la Quiche :

  • 100gr di farina di farro monococco
  • 50gr di esubero di lievito madre (di almeno 5giorni)
  •  50gr di farina 0
  •  30gr di olio di oliva
  •  un cucchiaino di sale
  • 100 ml circa di acqua

Per il ripieno :

  • 2 patate medie
  • 1 rametto di rosmarino
  • 1 pizzico di paprika dolce
  • Sale e pepe

Procedimento:

Prendiamo come prima cosa l’esubero di lievito madre e sciogliamolo in 50 ml di acqua; a parte mescoliamo le due farine in una terrina, aggiungiamo il sale ed incorporiamo il lievito madre precedentemente ammorbidito, diamo una prima mescolata e successivamente incorporiamo dapprima l’olio e pian piano la restante acqua (in base alla vostra farina, se più o meno integrale, sarà necessario un quantitativo diverso di acqua, quindi aggiungetela per gradi in base alla consistenza).

Versiamo l’impasto su una spianatoia e lo lavoriamo con le mani, ottenendo un impasto molle ma che non si attacchi alle mani.  Far riposare coperto per 15/20 minuti.

Passiamo al ripieno, mettiamo a marinare in una terrina le patate, tagliate a fettine dello spessore di circa mezzo millimetro, aggiungendo un filo d’olio,il rosmarino, la paprika, il sale ed il pepe; mescoliamo e lasciamo riposare fino a quando l’impasto non sarà pronto.

Prendiamo l’impasto e stendiamolo in una teglia tonda di circa 22 cm, disponiamo le patate accavallandole leggermente tra di loro. Rivestita tutta la sfoglia aggiungiamo un filo d’olio se necessario e inforniamo a 200° per circa 20/30 min con funzione statica.              Tagliare una fetta e GUSTARE.

E anche per oggi gli avanzi e la cena sono salvi!!

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Verso l'età delle Agro-Comunità: la Terza Rivoluzione Alimentare

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Navigando per il web, mi sono imbattuta in un articolo molto interessante su magazine.ouishare.net sulla terza rivoluzione alimentare. L’articolo è in inglese di Myriam (non c’è scritto il congnome…), co-fondatore di Open Food Network in Norvegia e Francia, e tratta di temi che l’EcoPunk ha molto cuore come sistemi alimentari, consumo collaborativo, sprechi, peer to peer, tecnologia applicata in maniera abbastanza sintetica ed esaustiva. Per questi motivi ho deciso non solo di condividerlo sui social, ma anche di tradurlo e riportarlo qui sul blog. Di seguito il post… Buona lettura e buona riflessione.


Dopo un vasto movimento di concentrazione e intensificazione, una nuova rivoluzione sta arrivando. Ancora silenzio per ora, cresce lentamente, nei giardini della gente e gli hub alimentari guidati da comunità di piccola scala. Le persone si organizzano insieme per costruire reti di distribuzione locale e le nuove tecnologie consentono ora iniziative locali di scala: possono collegare facilmente tra loro e merce di scambio e servizi in modo efficiente e decentrato, portando alla nascita di un nuovo, e più sostenibile, sistema alimentare.

SINTOMI E CAUSE PROFONDE DI UN SISTEMA ALIMENTARE MALATO

Un terzo di tutti gli alimenti prodotti viene sprecato. 842 milioni di persone soffrono la fame. Abbiamo perso il 75% della nostra biodiversità. Negli Stati Uniti ci sono 8 volte più antibiotici venduti per l’agricoltura industriale che agli ospedali. Tumori e altri problemi di salute sono in piena espansione. Ci sono sempre meno nutrienti negli alimenti. Il cambiamento climatico minaccia il futuro del nostro pianeta, ci sono 400 zone morte nel mare. Imballaggi alimentari che contribuiscono a far crescere il settimo continente fatto di rifiuti, nel mezzo dell’oceano. 370 000 agricoltori si suicidano ogni anno l’uso di pesticidi. … Quindi, si deve porre la domanda: non è che il sistema alimentare è arrivato ad un punto di rottura?

Possiamo citare due principali cause di fondo per tutte quelle esternalità negative:

  • Distanza fisica e psicologica: con l’urbanizzazione, la globalizzazione e la centralizzazione del sistema di distribuzione del cibo, ci sono oggi un sacco di intermediari tra noi e il nostro cibo. La distanza fisica ha portato la distanza mentale. Se si va in un supermercato, non si sa chi ha prodotto il cibo, come è stato fatto, non vi rendete conto tutti gli sforzi e l’energia che sono necessari per produrlo. Abbiano così tanto cibo, perché abbiamo perso la consapevolezza di come è prodotto, così gettiamo via molto facilmente. In media in Europa, la maggior parte dei residui alimentari proviene dalle famiglie (42%).
  • Centralizzazione, la concentrazione e l’integrazione: Lungo tutto il sistema alimentare, vi è stato nel corso degli ultimi decenni, un movimento di fusioni e acquisizioni, l’integrazione orizzontale e verticale, che ha concentrato il potere nelle mani di poche grandi multinazionali. La metà del cibo consumato sul pianeta è prodotto dal 15% delle aziende agricole, fattorie intensive industriali. Il numero degli agricoltori è drammaticamente in calo, -30% in Norvegia, nel corso degli ultimi 10 anni, -50% in Francia negli ultimi 20 anni, le aziende agricole di diventano sempre più grandi attraverso acquisizioni. La Dichiarazione di Berna, una ONG svizzera, ha pubblicato un rapporto enorme, Agropoly, mostrando come il sistema alimentare globale è nelle mani di poche grandi imprese, e come questa alta concentrazione e integrazione produce queste esternalità negative. Per fare solo un esempio, sono le stesse aziende a fare il seme e gli antiparassitari (Monsanto, Syngenta, Bayer, BASF, DuPont), in modo da assicurarsi che i semi hanno bisogno di pesticidi, come gli OGM per esempio. I semi non riproducono in modo affidabile e le aziende possiedono diritti di proprietà intellettuale su di loro, così gli agricoltori sono costretti a comprare i semi ogni anno, essi non possono salvarli e né scambiarli. Questa situazione non ha solo conseguenze sulla salute e sull’ambiente, ma anche sulla sopravvivenza dei contadini, che si ritrovano totalmente dipendenti di queste grandi multinazionali. Per quanto riguarda la distribuzione, la situazione non è migliore: nel 2011 nell’UE, il più grande cinque rivenditori in tutti i paesi hanno avuto una quota di oltre il 60% di mercato congiunta in 13 Stati membri, con una concentrazione di mercato superiore al 80% a volte. Nella maggior parte dei paesi, tuttavia, la concentrazione del mercato tra due o tre principali rivenditori è la norma: due catene di supermercati hanno controllato oltre il 70% del mercato in Australia nel 2013. Tre gruppi hanno avuto il 55,5% del mercato in Canada nel 2011. Il loro enorme potere come acquirenti dà a quei grandi rivenditori la possibilità di impostare le condizioni sulle quali opera la catena di approvvigionamento alimentare.

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COME SIAMO ARRIVATI ​​QUI E DOVE POTREMMO ANDARE?

Intorno al periodo neolitico, la prima rivoluzione alimentare segna il passaggio da un modello pre-agricolo, dove le persone in età paleolitica erano cacciatori-raccoglitori, all’agricoltura, sedentarizzazione e di auto-produzione di alimenti, per lo più per il consumo personale. Portato dalla rivoluzione industriale nel 18 ° secolo, la seconda rivoluzione del cibo ci spinge al modello agro-industriale, oggi predominante, in cui il sistema è controllato da grandi aziende a scopo di lucro, e che induce tutte quelle esternalità negative sulla salute e sull’ambiente descritti al di sopra. Ora le persone stanno diventando consapevoli della follia di questo modello agro-industriale e iniziano a organizzarsi in una modalità peer-to-peer. Un nuovo spostamento sta emergendo, verso un’età di agro-comunità, basato su piccola scala di produzione alimentare locale e molteplici centri di distribuzione e nodi, collegati tra loro.

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RILOCALIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE E RETI DI DISTRIBUZIONE INTELLIGENTI

Con la terza teoria rivoluzione industriale, Jeremy Rifkin prevede una rilocalizzazione della produzione. L’energia deve ancora essere distribuito in modo più efficiente dal punto in cui viene prodotta a dove è necessaria, quindi è necessario avere reti efficienti e “reti intelligenti”.

Analogicamente, produzione e distribuzione di cibo iniziano a seguire il percorso di decentramento e rilocalizzazione: le persone a produrre il cibo nei loro giardini e organizzarsi in modo indipendente per comprare cibo dai produttori locali, la creazione di una diversità di hub e nodi. Vogliono limitare l’impatto di carbonio del trasporto alimentare, nonché sostenere la loro economia locale e la capacità di recupero della loro comunità. Anche se negli ultimi dieci anni, la tendenza è stata quella di concentrazione e centralizzazione, vediamo ora alcuni segnali che si muovono nella direzione di rilocalizzazione e decentramento: supporto alla comunità agricoltura, l’acquisto locale, le cooperative, l’agricoltura urbana, orti familiari… produttori e consumatori stanno prendendo controllo indietro sul loro approvvigionamento di cibo, si stanno prendendo indietro la loro sovranità alimentare.

La prima Community Supported Agriculture (CSA) è stata avviata nel 1960, in Giappone, e in Europa, e poi diffusa negli Stati Uniti negli anni ’80. Da allora si è  propagata nel resto del mondo. Il principio è che un gruppo di individui si organizzano e firmano un contratto con un agricoltore: l’acquisto di tutta la produzione avviene in anticipo e l’agricoltore svolge determinati requisiti di qualità (biologico, ecc). Nel 2013, ci sono stati circa 5.267 agricoltura sostenuta (CSA) e 413,947 consumatori CSA in Europa, e nel mondo, 13.779 aziende agricole CSA e un po’ più di un milione di consumatori che le sostengono nel mondo (fonte: URGENCI). “Il cibo locale è in rapida crescita da un mercato di nicchia ad un sistema integrato riconosciuto per la sua spinta economica alle comunità in tutto il paese”, dice US segretario agricolo Tom Vilsack. Progetti di agricoltura comunitari sostenuti ricollegano consumatori e produttori e sostengono pratiche agricole sostenibili: l’agricoltura biologica, l’agroecologia, permacultura, agricoltura biodinamica.

Iniziative a livello di comunità sono state fino a poco tempo piuttosto isolate e guidate da gruppi di attivisti che erano pronti a sacrificare la convenienza per i loro valori. Per democratizzare questi nuovi modelli e consentire a tali hub e nodi la gestione in scala, abbiamo bisogno di fare lo scambio P2P (peer to peer) di cibo semplice. Abbiamo bisogno di costruire “reti intelligenti” per consentire alle persone di crescere, vendere, spostare, comprare cibo facilmente in un modo decentralizzato.

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NUOVE TECNOLOGIE PER UNA NUOVA ERA AGRICOLA

Piattaforme online e le infrastrutture sono un volano per la circolazione di cibo in un sistema alimentare basato sulla comunità.

Alcune piattaforme hanno un focus specifico su un certo tipo di modelli di distribuzione alternativi. Ad esempio, The Food Assembly offre un mercato online, così come il supporto di marketing, a imprenditori locali che desiderano distribuire i loro prodotti locali di quartiere direttamente dai produttori. Hanno tirato su 9 milioni di $. Farmdrop nel Regno Unito, una piattaforma di vendita diretta che interpreta il ruolo di un distributore, attraverso i servizi di pick-up o di consegna a domicilio. Riportano la trasparenza sulla provenienza dei prodotti e aprono una nuova forma di canali di distribuzione ai produttori, seguendo l’aspetto logistico in modo che le persone ricevano i loro prodotti in un modo conveniente. Queste piattaforme sono i canali di distribuzione alternative che consentono alle persone di acquistare direttamente da produttori locali in un modo comodo e facile. Entrambi sono licenza-based e propongono un modello prescrittivo ai produttori e ai consumatori (cioè non è possibile scegliere qualunque modello di business per il vostro gruppo di acquisto sulla piattaforma The Food Assembly, si deve seguire il loro modello).

Al contrario, Open Food Network (il progetto in cui collabora la scrittrice di questo articolo) è un un’infrastruttura open source che consente a qualsiasi attore, persone, comunità, di creare un loro hub e farlo funzionare nel modo che vogliono, in modo che si adatta al contesto locale. Più che una piattaforma, Open Food Network è un’infrastruttura basata sul web che coltiva “eco-diversità”. Permette a start-up locali alimentari, gruppi di acquisto non-profit, cooperative, etc. di utilizzarlo per il loro scopo, ma anche di cooperare con l’altro, ad esempio sulla logistica, pur rimanendo indipendente. L’implementazione della piattaforma è supportata da organizzazioni no-profit locali democraticamente governate che costruiscono e proteggono insieme questo particolare “comune”.

Tutte queste piattaforme web e infrastrutture di accelerano il passaggio verso un nuovo sistema alimentare, più decentrato, trasparente, sostenibile, ricollegando produttori e consumatori, e restituendo al contadino la sua indipendenza e la dignità.

Non risolveremo i problemi generati dal sistema alimentare agro-industriale aspettando coloro che beneficiano di questo sistema per cambiare. Se vogliamo un sistema alimentare più sostenibile che si preoccupa della terra e i suoi esseri viventi, abbiamo bisogno di prendere le nostre responsabilità e rimboccarci le maniche. Come qualsiasi altro settore della nostra economia, il sistema alimentare può essere interrotto da un nuove piattaforme di cultura e P2P fai da te. Si è già iniziato, ora tocca a noi di essere parte di questa transizione.  

Per leggere l’articolo in versione originale: magazine.ouishare.net/2015/11/toward-an-age-of-agro-communities-the-third-food-revolution

Laboratorio di ecocosmesi al Milk Bar di Torino con Contiamoci – Buone pratiche che contano

laboratoriocontiamociVi avevo preannunciato delle belle novità e quindi ricominciamo la settimana con una bella notizia: il 14 di febbraio l’Eco Punk terrà un laboratorio di ecocosmesi a Torino, presso il Milk Bar, ma la notizia più bella è che questo laboratorio è stato organizzato con Greta, la co-fondatrice di Contiamoci – Buone pratiche che contano, partner de l’Eco Punk fin dai suoi primi vagiti. Dopo un anno di scambi, collaborazioni e confronti, finalmente siamo riuscite ad organizzare un laboratorio di autoproduzione insieme e io sono davvero contenta di condividere l’amore per le autoproduzioni (sarà un caso che è proprio il giorno di San Valentino?) con chi ogni giorno si impegna a creare una comunità critica che scambia, insegna ed impara le buone pratiche per ridurre l’impatto ambientale e per proporre una stile di vita sobrio e decrescente.

Il laboratorio di ecocosmesi con Contiamoci, è inserito all’interno di una serie di attività didattiche da loro organizzate con il fine di far riscoprire e condividere la manualità e il consumo critico; per cui dopo la lettura delle etichette dei cosmetici da supermercato, autoprodurremo tutti insieme lo scrub al cocco, il tonico agli agrumi e la maschera viso alla mela. Tre cosmetici semplici ed ecologici, con ingredienti stagionali e facilmente reperibili, per insegnare a rispettare i ritmi della natura e mostrare come le autoproduzioni cambiano i modi di pensare e quindi lo stile di vita (basta pensare a quanto siamo abituati ad ottenere tutto e subito…).

Sarà sicuramente uno splendido sabato pomeriggio al Milk Bar di Torino, un negozio e un luogo di incontro dedicato alla gravidanza, all’allattamento ed alla maternità, in pieno centro, vicino Piazza Bodoni, una delle piazze più belle della città. E io non vedo l’ora di esserci per confrontarmi sempre con realtà diverse, insegnando l’amore per le autoproduzioni e mettere in pratica il concetto di nomadismo… Ve ne parlerò appena mi fermerò, se mi fermerò… Per il momento aspetto gli ecopunkers torinesi al Milk Bar dalle 15 alle 18.

Per le iscrizioni, leggete cosa scrive Greta sul laboratorio e compilate il modulo di iscrizione sul Blog di Contiamoci, oppure date un’occhiata all’evento su Fb.

Laboratorio di eco-cosmesi al Negozio Leggero di Milano

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E come vi avevo preannunciato, partiamo subito con le news: l’EcoPunk sosterrà il laboratorio di ecocosmesi al Negozio Leggero di Milano! Per chi ancora non lo conoscesse, il Negozio Leggero nasce dall’esperienza dell’Ente di ricerca Ecologos e dal lavoro di Rinova s.c. per proporre al mercato un nuovo modo di fare la spesa: senza imballaggi, quindi più leggera. All’interno del Negozio Leggero potete trovare pasta, legumi, farine, birre, detersivi, cosmetici, birre, tutto rigorosamente sfuso per ridurre il più possibile lo spreco e quindi l’impatto ambientale (per info negozioleggero.it).

In quest’ottica volta alla sostenibilità, il Negozio Leggero e l’EcoPunk si sono ritrovati per proporre il laboratorio di autoproduzione di cosmetici naturali utilizzando le materie prime fornite dal Negozio, ossia farine, sale, bicarbonato, acido citrico, argilla verde per fare in modo di facilitarne la riproduzione a casa.

Non vedo l’ora di autoprodurre!

Per tutti gli ecopunkers di Milano e dintorni, vi aspetto il 4 febbraio in via Anfossi, 13.

Crisi? In Italia aumenta il consumo etico e negli USA chiudono i centri commerciali

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Foto da Rapporto Consumi Coop 2014

In questi giorni ho letto di notizie interessanti riguardo bilanci di fine anno sui consumi. Notizie positive per gli ecopunkers, secondo quanto riportato dal Rapporto Coop “Consumi e distribuzione” redatto in collaborazione con Ref Ricerche e Nielsen sui consumi degli italiani e in un articolo della Repubblica sulle abitudini di acquisto negli USA.

Qual è lo stato degli acquisti e dei consumi? In Italia nel 2014 c’è stato un calo sensibile di acquisti di automobili, abbigliamento e calzature, meno uscite fuori casa per mangiare e meno take away a favore dell’uso della bici (superiore nel Nord Italia, soprattutto a Milano), dell’acquisto di libri e musica in formato digitale e soprattutto, questa la notizia per noi più interessante, del cibo etico e biologico. In particolare lo spostamento verso beni di prezzo inferiore, il ricorso alle promozioni, il nomadismo della spesa, la riduzione degli sprechi e l’utilizzo di internet per avere informazioni sui prodotti, implicano una difesa della qualità del cibo a tutela del potere di acquisto. “Le cicatrici della crisi quindi, sono diventate valori” in cui da rinuncia e necessità, si è passati ad una revisione totale degli stili di vita e di consumo il cui paradigma è l’equazione Mangiare bene = stare bene.

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Il dato significativo sta nell’aumento esponenziale dei vegetariani e vegani, arrivando al 7% della popolazione totale che non acquista e non consuma carne o pesce. Il 31% di loro afferma di non mangiare più carne per rispetto nei confronti degli animali, il 24% per ragioni salutistiche, il 9% per limitare i danni ambientali derivati dagli allevamenti intensivi. In aumento anche l’attenzione alla riduzione dei rifiuti e degli sprechi alimentari, anche se l’Italia con i suoi 150 kg di sprechi alimentari pro capite, è ancora lontana dalla strategia rifiuti zero e dai risultati degli altri paesi europei come Germania o Olanda. Le regioni prime per la riduzione degli sprechi sono la Campania, la Lombardia e la Sardegna.consumoetico

Un aumento insomma della sensibilità e del consumo etico. Il supermercato quindi, diventa finamente l’occasione per sostenere giuste cause, stando attenti durante l’acquisto alla reputazione dell’azienda e al ciclo produttivo del prodotto. Il vero made in Italy rimane sempre il cibo, con Emilia Romagna e Sicilia che trainano l’export di cibo di qualità soprattutto in Germania e USA.

E a proposito degli USA, il cibo italiano va alla grande ma questa non è una novità. La notizia che ha lasciato perplessi noi europei è che il centro commerciale, simbolo del consumismo e del modello di società americana, sta per estinguersi. Non è un sintomo di crisi economica, anzi l’America, felice eccezione mondiale, ha una crescita vigorosa, un mercato del lavoro che tira e consumi in ripresa; a svuotare i centri commerciali tradizionali sono le diseguaglianze. L’ipermercato tradizionale è un modello interclassista e trasversale, studiato appositamente per quell’ampia fascia che era la middle class oramai scomparsa a causa della polarizzazione della società americana: da una parte i lavoratori a salario minimo, dal potere d’acquisto immobile, che vanno a fare la spesa negli ipermercati discount Costco; dall’altra i ricchi che prediligono i grandi magazzini glamour, tipo Saks Fifth Avenue. Nell’ultima decade, una trentina di ipermercati hanno chiuso.

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Centro commerciale abbandonato. Foto da thoughtcatalog.com

Altri 60 potrebbero fare la stessa fine in tempi rapidi. Un fenomeno talmente destabilizzante nell’immaginario collettivo americano, che è nato un sito specializzato per censirli, si chiama prevedibilmente www.deadmalls.com. Il fenomeno dei centri commerciali “morti” sprigiona una sorta di fascino macabro: sembrano città fantasma, cattedrali nel deserto, costruzioni imponenti e spettrali.  E in effetti proprio di recente Hollywood ha deciso di ambientare alcune scene del film Gone Girl in uno di questi centri fantasma*.

In Italia quindi è aumentato il consumo etico, negli USA i centri commerciali chiudono. Che qualcosa stia cambiando? Se così fosse, benvenuta crisi…

Per leggere l’intero Rapporto Coop, leggi il Magazine

Per rinfrescare la memoria, sfoglia la Miniguida al consumo critico by l’EcoPunk!

*da Repubblica.it, Centro commerciale addio, negli Usa crolla il mito dei templi dello shopping

 

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