Pensieri su Morrissey e il suo vegetarianesimo durante il tour italiano

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Morrissey e gli Smiths sono stati un’esperienza approfondita più tardi rispetto ad altri supergruppi degli anni ’80. E non perché ci fosse un motivo particolare, ma perché a torto o ragione, fra i rockettari gli Smiths sono sempre visti come un gruppo per fighetti tristi e annoiati ai quali tanti hipster dell’ultima ora si ispiravano e quindi non una vera roba per “darkettoni estremi” che ascoltavano i Joy Division, i Cure o i Bahuaus. Però, c’è sempre un però, ad un certo punto è arrivato un momento della mia vita in cui ho cominciato seriamente ad ascoltarli e non potevo farne più a meno; in un momento in cui la musica dark wave quasi mi irritava, gli Smiths erano lì con la loro carezza ad accompagnare i miei pensieri decadenti in bici, in tram o mentre passeggiavo sulla neve. Poi ho scoperto le posizioni animaliste di Morrissey, un motivo in più per riflettere. Da allora loro sono sempre lì ad occupare un posto nel mio cuore, facendo scattare la molla del romanticismo latente ad ogni riascolto.

In questi giorni Morrissey è in Italia e ha rivelato alla stampa, pochi giorni fa, di essere malato di cancro, si dice che sarà il suo ultimo tour. Proprio a lui che ha giocato a parole con la morte per tutta la sua carriera.  Steven Patrick Morrissey, classe 1959, ex leader degli Smiths, è riuscito ad incantare Roma con i suoi pezzi ed alcuni storici degli Smiths e l’ha fatto facendo parlare di sé. Come in tutte le date del suo tour, il cantante ha portato anche a Roma il suo lifestyle vegetariano: nel palazzetto sono stati affissi cartelli che invitavano il pubblico a non introdurre e consumare carne o pesce e i posti ristoro servivano solo piatti vegetariani.

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Come ha scritto Gianni Santoro su la Repubblica XL, “si può ancora godere senza rimorsi delle sue strambe, beffarde, amare, acide storie di vita. Soprattutto se le canta ancora come le canta”. Forza Morrisey, incantaci ancora.

L'ecologismo di Neil Young: dalle magliette in cotone organico al Farm Aid

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L’attivismo di Neil Young è inarrestabile. Circa un mese fa, con un messaggio sul suo sito ufficiale rivolto ai suoi fans, Neil Young ha annunciato la decisione di ritirare dal commercio (sia dal proprio negozio online che dalle bancarelle per la vendita durante i concerti) tutto il merchandise prodotto con cotone non organico per sostituirlo con quello prodotto mediante cotone naturale. Il cotone industriale, continua nella nota, viene prodotto con un larghissimo uso di pesticidi fatti con base petrolchimica, con funghicidi ed erbicidi; sostanze che vengono assorbite dal terreno e finiscono con l’influenzare anche le colture vicine, entrano nelle forniture d’acqua e finiscono per inquinare anche altre forme di vita. Young prosegue denunciando l’industria del cotone convenzionale come il secondo consumatore di pesticidi del mondo e ricordando che l’Environmental Protection Agency (l’Agenzia per la protezione dell’ambiente) considera 7 dei 15 pesticidi più utilizzati per il cotone come note, probabili o possibili sostanze cancerogene. Ma non finisce qui.

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Manca pochissimo al Farm Aid, il festival giunto alla sua 25esima edizione, iniziato con un concerto di beneficenza nel 1985 Champaign (Illinois) e organizzato da Willie Nelson , John Mellencamp e Neil Young per raccogliere fondi a favore delle famiglie di agricoltori negli Stati Uniti. Oggi il Farm Aid è un’organizzazione senza scopo di lucro, al cui già citato consiglio di amministrazione si è aggiunto nel 2011 Dave Matthews e la cui missione è di mantenere le famiglie degli agricoltori nella loro terra promuovendo il cibo da aziende familiari (con stand informativi durante l’evento); far crescere il Good Food Movement attraverso l’incremento della rete tra gli agricoltori e i consumatori; aiutando gli agricoltori a trovare le risorse necessarie per accedere a nuovi mercati, il passaggio a pratiche agricole più sostenibili e redditizie, e sopravvivere disastri naturali; intraprendendo azioni per cambiare il sistema con le organizzazioni locali, regionali e nazionali.

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L’edizione del 2014 si terrà il 13 settembre a Raleigh, North Carolina nel Walnut Creek Amphitheatre e includerà nella line up, oltre a Willie Nelson , John MellencampNeil Young e Dave Matthews, anche Jack White, Gary Clark jr e tanti altri artisti per un mega concerto dalle 12 della mattina alle 23 della sera e le maglie vendute saranno rigorosamente in cotone organico (con tanto di filiera nel sito)!

Sicuramente un festival eco-punk, peccato sia dall’altra parte del mondo! Possiamo consolarci però con la playlist del Farm Aid su Spotify

E per chi volesse saperne di più, date un’occhiata al Sito Ufficiale

Sugar Man: l'incredibile storia di Sixto Rodriguez

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Detroit, gli anni ’70, parole taglienti e toni morbidi per descrivere e cantare le periferie e la classe operaia. E poi c’è la leggenda: nessuno sapeva se Sixto Rodriguez si fosse dato fuoco sul palco o fosse morto suicida in prigione, di lui erano rimaste impresse solo le sue parole nell’altra parte del mondo, esattamente in Sud Africa, dove il musicista inconsapevolmente era diventato il portavoce di gente che quella voce l’aveva ma non poteva parlare, perché oppressa dall’apartheid. Ma quelle parole erano talmente forti, che c’è stato qualcuno dal Sud Africa che le ha inseguite e personificate.

Searching For Sugar Man è il documentario del 2012 del regista svedese Malik Bendjelloul che racconta le ricerche di due fan sudafricani di Rodriguez intenti a rintracciare il poco noto e forse deceduto artista. Dall’analisi delle copertine dei dischi ai testi, alle chiamate a produttori e case discografiche, fino alla scoperta di un Rodriguez vivo a Detroit con una casa, una famiglia e un lavoro da operaio… Un’emozionante favola d’altri tempi a cui si fatica a credere, soprattutto per l’epilogo.

Presentato al Sundance Film Festival, il film riceve il premio Audience Award, World Cinema Documentary e il premio World Cinema Special Jury Prize. Vince poi diversi premi, tra i quali l’Audience Award e il Best Music Documentary Award all’International Documentary Film Festival di Amsterdam del 2012, il premio BAFTA e infine vince l’Oscar 2013 (Academy Award) come miglior documentario.

Nel film molti di coloro che hanno lavorato con Rodriguez, lo elogiano e dichiarano la sua penna superiore a quella di Bob Dylan, il folksinger per antonomasia. Il film è stato trasmesso in chiaro l’8 agosto su Rai 5 e ieri sono riuscita a vederlo su Rai Replay e se avete ancora qualche dubbio sul vederlo o meno, leggete e ascoltate le sue parole che hanno spinto alla ribellione.

Sugar man, won’t you hurry
‘Cos I’m tired of these scenes
For a blue coin won’t you bring back
All those colors to my dreams

Silver magic ships you carry
Jumpers, coke, sweet Mary Jane

Sugar man met a false friend
On a lonely dusty road
Lost my heart when I found it
It had turned to dead black coal

Silver magic ships you carry
Jumpers, coke, sweet Mary Jane

Sugar man you’re the answer
That makes my questions disappear
Sugar man ‘cos I’m weary
Of those double games I hear

Sugar man, Sugar man, Sugar man, Sugar man
Sugar man, Sugar man, Sugar man

Sugar man, won’t you hurry
‘Cos I’m tired of these scenes
For the blue coin won’t you bring back
All those colors to my dreams

Silver magic ships you carry
Jumpers, coke, sweet Mary Jane

Sugar man met a false friend
On a lonely dusty road
Lost my heart when I found it
It had turned to dead black coal

Silver magic ships you carry
Jumpers, coke, sweet Mary Jane

Sugar man you’re the answer
That makes my questions disappear

Acqua di rose homemade: il tonico classico e sempre efficace

acqua di rose

Un pomeriggio arriva una telefonata da mia cugina di 12 anni che dice di aver trovato cinque rose (due rosse e tre rosa) non trattate e voleva farci un tonico per il viso. Dopo aver provato a spiegare come fare, mi chiede di andare a casa sua e di farlo con lei. Io ho accettato, trasformandomi in un’autoproduttrice a domicilio: missione acqua di rose.

L’acqua di rose, si sa, è il tonico più conosciuto al mondo e base per le creme viso. Adatto a tutti i tipi di pelle, è facilissimo da fare, l’unica accortezza è quella di usare rose non trattate chimicamente. In questo caso l’ho preparata per la mia cuginetta che ha qualche problemino di acne ma che ha pur sempre una pelle supergiovane, quindi ho preferito farle utilizzare un tonico delicato (quello al tè verde è troppo aggressivo per una ragazzina di 12 anni…).

Preparazione

Come vedete in foto, il primo passo da fare è staccare delicatamente i tutti i petali, metterli in una pentola e ricoprirli in superficie di acqua distillata. Far cuocere a fuoco lento fino a quando i petali non perdono quasi completamente il loro colore e travasare i petali e l’acqua colorata in un barattolo. Far riposare il tutto per 5-6 ore al buio e poi travasare in un altro barattolo di vetro pulito, avendo cura di filtrare per bene con un imbuto e un fazzoletto di cotone o lino.

L’acqua di rose si conserva in frigo per una settimana circa, oppure per una maggiore durata aggiungete il conservante o congelatela nelle vaschette per il ghiaccio, in modo da scongelare un cubetto alla volta quando serve.

Facile, no? Provate anche voi! E a proposito di rose, beccatevi un po’ del buon Nick Cave!

Green riot! Spendi, spandi, effendi di Rino Gaetano

rinogaetano

“L’Effendi è quel signore che consuma abitualmente una tazza di petrolio alle 5 di pomeriggio”

Oggi un post scanzonato ma impegnato, simpatico ma pungente, come solo Rino Gaetano sapeva scrivere e interpretare. Una canzone sul petrolio, sullo spreco e su stili e modelli di vita sui soldi e sull’apparenza.

Essenza, Benzina o Gasolina

soltanto un litro in cambio ti do Cristina

se vuoi la chiudo pure in monastero

ma dammi un litro di oro nero

 ti sei fatto il palazzo sul jumbo

noi invece corriamo sempre appresso all’ambo

ambo terno tombola e cinquina

se vinco mi danno un litro di benzina

 Spendi spandi spandi spendi effendi

Spendi spandi spandi spendi effendi

 Spider coupè GT alfetta 

a 200 c’è sempre una donna che ti aspetta

sdraiata sul cofano all’autosalone

che ti dice prendimi maschiaccio libidinoso coglione

Non più a gas ma a cherosene

il riscaldamento centralizzato mi riscalda e in più conviene

niente carbone mai più metano

pace e prosperità e lunga vita al sultano

 Spendi spandi spandi spendi effendi

Spendi spandi spandi spendi effendi

Into The Wild

intothewild

Molti di voi l’avranno già visto o sentito parlare, quel che è certo è che un film del genere non è passato inosservato. Sto parlando chiaramente di Into The Wild, un film del 2007 scritto e diretto da Sean Penn basato sul romanzo di Jon Krakauer Nelle terre estreme, in cui viene raccontata la storia vera di Christopher McCandless, del suo viaggio dal West Virginia, sua terra d’origine, fino in Alaska. Film indimenticabile che mostra in maniera cruda, la sfida dell’uomo nei confronti della natura, il tutto accompagnato da un’indimenticabile colonna sonora scritta quasi interamente da Eddie Vedder.

Ce lo presenta in maniera intimista, l’ecopunker e cinefilo Henry Spencer, che già tutti conoscete per altre recensioni. Vi invito a leggere la sua analisi e se volete, potete scrivergli all’indirizzo mammano@inwind.it. Buona lettura.

“Bisogna prestarsi agli altri e donarsi a sè stessi..” (Michel De Montaigne)

Jon KraKauer è un alpinista, un giornalista ed uno scrittore di successo grazie alla pubblicazione di “Nelle terre estreme”, racconto on the road (e che tutti sapranno verissimo) del giovane Christopher Mc Candless aka Alexander Supertramp. Fresco di diploma e come quando si è giovani anche lui è giovane e bello e con una spiccata propensione a vedere le cose in una maniera diversa e soprattutto a vedersi dentro quelle cose. Francescanamente butta alle spalle tutto il suo, più che discreto, mondo materiale per dedicarsi ad un lungo viaggio in solitudine lungo l’America occidentale, fino alla regione più selvaggia, l’Alaska, dove verrà ritrovato morto due anni dopo l’inizio del suo viaggio.

Chris, anzi Alex, è un ragazzo che si pone delle domande che possono suonare in questa maniera: “chi c’è in questo mondo?”, “da quali persone è composto?”, “se dovessi fare una conta, cosa rimarrebbe?”. Gli interrogativi platonici si struggono di fronte alla sua realtà post adolescenziale: la realtà che ti costringe e, in un paese di autoconvinzioni libertarie come gli Usa, si tratta di una decisione che deve far male ad un ragazzo, quando deve capire dove andare quando invece è stato già tutto deciso. Lo vede in sé, lo vede negli altri e dunque non è difficile capire il suo racconto partendo da questa frase:”sono ragazzi, sono innocenti, sono stupidi e vorrei poterli fermare…”.

Già, il racconto. Il film è infatti raccontato attraverso la voce della sorella, parole fuori campo che aggiungono, al già elevato tasso emotivo della vicenda, il pathos di un’ osservatrice che è sì quanto di più vicino ci potesse essere anche solo per età ed umanità ma anche quanto di più lontano. Chris (Alex) è una meteora che passa nel cielo la cui bellezza, quanto la sua utilità, è così inspiegabile poiché fugace e a cui abbiamo dovuto restituire un significato legato al desiderio per poterlo fare nostro, ancora una volta, fare nostra una cosa del cosmo.

Alex non era questo che intendeva per viaggio “dentro le terre selvagge”, egli ha provato a creare l’impossibile ovvero la convivenza di un uomo contemporaneo nella natura, come se la sua voglia di debolezza nel senso della flessibilità (che si contrappone alla forza rigida di una vita diremmo ancora oggi borghese o quantomeno già assegnata) potesse trovare la sua alcova fra le terre brulle di un deserto e i tanto aspirati ghiacci del quarantanovesimo stato, ultima meta possibile, umanamente possibile e probabilmente non facendo abbastanza i conti con la sua di umanità, tanto da lasciare come commiato un desiderio incondivisibile di felicità da condividere.

In questo, ed è certo, l’opera trae una conclusione dolentissima almeno a mio parere, ovvero l’impossibilità per l’uomo di farsi natura, di tornare ad esserlo nel senso più radicale e di sentirsi sempre e comunque un figlio illegittimo della società che egli stesso ha costruito a sua nuova immagine, l’impossibilità in pratica di ritornare al mondo, di ridarsi al mondo.

Non sempre è un’impossibilità dannosa però, basti riflettere sulla magnifica scena in cui il nostro amico Alex impugna un fucile contro un orso senza riuscire a completare il suo gesto. Ecco, ed è in quella immagine che il senso di quest’opera mastodontica (per umori, passioni,qualità visiva e narrativa e soprattutto in bravura nell’evitare, quasi sempre, il solito racconto americano di redenzione) trova la sua piena finalizzazione, nel non saper rinunciare ad un cuore umano che in quel non gesto è carico di coerenza e tutto sommato di affezione e pietà verso il proprio io, ancor più che verso la nuova (in)ospitale “casa”.

Diviso in capitoli, come per raccontare una nuova esistenza, Into The Wild conta scenari impagabili, tecnica fotografica da sempre sostanziale per i film di Penn, musiche originali scritte(per la maggior parte) dal carisma lirico di Eddie Vedder e nel cast un William Hurt a cui bastano poche pose per far capire da cosa si proviene (il suo pianto disperato sull’asfalto, mentre si aggrappa ai calzoni, rimane un’icona della pellicola, la totale assenza di appigli sentimentali al suo dolore, una vera immagine di piena e realizzata solitudine).

E’ certamente un film sull’ossessione delle responsabilità, del dover essere per forza a posto, del dover fare le cose giuste, del vestire per bene, del pensare per bene, dell’essere per bene, di quel far finta di essere sani che qualche santo laico del nostro paese recitava e sul fatto che le cose, nella nostra vita,debbano andare bene per forza di cose.

Chris (Alex) cancella tutto e traccia un nuovo sentiero, un nuovo modo di pensare che a qualcuno è sembrato egoista e, che nel momento di maggiore sofferenza, è sembrato così anche per lui, ma questo è un racconto drammatico in quanto, come nei migliori film di prigionia, parla la lingua di un uomo la cui libertà rappresenta un veleno per chi è ridotto schiavo.

Uno strano,stranissimo romanzo di formazione in cui il giovane virgulto cresce, fa esperienza e ne muore: la realizza dunque non capendo o capendo fin troppo, morendo a sé stesso.

Devoto probabilmente, nel senso cinematografico del termine, a tutti i racconti che nel passato hanno raccontato storie d’inadeguatezza (il già recensito “Una storia vera” di Lynch, il truffautiano Ragazzo Selvaggio o addirittura il Kaspar Hauser di Herzog).Tutti segnati dallo stesso motto del compagno spirituale Thoreau: “datemi la verità”.

Cinema, letteratura, vita… arte,nel senso più nobile e tristemente difficoltoso: quello di pretendere la verità sognandone un’altra. Chiunque si avvicini o si riavvicini a questa pellicola senta ciò che vuole, Supertramp non potrebbe mai togliervi questa libertà. Ma sappia anche che la sua non è (solo) una storia di rabbia o di ribellione;nel suo cuore più profondo c’è l’eco di un’urgenza che incontra un vuoto e questo vuoto è la regola del gioco.

Non ci rimane che rimettere insieme i pezzi, i nostri.

A presto Eco Punkers!!

Io aggiungerei che, oltre a rimettere insieme i nostri pezzi, ascoltiamo Society di Eddie Vedder, tratto dalla colonna sonora del film.

Quello che non ho, non è Faber

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Quasi nessuno se n’è accorto, eppure sono passati 15 anni dalla scomparsa di Fabrizio De Andrè, il cantautore genovese che con le sue parole ancora attualissime ha fatto riflettere e farà riflettere ancora tante generazioni.
Per questo ci sembra ancora così vivo e vicino a noi.

Non sono qui per scrivere la biografia, anche perchè forse neanche ci riuscirei, ogni canzone composta da lui è un’emozione forte, perciò mi limito a ricordarlo con un suo pezzo del 1981 dall’album Fabrizio De Andrè (Indiano).
Il pezzo in questione è Quello che non ho, narra delle differenze tra i popoli autoctoni e quelli che rappresentano gli oppressori, rappresentate dalle cose che non si hanno ed è introdotto da spari e urla registrati durante una caccia al cinghiale in Gallura.

La mia personale reinterpretazione del brano in questione è in chiave di una sorta di “decrescita felice“, nel senso che “quello che non ho, è quel che non mi manca” e quindi ripenso alle cose che ho in maniera positiva e cerco di vederle in un’ottica costruttiva del fare e di un modo di vivere più lento e sostenibile che forse va ad assottigliare la linea di demarcazione fra oppressi e oppressori. Utopia? Se tutti lo vorremmo forse non lo sarebbe…

Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è un segreto in banca
quello che non ho sono le tue pistole
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.

Quello che non ho è di farla franca
quello che non ho è quel che non mi manca
quello che non ho sono le tue parole
per guadagnarmi il cielo per conquistarmi il sole.

Quello che non ho è un orologio avanti
per correre più in fretta e avervi più distanti
quello che non ho è un treno arrugginito
che mi riporti indietro da dove sono partito.

Quello che non ho sono i tuoi denti d’oro
quello che non ho è un pranzo di lavoro
quello che non ho è questa prateria
per correre più forte della malinconia.

Quello che non ho sono le mani in pasta
quello che non ho è un indirizzo in tasca
quello che non ho sei tu dalla mia parte
quello che non ho è di fregarti a carte.

Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è di farla franca
quello che non ho sono le sue pistole
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.

Quello che non ho…

Istantanee da Nick Cave and the Bad Seeds

L’Eco Punk ama Nick Cave e questo era già stato detto. Il 28 novembre è tornato in Italia con i Bad Seeds: alto, nero, magro e con una voce infernale, ha suonato e fatto impazzire tutto l’Alcatraz di Milano. Il nostro amico Mr Sel Destruct dopo aver recensito il il ritorno di re inchiostro in Italia dopo 5 anni, è tornato a vederlo a Milano e fra lacrime ed emozioni forti (è riuscito anche a stringergli la mano), ci lascia una piccola gallery di immagini del concerto. Buon viaggio.

Scaletta Nick Cave and the Bad Seeds, 28/11/2013, Milano – Alcatraz

We No Who U R
Jubilee Street
Tupelo
Red Right Hand
Mermaids
The Weeping Song
From Her to Eternity
West Country Girl
God Is in the House
Into My Arms
Love Letter
Higgs Boson Blues
The Mercy Seat
Stagger Lee
Push the Sky Away
We Real Cool
Papa Won’t Leave You, Henry
Deanna
Do You Love Me?

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