Sprechi alimentari: le comunità solidali e locali come soluzione ad un problema globale

Secondo la FAO, 800 milioni di persone nel mondo soffrono la fame e contemporaneamente sprechiamo 1,3 miliardi di tonnellate di cibo all’anno, una quantità sufficiente a sfamarne almeno il doppio; in particolare frutta e ortaggi vengono buttati di più rispetto ad altri alimenti perché facilmente deperibili e vulnerabili ai cambiamenti di temperatura durante tutta la filiera dal campo alla tavola. In un pianeta dalle risorse limitate e che nel 2050 conterà 9 miliardi di persone, un simile spreco è un’indecenza. Ma dove finisce tutto il cibo buttato via?

LA FILIERA GLOBALE DELLO SPRECO

Nei paesi in via di sviluppo gran parte dei prodotti si perde dopo il raccolto per la mancanza di strutture adeguate per la conservazione e il trasporto; nei paesi sviluppati, invece, il cibo si spreca nel commercio al dettaglio, quando i commercianti ordinano, servono o espongono troppi prodotti e la gente acquista più di quello che serve realmente, dimenticando gli avanzi nel frigorifero o buttando via cibi deperibili prima della data di scadenza. Lo spreco alimentare oltre a non essere etico, è anche insostenibile dal punto di vista ambientale: produrre cibo che nessuno mangia implica lo sperpero di acqua, fertilizzanti, pesticidi, semi, carburante e terreni.

Si deve ridefinire il concetto di bellezza, non di gusto” afferma Ron Clark, uno dei fondatori di Imperfect, una startup californiana che acquista i prodotti non esteticamente belli dai coltivatori e li rivende a basso costo agli utenti interessati. Il problema alla base è proprio questo: spesso frutta e verdura vengono lasciate nei campi perché non hanno le giuste dimensioni per essere raccolte meccanicamente e a mano non le raccoglie nessuno perché non aderiscono agli standard di bellezza e qualità, quindi sono fuori mercato. I supermercati e i piccoli commercianti ortofrutticoli sono liberi di fissare i propri standard di acquisto ma negli ultimi decenni allestiscono i reparti di frutta e verdura come se fossero negozi di prodotti di bellezza perché le persone acquistano solo i prodotti più belli, spesso a scapito della stessa qualità. Avete mai provato a mangiare una mela bella e perfetta coltivata in serra del supermercato e una meno bella di un piccolo produttore agricolo locale? Assaggiate e poi mi fate sapere se pensate anche voi di non aver mai mangiato una vera mela prima…

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COSA SI PUO’ FARE

Entro il 2050 ci saranno 9 miliardi di persone da sfamare e una delle soluzioni invocate è l’aumento della produzione alimentare globale di una percentuale che va dal 70 al 100% causando un ulteriore inquinamento planetario derivato dall’agricoltura e l’allevamento intensivi. Se riuscissimo a ridurre gli sprechi, cambiare la nostra dieta mangiando meno carne e latticini (per i quali sono necessarie grandi quantità di cereali e altre risorse a fronte di un ridotto apporto calorico), destinare alcuni raccolti alla produzione di biocombustibili, si potrebbe nutrire in modo più sano più di 9 miliardi di persone senza distruggere altre foreste, praterie, zone paludose.

Questo i governi lo sanno bene, tanto che molti si stanno dotando di leggi antispreco fra cui anche quella italiana passata alla Camera con l’obiettivo di ridurre gli sprechi, incentivare la donazione di tutte le eccedenze, promuovere il riciclo. Ma le leggi non bastano, occorre un cambiamento di mentalità partendo dalla consapevolezza dell’insostenibilità di questo sistema alimentare così strutturato per passare a piccole azioni quotidiane che, sommate insieme, possono far davvero la differenza e lanciare un segnale forte di cambiamento.

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Questo è l’intento di Foodsharing: come ridurre gli sprechi creando solidarietà, il primo evento che si terrà a Barletta (BT) il 17 aprile organizzato da Assoimprese in cui interverranno come relatori i ragazzi di Avanzi Popolo e la sottoscritta in qualità di attivista e promotrice che, dopo le varie esperienze dirette di foodsharing in giro per l’Italia e alcune città d’Europa, vuole raccontarle ai suoi concittadini invitandoli a fare qualcosa nel concreto riguardo questa buona pratica. L’obiettivo dell’evento è quello di creare una comunità solidale che coinvolga aziende, associazioni e cittadini, in modo da recuperare il cibo che viene buttato via ma ancora in ottimo stato o prossimo alla scadenza per ridistribuirlo e condividerlo fra chi ne ha bisogno o chi è semplicemente contro lo spreco.

Ecopunker della Bat (Barletta-Andria-Trani), chi viene a sostenerci? E dopo le chiacchiere, si fa aperitivo con cibo rigorosamente recuperato e condiviso!

A Copenaghen il primo supermercato che vende cibo scaduto

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Chiudiamo la settimana con un buona notizia che viene dal nord Europa e che merita sicuramente un post su l’EcoPunk. Dopo la legge in Francia che vieta ai supermercati di buttare cibo invenduto, in Danimarca apre il primo supermercato che vende cibo scaduto.

Il supermercato sito a Copenaghen e chiamato Wefood venderà i prodotti con un prezzo che va dal 30 al 50 per cento in meno rispetto ai supermercati normali. Bjerre dalla Ong Folkekirkens Nødhjælp, ha dichiarato: “WeFood è il primo supermercato del suo genere in Danimarca e forse il mondo in quanto non è solo rivolto a clienti a basso reddito, ma chi è preoccupato per la quantità di rifiuti alimentari prodotti in questo paese”.

Wefood ha preso accordi con Føtex (una delle più grandi catene di supermercati in Danimarca) per il pane e altri prodotti ma anche con un importatore di agrumi, una macelleria e un produttore di frutta organica e barrette di noci. I volontari, inoltre, raccolgono i prodotti dai fornitori.

Negli ultimi cinque anni, la Danimarca ha ridotto del 25 per cento la produzione di rifiuti alimentari e Wefood vuole contribuire, in questo senso, a ridurre le 700.000 tonnellate di rifiuti alimentari che la Danimarca produce ogni anno. Il ministro danese per l’alimentazione e l’Ambiente, Eva Kjer Hansen ha dichiarato:Un supermercato come WeFood è un passo importante nella battaglia per combattere gli sprechi alimentari“.

Se a qualcuno capita di passarci, che ci faccia sapere.

 

Fonte: www.independent.co.uk

Quando il Foodsharing diventa strumento di battaglie nonviolente: la storia di Food Not Bombs

È un periodo fervido e iperstimolante. Tantissimi progetti e collaborazioni che, attraverso uno sforzo comune, stiamo cercando di far diventare realtà. Fra questo marasma di idee, di creatività volta a cercare soluzioni, l’incontro e lo scambio con bellissime persone, oggi torno qui a scrivere su un tema che ho molto a cuore, il Foodsharing.

Vi avevo già parlato della mia esperienza in merito in giro per Milano, Torino e Berlino, esperienza che sarà raccontata venerdì 25 ottobre a Ruvo di Puglia (BA) a “Rendi liberi i tuoi sogni”, un evento sulla cittadinanza attiva, al quale avrò il piacere di partecipare come green blogger e attivista di Foodsharing. Si parlerà di sprechi alimentari, di recupero cibo e redistribuzione, reti e comunità create dalla lotta agli sprechi e alla povertà con l’obiettivo di costruire un’economia alimentare più equa, giusta e attenta all’ambiente, perché utilizzando una frase di Food not Bombs, il “cibo è un diritto, non un privilegio”.

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Da un paio di anni in Italia e in Europa, abbiamo assistito ad un notevole aumento della sensibilità verso gli sprechi e in particolare quelli alimentari, ma volevo condividere con gli ecopunkers la splendida scoperta di Food Not Bombs: un’organizzazione mondiale che da 35 anni ridistribuisce autonomamente e gratuitamente alimenti che altrimenti andrebbero buttati, in spazi pubblici come piazze e strade a chiunque, senza nessun genere di distinzione. Non esiste un leader o un quartier generale in questa organizzazione, ma ci sono un centinaio di gruppi autonomi nel mondo che condividono gratuitamente cibo vegano e vegetariano fra le persone povere, protestando così contro la guerra e la povertà. Per più di 30 anni quindi, attraverso la redistribuzione del cibo, il movimento ha supportato azioni per fermare la globalizzazione, le guerre, lo sfruttamento e la distruzione del pianeta e di tutti gli esseri viventi, compresi gli animali.

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Il primo gruppo di FNB è nato nel 1980 a Cambridge, Massachussetts, da un gruppo di attivisti antinucleare e da allora si sono creati altri gruppi nel mondo a sostegno di battaglie per l’ambiente, diritti dei lavoratori, catastrofi ambientali come l’uragano Katrina o lo Tsunami in Indonesia o ancora in caso di attentati internazionali come quello dell’11 settembre al World Trade Center. Costruire la pace e sostenere le organizzazioni che lavorano per un positivo cambiamento sociale e resistono al all’austerità dettata dai signori della globalizzazione; sempre attraverso il cibo, sempre in strada per e con le persone.

Riassumendo, i 3 principi fondamentali di Food Not Bombs sono:

  1. Servire sempre pasti vegani o vegetariani e gratuiti a tutti senza distinzioni. Cucinando cibo di natura vegetale, si fa fronte al deterioramento del cibo e quindi meno spreco; inoltre attraverso questo tipo di cibo, si persevera nella cultura della nonviolenza compresi gli animali.
  2. Ogni gruppo è indipendente e autonomo e prende decisioni usando il processo del consenso. Questo tipo di principio è anarchico in quanto non ci sono leader e non ci sono voti di maggioranza, ma le decisioni vengono prese fino a quando tutti i partecipanti sono d’accordo e sono contenti di dare il loro consenso (è molto interessante anche leggere sul loro sito come viene spiegato questo tipo di processo consensuale, applicabile a qualsiasi altro tipo di organizzazione e/o progetto).
  3. FNB non è un’associazione di carità e si dedica al cambiamento sociale attraverso la cultura della nonviolenza. L’organizzazione non provvede solo a sfamare i poveri per le strade o durante le proteste civili, ma partecipa pianificando e implementando campagne nonviolente attraverso l’azione diretta durante sit-ins, marce, scioperi e include l’arte, la musica, spettacoli per bambini e tante altre strategie creative.

Questo video spiega in maniera molto semplice la mission di Food Not Bombs:

Sul loro sito inoltre, c’è proprio una guida con i 7 steps per avviare un’organizzazione Food Not Bombs nella vostra città, per cui se interessati, vi consiglio di approfondire. Dovete avere solo un po’ di pazienza nel tradurre dall’inglese.

E pensare che ho conosciuto FNB per caso in Trentino. Me ne ha parlato la proprietaria di un ristorante vegano dopo avermi donato una teglia di moussaka ancora calda che ho condiviso con una famiglia di quattro persone conosciuta il giorno prima… quasi inutile raccontarvi quanto la condivisione del cibo recuperato ha rotto il ghiaccio fra me e la famiglia.

In qualità di green blogger, attivista di foodsharing e viaggiatrice moneyless, parlerò di questo e altro durante l’incontro “Rendi liberi i tuoi sogni” proprio perché viaggiando ho conosciuto e mangiato con tantissime persone e sono felicissima di condividere questa mia esperienza e di approfittare per lanciare una call aperta a tutti per creare un progetto sul Foodsharing nella mia terra d’origine.

Laboratorio di eco-cosmesi al Negozio Leggero di Milano

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E come vi avevo preannunciato, partiamo subito con le news: l’EcoPunk sosterrà il laboratorio di ecocosmesi al Negozio Leggero di Milano! Per chi ancora non lo conoscesse, il Negozio Leggero nasce dall’esperienza dell’Ente di ricerca Ecologos e dal lavoro di Rinova s.c. per proporre al mercato un nuovo modo di fare la spesa: senza imballaggi, quindi più leggera. All’interno del Negozio Leggero potete trovare pasta, legumi, farine, birre, detersivi, cosmetici, birre, tutto rigorosamente sfuso per ridurre il più possibile lo spreco e quindi l’impatto ambientale (per info negozioleggero.it).

In quest’ottica volta alla sostenibilità, il Negozio Leggero e l’EcoPunk si sono ritrovati per proporre il laboratorio di autoproduzione di cosmetici naturali utilizzando le materie prime fornite dal Negozio, ossia farine, sale, bicarbonato, acido citrico, argilla verde per fare in modo di facilitarne la riproduzione a casa.

Non vedo l’ora di autoprodurre!

Per tutti gli ecopunkers di Milano e dintorni, vi aspetto il 4 febbraio in via Anfossi, 13.

Crisi? In Italia aumenta il consumo etico e negli USA chiudono i centri commerciali

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Foto da Rapporto Consumi Coop 2014

In questi giorni ho letto di notizie interessanti riguardo bilanci di fine anno sui consumi. Notizie positive per gli ecopunkers, secondo quanto riportato dal Rapporto Coop “Consumi e distribuzione” redatto in collaborazione con Ref Ricerche e Nielsen sui consumi degli italiani e in un articolo della Repubblica sulle abitudini di acquisto negli USA.

Qual è lo stato degli acquisti e dei consumi? In Italia nel 2014 c’è stato un calo sensibile di acquisti di automobili, abbigliamento e calzature, meno uscite fuori casa per mangiare e meno take away a favore dell’uso della bici (superiore nel Nord Italia, soprattutto a Milano), dell’acquisto di libri e musica in formato digitale e soprattutto, questa la notizia per noi più interessante, del cibo etico e biologico. In particolare lo spostamento verso beni di prezzo inferiore, il ricorso alle promozioni, il nomadismo della spesa, la riduzione degli sprechi e l’utilizzo di internet per avere informazioni sui prodotti, implicano una difesa della qualità del cibo a tutela del potere di acquisto. “Le cicatrici della crisi quindi, sono diventate valori” in cui da rinuncia e necessità, si è passati ad una revisione totale degli stili di vita e di consumo il cui paradigma è l’equazione Mangiare bene = stare bene.

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Il dato significativo sta nell’aumento esponenziale dei vegetariani e vegani, arrivando al 7% della popolazione totale che non acquista e non consuma carne o pesce. Il 31% di loro afferma di non mangiare più carne per rispetto nei confronti degli animali, il 24% per ragioni salutistiche, il 9% per limitare i danni ambientali derivati dagli allevamenti intensivi. In aumento anche l’attenzione alla riduzione dei rifiuti e degli sprechi alimentari, anche se l’Italia con i suoi 150 kg di sprechi alimentari pro capite, è ancora lontana dalla strategia rifiuti zero e dai risultati degli altri paesi europei come Germania o Olanda. Le regioni prime per la riduzione degli sprechi sono la Campania, la Lombardia e la Sardegna.consumoetico

Un aumento insomma della sensibilità e del consumo etico. Il supermercato quindi, diventa finamente l’occasione per sostenere giuste cause, stando attenti durante l’acquisto alla reputazione dell’azienda e al ciclo produttivo del prodotto. Il vero made in Italy rimane sempre il cibo, con Emilia Romagna e Sicilia che trainano l’export di cibo di qualità soprattutto in Germania e USA.

E a proposito degli USA, il cibo italiano va alla grande ma questa non è una novità. La notizia che ha lasciato perplessi noi europei è che il centro commerciale, simbolo del consumismo e del modello di società americana, sta per estinguersi. Non è un sintomo di crisi economica, anzi l’America, felice eccezione mondiale, ha una crescita vigorosa, un mercato del lavoro che tira e consumi in ripresa; a svuotare i centri commerciali tradizionali sono le diseguaglianze. L’ipermercato tradizionale è un modello interclassista e trasversale, studiato appositamente per quell’ampia fascia che era la middle class oramai scomparsa a causa della polarizzazione della società americana: da una parte i lavoratori a salario minimo, dal potere d’acquisto immobile, che vanno a fare la spesa negli ipermercati discount Costco; dall’altra i ricchi che prediligono i grandi magazzini glamour, tipo Saks Fifth Avenue. Nell’ultima decade, una trentina di ipermercati hanno chiuso.

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Centro commerciale abbandonato. Foto da thoughtcatalog.com

Altri 60 potrebbero fare la stessa fine in tempi rapidi. Un fenomeno talmente destabilizzante nell’immaginario collettivo americano, che è nato un sito specializzato per censirli, si chiama prevedibilmente www.deadmalls.com. Il fenomeno dei centri commerciali “morti” sprigiona una sorta di fascino macabro: sembrano città fantasma, cattedrali nel deserto, costruzioni imponenti e spettrali.  E in effetti proprio di recente Hollywood ha deciso di ambientare alcune scene del film Gone Girl in uno di questi centri fantasma*.

In Italia quindi è aumentato il consumo etico, negli USA i centri commerciali chiudono. Che qualcosa stia cambiando? Se così fosse, benvenuta crisi…

Per leggere l’intero Rapporto Coop, leggi il Magazine

Per rinfrescare la memoria, sfoglia la Miniguida al consumo critico by l’EcoPunk!

*da Repubblica.it, Centro commerciale addio, negli Usa crolla il mito dei templi dello shopping

 

Eco Babbo Natale is coming: l'iniziativa di Ecofesta Puglia per ridurre gli sprechi durante le feste

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Ecopunkers come state? Mangiato troppo? Sprecando il meno possibile, spero… Proprio a tal proposito oggi vorrei parlarvi dell’irriverente iniziativa tutta pugliese di Ecofesta Puglia che, con un sarcastico video-tutorial, invita a festeggiare senza sprechi e all’insegna del consumo consapevole. Ecofesta Puglia, la certificazione volontaria che riduce l’impatto ambientale degli eventi, ha lanciato il primo corto della campagna Buonecofeste prima di Natale, per promuovere stili di vita sostenibili. Protagonista del corto è uno strano personaggio, un eco-babbo, che decide di realizzare un video-tutorial per istruire i suoi followers su come risolvere il problema degli sprechi e ridurre l’impatto ambientale, soprattutto in un periodo come quello natalizio, dove aumentano i consumi e in pochi fanno una buona ed efficace raccolta differenziata.

Non si possono sottovalutare, infatti, gli sprechi che avvengono nel periodo natalizio. Secondo i dati della campagna “Food we want” dell’Unione Europea nel 2013 dal 25 dicembre a fine anno, in Italia sono finite nella spazzatura 440mila tonnellate di cibo. Una cattiva abitudine che è pesata nelle tasche degli italiani circa 50 euro in meno a famiglia per un valore complessivo di 1,32 miliardi di euro. E se non dovesse bastare, come spesso accade in occasione delle feste, aumenta il consumo di stoviglie monouso che impiegano dai 100 ai 1000 anni per degradarsi.

Fatti beccare con le mani nel sacco è solo il primo di una lunga serie di video-clip che Ecofesta Puglia ha deciso di realizzare nel corso dei prossimi mesi, per far conoscere le proprie attività, per informare e per diffondere buone prassi.

Sono entusiasta di diffondere questa bellissima iniziativa tutta pugliese che ben si lega alla filosofia ecopunk, perché se siete stati distratti a Natale, potete sicuramente rimediare a Capodanno!

Ecco il video del corto sul canale youtube di Ecofesta Puglia:

Pout pourri con scarti alimentari in vinile riusato

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Eccoci qua nella Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti per proporre il pout pourri in un portaoggetti riusato, un’autoproduzione ecopunk per la casa con gli scarti alimentari, il tema della SERR 2014. Perché eco? Perchè il pout pourri è fatto con foglie secche raccolte per strada, bucce di limone e foglie di karkadè. Perché punk? Perchè il contenuto del vinile era musica leggera, quindi salviamo la buona musica, sbarazzandoci di vinili che non ascoltiamo, e riusiamoli per creare uno svuotatasche rock’n’roll.

Questa autoproduzione è frutto di una collaborazione fra un’ecopunker mia amica, che ha creato il vinile portaoggetti, e me che ho deciso di riempirlo con bucce di limone e karkadè che uso quasi quotidianamente (buttare via quelle foglie color rubino è davvero un peccato…) e foglie autunnali in tinta, che amo raccogliere per strada.

Preparazione

-Per prima cosa mettete a seccare le bucce di limone e le foglie di karkadè all’aria oppure su un termosifone e appena avete voglia, raccogliete un bel po’ di foglie per strada (se siete decadenti come me, vi capiterà spesso di raccoglierle…)

-Prendete un vinile del Quartetto Cetra, Orietta Berti o quel genere lì, accendete il forno a 150° e metteteci il vinile appoggiato su una pentolino a testa in giù e fatelo cuocere per 2 o 3 minuti. A questo punto i bordi del vinile saranno malleabili e date voi la forma che volete. In questo caso la mia amica gli ha dato la forma di un tegame da budino. Fate raffreddare.

-A questo punto tagliate a pezzetti le foglie e le bucce e mettetele in un barattolo di vetro con una decina di gocce di olio essenziale a vostra scelta. Io ho scelto il sandalo, dall’effetto rilassante e distensivo (in una città come Milano, ci vuole…). Conservate al buio per due settimane circa.

-Trascorso il tempo necessario, prendete il vostro pout pourri e versatelo nel contenitore, in questo caso il vinile.

Come avete visto è un’autoproduzione molto semplice, carina ed ecologica. Dopo un po’ il profumo dell’olio essenziale svanirà e non dovete far altro che ripetere l’operazione nel barattolo di vetro o se proprio non avete voglia, versate qualche goccia sul pout pourri e mescolate, le foglie emaneranno di nuovo il profumo.

Essendo tè e limone dipendente, ho scelto di conseguenza la profumazione e tonalità del mio pout pourri casalingo, ma si può fare con bucce di frutta e verdura, rami secchi, pigne, frutta secca, decidete voi cosa metterci in base a quello che consumate di più in casa.

Che ve ne pare? A me piace tanto, soprattutto perché è un’autoproduzione condivisa.

Lo Scarto è servito: torna la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti

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Per il 6° consecutivo anno, torna un’intera settimana dedicata ad azioni ed iniziative volte alla riduzione dei rifiuti. Tema della Serr 2014, che si sta svolgendo in tutta Europa dal 22 al 30 novembre, è lo spreco di cibo. Come sempre, per partecipare alla Serr imprese, pubbliche amministrazioni, associazioni, scuole e cittadini ma anche ospedali, case di riposo, centri culturali, hanno proposto in qualità di Project Developer un’azione relativa a prevenzione e riduzione, riuso o raccolta differenziata che sarà poi vagliata ed eventualmente approvata dal Comitato promotore.

E l’Eco Punk anche quest’anno torna a collaborare con Scartoff (ecobottega) insieme al GASC (Gruppo di Acquisto Solidale e Critico) e il pub San Sebastiano per parlare di scarti alimentari e incentivare le buone pratiche annesse. Tramite tutorial e dibattiti, l’evento si svolgerà seguendo due temi:

1.Dal cibo nasce cosa. Come riutilizzare gli scarti alimentari per creare nuovi oggetti o prodotti, come la colorazione naturale di indumenti (a cura di Scartoff)  o la cosmesi fatta con gli scarti (a cura di l’Eco Punk) o ancora la creazione di saponi ricavati dall’olio esausto.

2.Dal cibo nasce cibo. Il GASC ci illustrerà delle buone pratiche per ridurre gli scarti alimentati, come la creazione del compost o ricette di cucina con gli scarti.

L’evento culminerà ne Lo Scarto è Servito!, l’aperitivo con gli scarti alimentari.

E voi quale buona pratica metterete in atto?

Per saperne di più, leggi l’Evento Serr 2013

Collana e bracciale rock con linguette di lattine

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Fra oli, burri, farine, verdure per cibo e cosmetici, ogni tanto ho bisogno di variare con le autoproduzioni ed ecco quindi il post leggero del venerdì: la collana e il bracciale con le linguette delle lattine. Avevo già visto sul web altre ragazze che si sono cimentate a creare questi bellissimi accessori e, dato il gusto decisamente rock, ho pensato “perché non provarci anch’io?”. Grazie all’aiuto di una mia amica, autoproduttrice anche lei, sono riuscita a portare a termine i miei accessori rock nati dal riuso delle linguette.

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Per una non pratica come me su intrecci e quant’altro, all’inizio non è stato facile ma pian piano poi si comprende come intrecciare e via, si arriva fino alla fine. Per questo condivido la foto trovata su internet che mi ha aiutata a capire meglio l’intreccio. Tutto quello che vi serve è delle linguette di lattine e una fettuccia o nastro, scegliete voi se nero o di un altro colore (ovviamente il nero è rock!) così come anche la chiusura, e il vostro accessorio rock è pronto da indossare!

La collana è di effetto sia su una maglia scollata che sotto il collo delle camicie abbottonate per uno stile new romantic! Invito tutti i rockettari a tentare con questa autoproduzione perché non c’è nulla di più bello di indossare le linguette delle lattine delle vostre birre…

E per chi non ricorda lo stile new romantic, vi invito a guardare e ascoltare i Psychedelic Furs con Pretty in Pink…

Food Revolution: il Supermercato del Popolo a Londra

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 Un supermarket gestito dal popolo per il popolo, che vende il cibo migliore ai prezzi più bassi.

Questo è il claim di un’idea innovativa diventata realtà, per le comunità attente alla sostenibilità e a tutta la filiera del cibo.  A Londra nei pressi del British Museum è attivo The People’s Supermarket, un supermercato gestito da soci-clienti che cucinano anche il cibo in scadenza per non sprecarlo. La novità assoluta sta non solo nella gestione diretta, dove i clienti sono soci e anche commessi a fronte di 25 sterline di iscrizione, ma anche nel non sprecare cibo poiché questo viene preparato nella cucina comune, garantendo prezzi particolarmente convenienti per prodotti di alta qualità.

Il rispetto per l’ambiente dunque si traduce in zero spreco di cibo grazie alla The Peoples’ Kitchen, la cucina che usa i prodotti interni del supermercato per confezionare nutrienti piatti pronti da acquistare, utilizzando le piante coltivate all’interno del supermercato e facendo attenzione a consumare alimenti prossimi alla loro data di scadenza, consentendo di risparmiare almeno 100 Kg di rifiuti al giorno.

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Ma l’idea geniale non finisce qui. Il vantaggio per i clienti-commessi è rappresentato dallo sconto sui prodotti: in cambio di 4 ore di lavoro a settimana possono risparmiare il 20 per cento sui prodotti venduti nel supermercato. Una novità assoluta questa, perché abbatte l’enorme disparità di prezzi e di qualità fra la grande distribuzione e i negozi biologici a cui siamo abituati in Italia, dove molto spesso siamo costretti a scegliere (complice la crisi) il prodotto a più basso costo, non sapendo nulla o quasi sulla provenienza e sulle caratteristiche qualitative, sostenendo così aziende e multinazionali sicuramente poco etiche.

E come se non bastasse, oltre allo status di socio-cliente e gli sconti riservati, c’è la possibilità di partecipare agli eventi culinari, creando una socialità intorno all’alimentazione, l’innovazione e la sostenibilità in una metropoli come Londra in cui il tempo è sempre troppo poco.

Welcome food revolution!

Per saperne di più, visitate il sito thepeoplessupermarket.org