TTIP: il trattato segreto che allarma i piccoli produttori e consumatori europei

Nell’ultimo periodo si è tanto parlato del TTIP con tanto di mobiltazione di una parte dell’opinione pubblica contro il governo “del cambiamento” Renzi e delle istituzioni sovranazionali, in difesa dei piccoli imprenditori e anche di tutti noi consumatori. Ma cos’è il TTIP? Questo post vuole spiegare in maniera semplice e dal punto di vista del consumatore critico, quello che accadrà con la messa in atto del trattato. Andiamo per ordine.

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Il TTIP 

È il trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (in inglese Transatlantic Trade and Investment Partnership) o zona di libero scambio transatlantica (Transatlantic Free Trade Area, TAFTA), è un accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziazione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America. Si tratta di una deregolamentazione che abolirà i dazi doganali uniformando i regolamenti dei due continenti e diminuendo il controllo dei singoli Stati, rendendo così possibile la libera circolazione di merci, investimenti, servizi ed appalti.

Se il progetto avrà successo, sarà la più grande area di libero scambio della storia umana, in grado di coprire oltre il 46% del PIL mondiale e questo, secondo quello che sostiene il governo italiano, porterebbe a un aumento del Pil italiano tra lo 0,5% e addirittura il 4, a più posti di lavoro, più esportazioni (si calcola il 28% in più). Questo progetto è presentato come il primo passo verso la creazione di un’unione transatlantica realizzando l’unità economica del mondo occidentale.

Rischi

Insieme alle barriere tariffarie salteranno anche alcune barriere non tariffarie: controlli e standard minimi richiesti per la circolazione della merce, norme sulle sostanze chimiche tossiche, leggi sanitarie, prezzi dei farmaci, libertà di Internet e la privacy dei consumatori, l’energia, i brevetti e copyright e gli albi professionali. Meno regole potrebbe significare ripercussioni enormi, innanzitutto sul settore agro alimentare che in questa trattativa gli Usa considerano strategico e quindi rischi gravissimi per la salute di milioni di consumatori, per le piccole imprese, per i territori, per il lavoro.

Nel concreto,  i rischi sono:

1. l’ingresso di merci e alimenti di cattiva qualità prodotti dalle multinazionali americane, come vegetali e carne OGM, o prodotti imbottiti di ormoni e fitormoni, contro le quali le leggi nazionali e le comunità locali non potranno opporsi in quanto le leggi e i regolamenti devono sottostare al trattato.

2. Anche le sentenze dei giudici europei non potranno opporsi ai prodotti statunitensi perché il TTIP obbliga i cittadini europei, singoli e in associazione, a rivolgesi, non al giudice nazionale, ma a un tribunale di natura privata per tentare un arbitrato lottando a proprie spese contro gli staff legali delle multinazionali. I cittadini europei, le piccole imprese locali, gli agricoltori, si troverebbero schiacciati dallo strapotere delle grandi corporation americane.

3. Qualora, poi, un’azienda americana volesse iniziare un’attività considerata pericolosa in Europa (come una centrale nucleare o l’estrazione dell gas), nessun tribunale locale potrebbe opporvisi. Inoltre, le multinazionali agroalimentari americane potranno fare incetta di terreni acquistati a poco prezzo dagli agricoltori locali per impiantarvi piantagioni OGM al posto delle coltivazioni dell’agricoltura tradizionale.

4. Altro pericolo riguarda il ribasso dei salari, dal momento che, per la libertà di circolazione, le imprese di un paese potranno applicare in un altro paese i salari vigenti nel proprio: questo sarà un vantaggio solo per le imprese statunitensi, perché, notoriamente, i salari dei lavoratori europei sono molto più alti di quelli americani. Anche i diritti sindacali europei non avranno valore se contrari alle norme sul libero scambio e libera circolazione contenuti nel TTIP, senza possibilità, per i lavoratori, di rivolgersi al giudice del lavoro locale. Anche in questo caso, il lavoratore europeo dovrà rivolgersi a una corte arbitrale statunitense.

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Favorevoli e contrari. Cosa possiamo fare.

Riassumendo quindi se dovesse passare il TTIP, nei nostri supermercati ci ritroveremo bistecche con gli ormoni, pollo trattato con il cloro, cibo geneticamente modificato. Il premier Matteo Renzi lo ha definito “vitale”, come un “cambiamento innanzitutto culturale”. Gli industriali italiani lo considerano una benedizione, gli scettici, invece, lo descrivono come un’apocalisse. Data la massima segretezza del trattato, capire da che parte sta la verità oggi è praticamente impossibile, però possiamo farci un’idea guardando la puntata di Report sui TTIP, seguire la Campagna Stop TTIP Italia (l’EcoPunk ha già firmato) o ancora potremmo affidarci al parere autorevole di una persona che ha fatto della battaglia per le sementi, una ragione di vita. Sto parlando ovviamente di Vandana Shiva che a proposito del TTIP, afferma in un’intervista al Manifesto:

Ttip è un trat­tato sul libero com­mer­cio che dice subito nel pre­am­bolo che è un’iniezione al Wto. E cosa ci ha dato il Wto? Ci ha dato la bre­vet­ti­bi­lità dei semi, la pos­si­bi­lità di imporre royal­ties sulle sementi, e i sui­cidi dei con­ta­dini indiani. Ci ha dato l’imposizione quasi da bulli di un sistema che ha com­ple­ta­mente distrutto le fonti di sosten­ta­mento degli agri­col­tori, e ci ha dato cibo non sicuro. E il Ttip ci darà tutto que­sto, attra­verso tre mec­ca­ni­smi. Il primo è l’eliminazione del prin­ci­pio di pre­cau­zione; il secondo sta nel raf­for­za­mento delle leggi sulla pro­prietà intel­let­tuale fatto in modo da sup­por­tare la Mon­santo e inde­bo­lire gli agri­col­tori. E il terzo asse por­tante è l’istituzione di tri­bu­nali sovra­na­zio­nali, diversi da quelli degli Stati, a cui le imprese potranno rivol­gersi se le leggi nazio­nali non rispet­tano i loro dik­tat. Que­sto signi­fi­cherà isti­tuire un vero e pro­prio potere delle mul­ti­na­zio­nali che potranno atten­tare ai diritti sta­bi­liti nelle costi­tu­zioni nazio­nali. Costi­tu­zioni nate dall’impegno dei popoli in secoli di bat­ta­glie per la con­qui­sta delle libertà indi­vi­duali. Quindi, quello che por­terà il Ttip è la fine della demo­cra­zia, la fine della sicu­rezza ali­men­tare e la fine della pos­si­bi­lità per tutti noi di costruirci una vita dignitosa.

Io un’idea me la sono già fatta. E voi?

Approfondimenti

Per leggere l’intera intervista: Vandana Shiva: la fine della democrazia

Consulta e firma la petizione: Campagna Stop TTIP Italia

 

Info da Corriere della Sera, Il Manifesto, Wikipedia, Report.it, Stopttipitalia.net

Gaza: Garnier fa un passo indietro dopo le campagne di boicottaggio di BDS

bdsRicordate l’episodio della scorsa settimana in cui Garnier aveva inviato cosmetici in Israele? E ricordate la risposta ecopunk del Gel Doposole autoprodotto? Ritorno dalle vacanze con una notizia positiva. Garnier, l’azienda di cosmetici a cui fa capo il colosso L’Oréal, si è scusata e si è detta profondamente rammaricata per il pacco omaggio con shampoo, balsamo e make-up, inviato alle soldatesse israeliane. Scuse non arrivate a caso, ma in seguito alla minaccia di una pesante campagna di boicottaggio da parte del BDS (Boycott, Divestment and Sanction), l’organizzazione che dal 2005 promuove campagne di boicottaggio nel mondo di prodotti israeliani per costringere lo stato ebraico ad adeguarsi alle risoluzioni delle organizzazioni internazionali sulla questione palestinese.

Una campagna che, attraverso la rete, è stata talmente efficace da mettere in allerta le autorità israeliane. Secondo il ministro delle finanze Yair Lapid il successo della campagna rischia di causare un danno incalcolabile all’economia del paese. Solo lo scorso anno, le società che producono nelle colonie israeliane hanno subito perdite per 14milioni di dollari mentre le esportazioni sono scese del 14% in seguito ai molti contratti non rinnovati con aziende israeliane, soprattutto da catene commerciali europee*.

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La rete del Bds è diventata sempre più fitta, tanto da costringere le multinazionali a stare lontani da Israele per timore di perdere clienti e profitto che, a sua volta, ha peggiorato la situazione approvando lo scorso anno una legge che rende reato le campagne interne di boicottaggio. L’immagine del paese è sempre più simile a quella del sud Africa dell’apartheid: anche nell’arte, sono centinaia gli artisti e i musicisti che non si esibiscono in Israele o che si scagliano apertamente contro la sua politica, tra loro Roger Waters, Pearl Jam, Coldplay, U2 e Bruce Springsteen. Segnali di come anche la musica può essere uno strumento per fare opposizione.

A chi mi chiede se il boicottaggio può cambiare realmente le cose, questo articolo è la risposta a tutti i dubbi, alla noia, all’immobilismo. Boicottate, autoproducete e consumate in maniera critica e forse avremo un mondo più equo e pulito.

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APPROFONDIMENTI

Per un ripasso sui prodotti da boicottare, leggi Ripudia una guerra ingiusta, boicotta Israele

Per saperne di più su Roger Waters e Israele, leggi qui

Per conoscere meglio la rete del BDS, clicca su www.bdsItalia.org

 

*Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano

Ripudia una guerra ingiusta, boicotta Israele!

boicottaisraele   In questi giorni sono sotto gli occhi di tutti le immagini di ciò che sta accadendo nella striscia di Gaza. Peccato però che molti media ignorino completamente il genocidio in atto messo a punto da Israele a danno di tantissimi civili palestinesi completamente disarmati di fronte al delirio di superpotenza di Israele.

Non terrò una lezione di storia sul conflitto arabo-israeliano, ma il dato certo è che la politica israeliana non è mai stata trasparente dal secondo dopoguerra in poi, occultata e aiutata da tutte le grandi potenze, USA in primis. Vedetelo un po’ come uno stato che dietro le quinte, muove i fili per fare in modo che tutto mantenga intatto il proprio tornaconto. I soldi e la potenza di Israele sono macchiati di sangue, di sfruttamento, di complotti, di morte. Può sembrarvi esagerata come tesi, ma un mio studio approfondito della storia contemporanea dimostra tutto quello che ho scritto finora (la mia tesi di laurea in storia della bomba atomica mi ha illuminata su vari episodi in cui Israele non si è mai tirata indietro di fronte alla corsa agli armamenti, anzi segretamente sovvenzionava anche altri stati a scapito di alcuni scienziati “stranamente” spariti e di civili morti per fare esperimenti di perfezionamento di armi nucleari).

Ho detto che non ci sarà una lezione di storia e per questo mi fermo qui, il mio intento è dare il mio piccolo contributo per far vedere le cose diversamente da come le mostrano i media nazionali e dare degli strumenti per far sentire la propria voce in maniera concreta. Cosa può fare un semplice cittadino davanti all’orrore taciuto nella striscia di Gaza? Ve ne ho già parlato mesi fa e torna utile oggi. Vi ricordate il primo punto della mia miniguida al consumo critico? L’informazione e il boicottaggio, l’unica arma pacifica che abbiamo in nostro potere per dirottare la politica e le multinazionali che la finanziano, verso scelte più etiche e sostenibili, perché se compro un cosmetico o un’arancia, devo sapere se il mio acquisto è macchiato di sangue!

Per tutti coloro che vogliono boicottare i prodotti israeliani come arma di pressione per ottenere la cessazione del blocco di Gaza e la fine dell’occupazione dei territori palestinesi segnalo i principali prodotti israeliani in commercio, nonché i prodotti delle imprese che sostengono lo Stato di Israele. Cominciamo col dire che quasi tutti i codici a barre dei prodotti israeliani iniziano con il 729 (come vedete nella foto in alto) e i prodotti in questione sono: Carmel (frutta e verdura) – Jaffa (frutta e verdura) -Kedem (avocadi) – Coral (ciliege) – Top (frutta e verdura) -Beigel (biscotti aperitivi) – Hasat (agrumi) – Sabra (pasti completi) – Osem (minestre, snacks, biscotti, pasti completi preparati) – Dagir (conserve di pesci) – Holyland(miele, erbe) – Amba (conserve) – Green Valley (vino) – Tivall (prodotti vegetariani) – Agrofresh (cetrioli) -Jordan Valley (datteri) – Dana (pomodori ciliege) – Epilady (apparecchi di depilazione) – Ahava (cosmetici del mare morto).

I prodotti delle imprese che sostengono lo Stato di Israele (USA o europee):

COCA-COLA – Marche del gruppo: Aquarius, Cherry Coke, Fanta, Nestea, Sprite, Minute Maid, Tropical.Quest’impresa sostiene lo Stato di Israele dal 1966.

DANONE – Marche del gruppo: Arvie, Badoit, Belin, Blédina, Phosphatine, Chipster, Evian, Galbani, Gervais, Heudebert, Lu, Taillefine, Volvic. Danone ha appena investito nel Golan, territorio siriano occupato dal 1967 da Israele.

NESTLÉ – Marche del gruppo: Aquarel, Cheerios, Crunch, Frigor, Friskies, Galak, Golden Grahams, Kit Kat, Maggi, Mousline, Nescafé, Ricoré, Quality Street, Vittel, Perrier, Buitoni. La società svizzera possiede il 50,1% dei capitali della catena alimentare Osem israeliana. La ditta è accusata dagli anni 50 di distruggere l’economia e la salute dei popoli del terzo mondo, in particolare con l’imposizione dei suoi latti in polvere per bambini in Africa, in Asia ed in America latina.

INTEL – questa grande impresa produce la maggior parte dei chip PENTIUM 4 utilizzati dagli elaboratori PC nella sua fabbrica di Kyriat Gat, installato nel sito di Iraq Al-Manshiya, un villaggio palestinese raso al suolo dopo il suo sgombro nel 1949 da parte dei soldati egiziani. 2.000 abitanti furono cacciati della loro terra, nonostante un impegno scritto dei sionisti, sorvegliato dalle Nazioni Unite, di non toccare la popolazione. Una campagna dei loro eredi agli USA nel 2003 ha indotto INTEL a sospendere un progetto d’investimento di 2 miliardi di dollari per un’ampliamento della fabbrica Fab 18 di Kyriat Gat.

L’Oréal – Marche del gruppo: Biotherm Cacharel Giorgio Armani Parfums, Lancôme, Vichy, Roche-Posay, Garnier, Helena Rubinstein, Gemey-Maybelline, Jean-Louis David Shampooings, Le Club des créateurs de beauté (vendita di prodotti cosmetici per corrispondenza), Redken 5th Avenue, Ralph Lauren profumi, Ushuaïa. L’Oréal ha anche investito milioni creando un’unità di produzione a Migdal Haemeck, a tal punto che il congresso ebreo americano ha espresso la sua soddisfazione nel vedere L’Oréal “diventare un amico caloroso dello Stato di Israele”.

ESTÉE LAUDER – Marche del gruppo: Aramis, Clinique, La Mer, DKNY, Tommy Hilfiger Oltre ai suoi investimenti, il direttore è il presidente di una delle organizzazioni sioniste più potenti negli US, il Fondo Nazionale Ebreo.

DELTA GALIL – quest’impresa israeliana è specializzata nel subappalto di prodotti tessili in particolare in quello degli indumenti intimi. Numerosi indumenti intimi di marchi stranieri provengono così direttamente dalle fabbriche di delta Galil. È il caso di Marks & Spencers, Carrefour (Tex), Auchan, Gap, Hugo Boss, Playtex, Calvin Klein, Victoria’s Secret, DKNY, Ralph Lauren.

LEVI STRAUSS JEANS CELIO (depositi specializzati negli abiti per uomini) Quest’imprese finanziano le nuove colonie in Palestina ma anche le scuole degli estremisti religiosi nel mondo.

TIMBERLAND (abiti, scarpe, calzini) – come il suo omologo Ronald Lauder, il Presidente di Timberland Jeffrey Swartz è un membro attivo della lobby sioniste US. Ha incoraggiato la Comunità ebrea US a trasferirsi in Israele ma anche inviato soldati israeliani per dirigere la propaganda pro-israeliana negli USA.

DISNEYLAND – l’impresa Disney non ha nulla di idilliaco e contribuisce, con il suo sostegno ad Israele, a seminare la morte in Palestina. Approva così tacitamente l’occupazione illegale di Gerusalemme-Est facendo di Gerusalemme in occasione di un’esposizione al centro Epcot in Florida la capitale di Israele, ciò in violazione delle risoluzioni internazionali dell’ONU.

NOKIA – il gigante finlandese della telefonia commercia attivamente con lo Stato di Israele. In un’intervista al Gerusalemme Post, il direttore del gruppo dichiarava: che Israele faceva parte delle priorità dell’impresa. Un centro di ricerca Nokia è così nato in Israele.

MC DONALD’S – impresa emblematica dell’imperialismo culturale US, la celebra catena di ristoranti fast food porta un sostegno non trascurabile allo Stato israeliano. McDonald’s dispone di 80 ristoranti in Israele e vi impiega quasi 3000 dipendenti. Proibisce al suo personale di parlare arabo. Agli USA, l’impresa appare fra i partner dell’organizzazione sionista “Jewish Community„ con sede a Chicago. Quest’organizzazione lavora infatti per il mantenimento dell’aiuto militare, economico e diplomatico fornito dagli USA ad Israele.

CATERPILLAR (attrezzature per costruzioni ma anche, abiti, scarpe) – un’ampia campagna deve essere condotta per denunciare la partecipazione criminale di Caterpillar alle distruzioni delle case in Palestina con i suoi bulldozer giganti. È con un Caterpillar che la pacifista americana ebrea Rachel Corrie è stata uccisa da un soldato israeliano nel 2003.

La catena alberghiera ACCORHOTEL (Etap, Ibis, Mercure, Novotel, Sofitel) – questa catena ha molti hotel in Israele, e recentemente, essa ha aperto una succursale nei territori siriani occupati, il Golan. Le catene alimentari presenti nelle colonie israeliane: Domino Pizza, Pizza Hut, Häagen Daaz, Burger King.

Altri prodotti: Sigarette Morris (tra cui Marlboro), prodotti Kimberly-Clarck (Kleenex, Kotex, Huggies),SanDisk (informatica), Toys RUS (giocattoli).

L’Eco Punk è contro qualsiasi guerra e sceglie di agire in questo modo, poi ad ognuno la propria scelta etica.

Per sfogliare la miniguida al consumo critico, clicca in basso

Lista dei prodotti dal sito: Osservatorio nazionale dei diritti

Stevia, dolcificante naturale e pianta ecopunk

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Ecco la nuova arrivata nel mio orto sul balcone. Vi presento la stevia, un dolcificante naturale, 10/15 volte più dolce del comune zucchero bianco e può considerarsi a tutti gli effetti una pianta ecopunk. Perchè?

Un po’ di storia

Questa questa pianta ha origini lontane, è conosciuta da molti popoli, oltre che per il suo potere dolcificante, anche per le sue proprietà medicinali ed è stata usata dagli indiani per le sue doti curative per centinaia di anni, come cura contro il diabete.

Cioè, la natura ci ha dato una cura contro il diabete? Sembra fin troppo facile… L’uso della Stevia nei prodotti alimentari è stato in passato limitato in Europa e negli USA, infatti nel 2000 la Commissione Europea , seguendo le opinioni del Comitato Scientifico per gli Alimenti – SCF, ha deciso che la Stevia Rebaudiana (pianta ed estratti secchi) non può essere inserita nel mercato comunitario come alimento o come semplice ingrediente, dato che alcuni suoi componenti alle dosi testate, come lo steviolo e lo stevisoide, erano considerati genotissici.

In seguito a ciò la Food And Drug Administration (FDA) ne ammise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. L’Unione Europea il 14 aprile 2010 ha approvato l’uso della Stevia come Food Additive, così come è accettato in Svizzera e storicamente in tutti Paesi latino-americani.

Oggi è approvato ufficialmente l’uso in 10 paesi, inclusi Giappone, Paraguay e Brasile. Negli USA può essere venduta come supplemento dietetico ma non come dolcificante o additivo per cibi. E’ comunque generalmente usata nei soft drinks, nei chewing-gum, come tavolette dolcificanti, negli sciroppi e nei prodotti farmaceutici.

Ma perché all’improvviso questa pianta, curativa da secoli, appare tossica?

La cospirazione

Dopo la decisione della FDA (del quale noi tutti ecopunkers ci fidiamo molto… ricordo la vicenda degli ormoni nel latte e nella carne, del mais ogm della Monsanto) e dell’Unione Europea, in molti paesi sono sorte controversie e contestazioni, facendo affermare l’esistenza di una cospirazione commerciale, interessata a contrastarne l’uso e a favorire invece i dolcificanti artificiali come in primis l’aspartame, dichiarato collegato (dalla stessa FDA) all’insorgenza di tumori al cervello, ad una comprovata neurotossicità, oltre ad essere la causa di “92 sintomi” allarmanti, come cecità, problemi neurologici (parkinson, alzhaimer) e vascolari, paralisi.

A questo punto c’è da chiedersi, chi ha interesse a boicottare la stevia? Le ipotesi ci sono e non sembra che rimangano tali. Ad esempio si pensi al fatto che la pianta non è brevettabile e quindi non sfruttabile, oppure si pensi alla perdita in termini economici delle potentissime industrie e coltivazioni collegate (coltivazioni di barbabietole e di canna da zucchero, raffinerie, trasporti, ecc.) se si diffondesse l’uso domestico della stevia al posto dello zucchero raffinato o ancora possiamo pensare alle lobby chimiche-farmaceutiche e alla fine dei loro preziosissimi (e quasi tutti dannosi) dolcificanti di sintesi.

A luglio 2012 è stata autorizzata la produzione e la vendita di stevia nell’Unione Europea come dolcificante alimentare. La Direzione generale Salute e tutela dei consumatori della Commissione Europea ha approvato il regolamento degli estratti di Stevia (glicosidi steviolici) da usare come dolcificante a livello europeo. La Coca Cola in Giappone la usa come dolcificante per la Coca Cola Light (Diet Coke). Viene coltivata estesamente e consumata in Thailandia, Israele e Cina, ed in genere in tutta l’America meridionale, dove è usata da secoli come dolcificante ma soprattutto come pianta medicinale. In Brasile è utilizzata come rimedio della medicina popolare per il diabete.

Il 10 aprile del 2003 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede di rivedere le norme di utilizzo di edulcoranti quali l’aspartame e la stevia. Nello stesso provvedimento si limita pesantemente la quantità massima di edulcoranti nelle bibite gassate.

Utilizzo: veniamo al dunque

Dopo tutta questa serie di fatti storici, ognuno tragga le sue conclusioni. Io un’idea me la son fatta, tanto da acquistarla presso un vivaio della mia zona e sono fiera di averla sul mio balcone, perché è fantastico avere a disposizione a costo zero, un dolcificante naturale privo di calorie, che non altera la glicemia e che fa guerra alle multinazionali.

Le foglie di stevia si possono utilizzare sia fresche (basta una foglia in una tazza da caffè), che polverizzate, dopo averle precedentemente fatte essiccare, in modo da avere lo zucchero di stevia. Per dolcificare una tazza di tisana o di tè ne basterà la punta di un cucchiaino. Per un impasto da 400 grammi di farina, occorreranno solo 4 grammi di stevia essiccata, polverizzata o sbriciolata. Le foglie di stevia possono essere utilizzate anche per la preparazione di altri dolci, come le torte. Bisognerà regolarsi con la quantità in base al gusto personale, ricordando che la stevia ha un potere dolcificante anche di 100 volte superiore allo zucchero.

Il mio primo utilizzo è stato una foglia fresca di stevia in una tisana snellente con tè verde e betulla. Per il momento ho messo a seccare le foglie e proverò ad utilizzarle per preparare dei dolci sani e superlight.

E voi? Qualche idea?

Info da Disinformazione.it

Miniguida al consumo critico (I parte): l'informazione e il boicottaggio

consumo criticoEssere un consumatore critico è una scelta consapevole che richiede pazienza e buona volontà, ma col tempo assicura un buon grado di soddifazione durante l’acquisto e il consumo di un determinato prodotto o servizio. Nel post precedente ho mostrato come stanno cambiando gli acquisti degli italiani, scegliendo soluzioni sempre più sostenibili, ma da dove iniziare? Come vedete in alto, ho creato un grafico che riassume in cinque punti fondamentali, i passi da fare per diventare un consumatore critico e responsabile per sè e per l’ambiente. Andiamo per punti.

1. INFORMAZIONE E BOICOTTAGGIO

L’informazione è tutto, è il primo passo per diventare un consumatore critico e ci aggiungerei anche un “buon cittadino”. Prima di acquistare qualsiasi cosa, dobbiamo essere curiosi e porci delle domande sul tipo di produzione, sul trattamento riservato ai lavoratori, sull’impatto ambientale dell’azienda, sul tipo di profitto ricavato, sullo sfruttamento di risorse e persone.

Siamo bombardati da milioni di prodotti ogni giorno e molto spesso si ha l’illusione di poter scegliere. Ma cosa avranno in comune la L’Oreal con la Nestlè? O credete che la pasta Barilla sia davvero made in Italy? Magari un brand è conosciuto per le sue irresistibili barrette al cioccolato e per i suoi cereali, eppure nasconde una dura verità dietro l’angolo. Magari sempre quel brand, tra i suoi business, vende armi o sfrutta i bambini in un paese svantaggiato o distrugge l’ambiente. Ignoriamo un’infinità di relazioni tra aziende e per questo la miglior arma è informarsi.

graphic-300dpi-illustrator-english[1]Esistono le 10 sorelle che controllano la quasi totalità del cibo e di tutti i prodotti da banco del supermarket. Nel 2013 un essere umano su otto continua a morire di fame, mentre le 10 sorelle accumulano miliardi e non solo. Esistono multinazionali che addirittura finanziano armi e regimi dittatoriali, inquinano la nostra terra, impoveriscono intere comunità di persone, le più famose e potenti sono Nestlé – Mitsubishi – Nike – Shell – McDonald’s – Walt Disney – Barilla – Kraft – Total –  Henkel – Philip Morris – Unilever – Agnelli – Procter&G – L’Oreal – Parmalat – Novartis – Montedison.
Sembra strano ma non vi sto annunciando nulla di esagerato, anzi rendetevi conto voi della realtà, guardando questa lista di Disinformazione.it, dove sono elencate tutte le cattive azioni delle corporations citate, tutto in nome del profitto e del potere.

Incredibile, siamo circondati da prodotti di aziende eticamente scorrette. Cosa può fare un comune consumatore davanti a codeste corporations così ricche e potenti? Una soluzione c’è ed è l’unica pacifica possibile, il boicottaggio etico-strategico. Consiste in una forma di ribellione e rifiuto di quei prodotti eticamente scorretti, ma in maniera strategica, cioè facendo in modo che il boicottaggio porti dei danni economici alle aziende accusate di comportamenti scorretti. Di solito si porta avanti l’azione affinché l’azienda subisca un calo delle vendite dal 2 al 5% circa, percentuale ritenuta sufficiente a condizionare i comportamenti dell’impresa*. Si tratta di evitare di comperare e, quindi, sostenere prodotti derivanti dallo sfruttamento umano e del pianeta, prodotti fabbricati da persone, spesso bambini, in condizioni di lavoro disumane.

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Questa quindi è l’unica maniera che ogni persona/consumatore possiede per modificare il sistema economico, scegliendo di non sovvenzionare marche e prodotti derivanti da una mera logica di mercato e sostenere i prodotti di aziende eticamente corrette diventando così consum-attori, persone attive che sono capaci di scegliere e, tramite questa scelta di acquisto, esprimono il loro modo di essere. E’ necessaria la partecipazione di tante persone e il successo di un boicottaggio dipende dalla sua capacità di diffondere il messaggio e, grazie a internet con i siti web, i blog, i forum, le mailing list, la capacità di comunicazione dei movimenti di boicottaggio è aumentata.

Il simbolo delle accuse globali alle multinazionali, e vittima di uno dei più grandi boicottaggi, è senza dubbio la catena McDonald’s che è l’antonomasia della multinazionale globalizzata: 30 mila ristoranti in 119 Paesi nel mondo, ogni giorno 47 milioni di clienti di cui 650 mila in Italia. Le accuse vanno da questioni alimentari, passano per l’ambiente e arrivano dritto ai lavoratori. I panini sono accusati di favorire una cattiva alimentazione, istigare all’obesità, veicolare sofferenze cardiovascolari. Nei menù si condanna l’utilizzo di polli e vitelli allevati in batterie. Dal punto di vista ambientale, McDonald’s è insostenibile nel massiccio utilizzo di carne, la cui produzione ha un impatto notevole sull’ecosistema, nell’impressionante spreco di imballaggi per lo più non riciclabili, nell’utilizzo di organismi geneticamente modificati. McDonald’s è accusata anche di utilizzare lavoro precario e poco sindacalizzato. A differenza che negli Usa, in Italia la pressione su McDonald’s non sembra aver inciso sulle politiche dell’azienda, che in ogni caso si premura di monitorare gli umori della società civile.

Altri casi di boicottaggi famosi sono senz’altro quello della Nike e Reebok per le condizioni di sfruttamento minorile e delocalizzazione della produzione, o quello della Nestlè per il latte in polvere, causa di migliaia di morti infantili nel Terzo Mondo, o ancora quello delle banche che finanziano la produzione di armi.

buycott1024[1]Oltre all’informazione su internet, c’è anche un altro strumento che ci viene in aiuto: l’app Buycott, che aiuta a rivelare quali multinazionali si nascondano dietro i loghi e le etichette dei prodotti comunemente in vendita, in modo da poter orientare i propri acquisti verso delle alternative maggiormente sostenibili dal punto di vista sociale ed ambientale. La App, progettata anche per svelare la provenienza dei prodotti più insospettabili, è un’opera del programmatore freelance Ivan Pardo e consente di analizzare i codici a barre di qualsiasi prodotto e di informare se esso sia legato ad un marchio appartenente ad una multinazionale, ma anche di seguire alcune campagne contro le multinazionali maggiormente sotto accusa per i loro comportamenti insostenibili.

Il boicottaggio quindi, è l’unica arma che abbiamo perchè le corporations sono sensibili al boicottaggio in quanto comporta una serie di implicazioni finanziarie, può inficiare l’immagine e la reputazione aziendale. Questa è una componente molto importante soprattutto nella Grande Distribuzione Organizzata, dove il boicottaggio può assumere, davvero, un ruolo determinante nell’indurre ad un cambio di rotta.

Una volta prese le info e quindi boicottati determinati prodotti, c’è la fase più piacevole, quella dell’acquisto consapevole, di cui vi parlerò nel prossimo post.

*Info da www.unimondo.org/Guide/Economia/Boicottaggio

Difendi la libertà dei semi tradizionali, disobbedisci!

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Con la sentenza del 12 luglio, la Corte di Giustizia della UE ha confermato il divieto di commercializzare le sementi delle varietà tradizionali e diversificate che non sono iscritte nel catalogo ufficiale europeo, una direttiva in vigore fin dal 1998 che riserva la commercializzazione e lo scambio di sementi alle ditte sementifere, ovvero le multinazionali (Monsanto in primis), vietandolo agli agricoltori. Sì avete capito bene, quello che gli agricoltori hanno fatto per millenni è diventato fuorilegge e non solo! Sono state bandite anche tutte quelle associazioni impegnate nel recupero delle varietà antiche e tradizionali che preservano e distribuiscono semi fuori dal catalogo ufficiale europeo.

Dal 2 ottobre Anniversario della nascita di Gandhi, al 16 ottobre Giornata mondiale dell’Alimentazione, si celebrano due settimane di disobbedienza per difendere la libertà di piantare e scambiare semi tradizionali, contro l’agricoltura industriale guidata dalle multinazionali che ha distrutto il 75% della biodiversità sul nostro pianeta, causando la denutrizione di 1 miliardo di persone e di altrettante 2 miliardi che soffrono di malattie legate alla denutrizione.

L’invito alla disobbedienza è firmato Vandana Shiva. Fisica di formazione e attivista politica per vocazione, si occupa da decenni di diritti sulla proprietà intellettuale, di biodiversità, biotecnologie, bioetica e ingegneria genetica. Nota al grande pubblico per le sue battaglie contro l’introduzione di Organismi Geneticamente Modificati in India, ha ricevuto nel 1993 il Right Livelihood Award ed è l’attuale vicepresidente di Slow Food, impegnandosi affinché la politica delle multinazionali, non porti le comunità contadine del terzo mondo a scomparire definitivamente e sostenendo la sicurezza e la sovranità alimentare. Durante la sua ultima visita a Roma ha affermato “È nostro dovere proteggere la diversità dei nostri semi, e il diritto degli agricoltori a custodirli, riprodurli e scambiarli liberamente”.

COSA SI PUO’ FARE CONCRETAMENTE

-firmare la Dichiarazione per la Libertà dei Semi

-dare inizio a una Banca dei Semi Non Brevettati e Non OGM

-organizzare scambi locali di Semi Non Brevettati e Non OMG.

-organizzare un evento di seed bombing (qui un tutorial)

-dichiarare “Zona dei Semi Liberi” la vostra casa, la vostra Associazione /Azienda, il vostro quartiere, il vostro paese, la vostra città, provincia, regione. Zona in cui i brevetti sui semi, gli OGM, le leggi contro il diritto dei coltivatori e dei cittadini a salvare e scambiare I propri semi sono considerate illegittime.

Proprio per questo l’Eco Punk, aderisce all’iniziativa inserendo uno stickers ufficiale e dichiarando questo blog Zona dei Semi Liberi.

zona semi liberi

Per saperne di più:

www.navdanyainternational.it

seedfreedom.in

www.vandanashiva.org