16-22 settembre: Settimana Europea della Mobilità Sostenibile

sem2014

Oggi inizia la Sem, Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, un’iniziativa promossa dalla Commissione Ue con l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini sull’impatto dei trasporti sulla qualità dell’aria e incoraggiarli a usare mezzi alternativi all’auto privata. “Our streets, our choice” è lo slogan dell’edizione 2014, che si terrà da oggi al 22 settembre, e che vuole diffondere consapevolezza sul legame tra le scelte di mobilità – e quindi il traffico motorizzato e l’inquinamento atmosferico delle città – e una migliore fruizione degli spazi urbani. Lo slogan si lega all’altra campagna intitolata Do the right mix, di cui vi avevo già parlato l’anno scorso, che invita a trovare il giusto mix fra le modalità di spostamento (guarda qui il video promozionale).

Per diversi anni le politiche di mobilità realizzate in tutta Europa hanno privilegiato la circolazione delle vetture private – modalità di trasporto che necessita di una grande quantità di spazi, è costosa ed altamente inquinante – a scapito di altre forme di trasporto, quali la mobilità ciclistica, pedonale o il trasporto pubblico locale. Come risultato, le nostre città hanno visto crescere i livelli di traffico ed inquinamento, a fronte di una riduzione degli spazi per la ricreazione e il tempo libero, con il conseguente e inevitabile abbassamento della qualità della vita. Tradizionalmente, per fronteggiare il problema della congestione urbana la soluzione alla quale si è fatto ricorso è stata quella di costruire nuove strade o di allargare quelle già esistenti. Ricerche ed analisi, tuttavia, hanno dimostrato che questa, lungi da essere la soluzione al problema, ne costituisce, in realtà, un ulteriore aggravamento, con più persone che optano per spostamenti in auto.

Il Ministero dell’Ambiente aderisce anche quest’anno alla Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, condividendone gli obiettivi, svolgendo un ruolo di coordinamento nazionale e di supporto delle iniziative e degli eventi attuati da Comuni e associazioni, nonché promuovendo la partecipazione attiva dei cittadini e specifiche azioni a carattere nazionale.

Allora che aspetti? Vai sul sito www.settimanaeuropea.it, trova l’evento più vicino a te, prendi la bici e partecipa!

Ma il Mare non vale una Cicca: la campagna di Marevivo con Max Giusti per ridurre i rifiuti in spiaggia

Max Giusti, il popolare conduttore televisivo è il testimonial per quest’anno della campagna Ma il mare non vale una cicca promossa da Marevivo, JTI (Japan Tobacco International), con il supporto del Sindacato Italiano Balneari, il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e il sostegno del Corpo delle Capitanerie di Porto. Per il sesto anno, il 2 e il 3 agosto oltre 1000 volontari hanno distribuito 120 mila posacenere tascabili, lavabili e riutilizzabili lungo gli 8 mila Km di coste italiane, per chiedere ai bagnanti di non lasciare le cicche di sigaretta in spiaggia e in mare.

Un ponte di 500 km composto interamente da cicche che collega Roma e Cagliari. Quando ho provato a focalizzare quest’immagine sono rimasto a bocca aperta”. Con questa affermazione Max Giusti spiega il motivo della scelta di fare da testimonial alla campagna per ridurre i rifiuti in spiaggia. I mozziconi di sigaretta sono tra i rifiuti più altamente inquinanti che possono finire nei mari e negli Oceani e la degradazione avviene in circa 5 anni. Peraltro le cicche di sigaretta sono tra i rifiuti più presenti proprio nel Mar Mediterraneo e rappresentano tra il 30% e il 40% dell’immondizia che si trova in acqua.

Una piaga, quella dei rifiuti in spiaggia, in cui ognuno nel proprio piccolo può fare qualcosa. Come? Portandosi con sé un posacenere tascabile, avendo cura di spegnere e gettare le cicche nella spazzatura (anche a costo di bruciacchiarsi un po’ le dita) e magari facendo pressione sui gestori di lidi e locali in spiaggia, affinché aumentino il numero dei posacenere o mettano dei bidoni per la raccolta differenziata.

Ognuno, col suo piccolo gesto, può fare la differenza e salvaguardare le nostre splendide coste.

Arriva il gran caldo: piccoli consigli a basso impatto per rinfrescare gli ambienti

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Penso sia capitato a tutti di passeggiare per le vie del centro e passare davanti a tanti negozi con l’aria condizionata sparata a mille e le porte aperte, oppure ancora ascoltare di gente che per asciugarsi i capelli l’accende per dieci minuti e poi la spegne. Se può essere utile per chi ce l’ha, bisogna ricordare che l’aria condizionata è una soluzione molto poco sostenibile in termini di consumo energetico e di inquinamento ambientale, oltre che a volte dannosa per gli sbalzi di temperatura che crea.

Se proprio non riuscite a farne a meno, cercate di seguire poche dritte su come utilizzare l’aria condizionata, per ridurre i consumi che alla fin fine, pensateci bene, si riversano su tutti noi.

1.Acquistare un condizionatore delle dimensioni adatte agli ambienti da raffreddare (nè troppo piccoli e nè troppo grandi);

2.Posizionare il climatizzatore in una zona fresca, solitamente orientata verso nord-est, perché diversamente consumerebbe molto di più;

3.Non collocare il climatizzatore vicino a fonti di calore quali lampade ed elettrodomestici, che potrebbero falsare la misurazione della temperatura della stanza, facendo lavorare inutilmente l’apparecchio;

4.Non nascondere il condizionatore dietro piante o tende perché così si finisce per ostacolare la ventilazione e per intasare lo scarico, determinando un funzionamento poco efficiente e dispendioso dell’apparecchio;

5.Curare la pulizia e la manutenzione;

6.Tenere una temperatura di 5 gradi inferiore a quella esterna perché uno sbalzo superiore potrebbe risultare dannoso. D’estate, quindi, sarebbe saggio impostare il condizionatore tra i 25 e i 27 gradi;

7.Programmare accensione e spegnimento anziché tenerlo acceso tutto il giorno, in modo che l’elettrodomestico parta poco prima del vostro rientro a casa e si spenga poco dopo che siete usciti o che siete andati a dormire. Programmare è la scelta più intelligente per un buon uso del condizionatore.

E per chi non ha il climatizzatore? Vi sono alcuni trucchi e piccoli accorgimenti poco impattanti sull’ambiente che possono permetterci di abbassare la temperatura in casa risparmiando sulla bolletta dell’elettricità e alcuni comportamenti che vi aiuteranno a mantenere fresco l’ambiente:

1.Tende da sole. Le tende esterne sono uno dei metodi più pratici per tenere a bada il calore solare, infatti intercettano i raggi solari prima che questi possano raggiungere le stanze. Meglio sceglierle bianche o dalle tinte chiare;

2.Piante rampicanti. I rampicanti riducono la temperatura interna del 50% ombreggiando le mura esterne degli edifici. Il loro effetto isolante funziona anche in inverno ed è infatti uno degli isolanti più green in assoluto;

3.Finestre, tapparelle e persiane. Sono il sistema solare passivo per eccellenza, un ottimo aiuto per il raffrescamento degli ambienti e per un eventuale riscaldamento nei mesi invernali. Garantiscono un efficiente ventilazione degli spazi interni, sfruttando il sistema della ventilazione ‘passante diretta’, ovvero quando le due aperture sono una di fronte all’altra;

4.Ventilatore da soffitto/portatile. Questo strumento, in realtà, piuttosto che raffreddare l’aria, tiene la pelle fresca, così come un ventilatore portatile. In alcuni casi però può tornare utile anche solo un semplice spostamento d’aria per ‘smuovere’ il calore trattenuto dalle pareti della casa.

5.Luci e lampadine. Spegnere le luci la sera e restare in penombra durante il giorno, specie nelle ore in cui il sole è alto, aiuterà a mantenere freschi gli ambienti. Se proprio si deve, usare lampadine a LED, produrranno meno calore di quelle a incandescenza;

6. Cucinare.Non usare il forno per preparare i pasti e limitare al minimo l’utilizzo dei fornelli;

Allora, pronti per combattere il gran caldo ad impatto quasi zero?

 

Oggi si celebra la Giornata della Terra!

L’Earth Day (Giornata della Terra) è la più grande manifestazione ambientale del pianeta, l’unico momento in cui tutti i cittadini del mondo si uniscono per celebrare la Terra e promuoverne la salvaguardia. La Giornata della Terra, momento fortemente voluto dal senatore statunitense Gaylord Nelson e promosso ancor prima dal presidente John Fitzgerald Kennedy, coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in ben 192 paesi del mondo. Nato nel 1970 l’Earth Day coinvolge ogni anno oltre un miliardo di persone grazie all’opera degli oltre 22mila partner in 190 paesi del mondo configurandosi così come l’evento di sensibilizzazione alla tutela del Pianeta più impattante al mondo.

Quest’anno l’evento è dedicato alle Green City e punta a sensibilizzare chiunque nel mondo a rendere sempre più verdi le città in cui si vive. Infatti, la crescente popolazione urbana (più della metà degli abitanti del pianeta vive in città) rende sempre più difficile fari i conti con i costi dei cambiamenti climatici, e per questo è necessario impegnarsi in politiche e comportamenti che aiutino a tutelare la salute del nostro pianeta. Come? Investendo sulle energie rinnovabili, ripensando la sostenibilità delle città (sia per quel che riguarda le costruzioni che i trasporti) e puntando a rendere consapevoli e attivi tutti gli abitanti del pianeta Terra sul tema, riducendo le emissioni di gas serra. Perché i tre nodi della migrazione sostenibile sono infatti l’energia, l’edilizia e i trasporti.

Il 22 aprile di ogni anno Earth Day Italia festeggia la Giornata Mondiale della Terra delle Nazioni Unite organizzando il grande Concerto per la Terra con la partecipazione di artisti italiani e star internazionali, un grande concerto a km zero perché offerto gratuitamente a tutti attraverso web streaming e programmazione televisiva.

Per saperne di più www.earthdayitalia.org

Usare la bici in città crea posti di lavoro e salva vite umane

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Se le grandi citta’ europee andassero in bici come fa Copenaghen il settore delle due ruote, ogni anno, potrebbe creare 76mila nuovi posti di lavoro e questa nuova mobilita’ salverebbe la vita almeno a 10mila persone grazie a all’aumento dell’attivita’ fisica e alla diminuzione degli incidenti stradali, del rumore e dello smog. Sono queste le conclusioni a cui e’ giunta una ricerca realizzata dall’Unece, la commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite. Una notizia di pochi giorni fa e a noi ciclisti non così nuova, infatti in un articolo di giugno dello scorso anno, già parlai di come la bici stava trainando il commercio nelle città statunitensi. Dei dati quindi che confermano anche qui in Europa, il trend positivo di un nuovo modello di intendere la mobilità sostenibile e in generale il modo di vivere le città e come questo possa creare nuovi posti di lavoro.

“Trasporti, salute e ambiente sono strettamente connessi tra loro e renderli sostenibili rappresenta una sfida importante per l’Europa” dice Eva Molnar, direttore divisione trasporti Unece. “La diminuzione degli impatti del traffico e della congestione si tradurrebbe immediatamente in una migliore qualita’ della vita per i cittadini”. Ne beneficerebbe, inoltre, anche l’economia, attraverso la creazione di nuove opportunita’ di lavoro e l’abbattimento dei costi complessivi derivanti dai danni ambientali e sanitari provocati dal trasporto, che possono pesare fino al 4% del Pil di un Paese”. L’Organizzazione mondiale della sanita’, infatti, addebita all’inquinamento atmosferico la responsabilita’ di circa 500mila decessi prematuri che si verificano all’interno della Ue a cui si devono aggiungere le 90mila vittime, sempre nell’arco dei 12 mesi, degli incidenti stradali.

La soluzione? Copiare Copenaghen, dove un quarto degli abitanti si sposta in bici, facendo decollare le attivita’ economiche legate al commercio e alla riparazione delle biciclette, cosi’ come a tutto l’indotto del settore degli accessori e della moda dei ciclisti urbani. E Copenaghen sia!

God Save The Green

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Dovresti avere almeno una piccola aiuola per conoscere quello che calpesti. Allora vedresti che nemmeno le nuvole sono così varie, così belle, terribili quanto il terreno sotto i tuoi piedi.

Torna il cinema alternativo su l’Eco Punk, stavolta propongo un documentario tutto italiano assolutamente da vedere per chi è interessato alla sostenibilità, agli orti condivisi, ma soprattutto alla socialità che si sviluppa intorno agli orti, alla ricerca della sicurezza alimentare.

Dal 2007 per la prima volta nella storia, la maggior parte delle persone che popolano il nostro mondo vive nelle città, dando ufficialità a quel cambiamento antropologico dell’uomo che da agricoltore e pastore, si è trasformato in cittadino. La storia incrociata fra l’ultimo giardino in uno dei più popolati quartieri di Casablaca (Marocco), coltivazioni idroponiche gestite da un gruppo di donne a Teresina (Brasile), orti comunitari a Berlino, coltivazioni all’interno di sacchi nella bidonville di Nairobi (Kenya), giardini pensili a Torino e Bologna, mostrano come in realtà non si è persa la dimensione primordiale dell’uomo, quella che lo porta a strappare fazzoletti di terra fra il cemento, ad occupare spazi abbandonati al degrado. Non c’è bisogno di andare a vivere in campagna o fare l’eremita per star bene a contatto con la natura, ciò che occorre è quella forza di volontà che strappa spazi al cemento e alla speculazione, rimanendo in città e cercando di vederla in un altro modo.

75 minuti di esempi virtuosi, sette esperienze di come rendere vivibili i luoghi che ci circondano, produrre autonomamente cibi salutari e magari commercializzarli per creare reddito e lavoro, sviluppando l’Agricivismo che lo storico dell’urbanistica statunitense Richard Ingersoll descrive come “utilizzo delle attività agricole in zone urbane, per migliorare la vita civica e la qualità ambientale e paesaggistica della città”, attraverso “il coordinamento di molteplici attività agricole in città, un’estesa partecipazione integrata ed una diffusa coscienza ambientalista”. Un film prodotto soprattutto grazie al sostegno di una ampia attività di crowdfunding, che in due mesi ha raccolto quasi 10.000 dollari, preziosi per finire il montaggio del film e promuoverlo.

Per saperne di più godsavethegreen.it, però prima gustatevi il film.

Cibo Spa – Sai davvero cosa mangi?

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Oggi è la volta di un altro documentario. FOOD, Inc. (in Italia, Cibo Spa – Sai cosa mangi?) è un documentario del 2008 del regista americano Robert Kenner che mostra la catena di produzione del cibo di massa negli Stati Uniti, una produzione gestita dalle lobby del cibo senza alcun rispetto per gli animali da allevamento, per gli allevatori, per l’ambiente e per i consumatori finali.

Emblematico è il caso dei polli: la crescita abnorme li porta a non reggere il peso raggiunto dal corpo per via delle zampe non ancora sviluppate. Ma non è tutto. Un altro esempio è lo sfruttamento intensivo dei terreni con la monocoltura del mais che sarebbe addirittura antieconomica, se non intervenissero dei sussidi appositamente deliberati dal congresso degli Stati Uniti; inoltre c’è l’annoso problema dell’approvvigionamento del cibo perché, se mangiare al fast food o comprare carne surgelata costa meno che cucinare a casa, chi ha problemi economici sarà così obbligato a scegliere di sostentare la propria famiglia con cibo scadente, preferendo hamburger dove finiscono carni di centinaia di capi di bestiame diversi, con il risultato di una massa di persone obese e ammalate.

Tutto è fatto cinicamente per massimizzare il profitto e controllare l’intera filiera alimentare grazie alla collusione con la politica, tagliando i costi di produzione, anche ricorrendo a manodopera clandestina messa a lavorare in pessime condizioni igieniche.

Dopo aver visto questo documentario, la pancetta da un euro in offerta al supermercato non vi farà più così gola…

Green riot! Don't go near the water dei Beach Boys

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Chi non conosce i Beach Boys? Green riot! Canzoni per l’ambiente oggi parla proprio di loro, della celebre rock band rimasta alla storia della musica per i loro testi spensierati inneggianti ad un certo stile di vita fatto di surf, sole, spiagge californiane e belle ragazze in bikini. Chi non ha mai ballato sulle note di Surf in the USA o I Get Around? Ma non sono qui per parlare di ballo e di ascelle sudate, bensì di musica più impegnata. Infatti al di là dei pezzi più conosciuti, l’album unanimemente riconosciuto come loro capolavoro è stato Pet Sounds del 1966, indicato come uno dei migliori album della storia della musica, e ben lontano dal sound originario, grazie anche alla sperimentazione di strumenti insoliti come campanelli di biciclette, clavicembali, flauti, il Theremin e l’abbaiare dei cani.

Oggi però ci soffermiamo su un brano in particolare a sfondo ambientale, di Don’t go near the water tratto dall’album Surf Up del 1971 anch’esso lontano dall’immaginario della band, anzi quasi contrastante, perchè per la prima volta invece di godersi il surf e altre divertenti attività in spiaggia, questa volta si consiglia all’ascoltatore  (già dal 1971…) di evitare l’acqua di oceani, fiumi, laghi perchè inquinata, piena di veleni e di bolle create da dentifrici e saponi. Buona lettura e buon ascolto.

Don’t go near the water
Don’t you think it’s sad
What’s happened to the water
Our water’s going bad

Oceans, rivers, lakes and streams
Have all been touched by man
The poison floating out to sea
Now threatens life on land

Don’t go near the water
Ain’t it sad
What’s happened to the water
It’s going bad

Don’t go near the water
Don’t go near the water

Toothpaste and soap will make our oceans a bubble bath
So let’s avoid an ecological aftermath
Beginning with me
Beginning with you

Don’t go near the water
To do it any wrong
To be cool with the water
Is the message of this song

Let’s all help the water
Right away
Do what we can and ought to
Let’s start today

Miniguida al consumo critico (I parte): l'informazione e il boicottaggio

consumo criticoEssere un consumatore critico è una scelta consapevole che richiede pazienza e buona volontà, ma col tempo assicura un buon grado di soddifazione durante l’acquisto e il consumo di un determinato prodotto o servizio. Nel post precedente ho mostrato come stanno cambiando gli acquisti degli italiani, scegliendo soluzioni sempre più sostenibili, ma da dove iniziare? Come vedete in alto, ho creato un grafico che riassume in cinque punti fondamentali, i passi da fare per diventare un consumatore critico e responsabile per sè e per l’ambiente. Andiamo per punti.

1. INFORMAZIONE E BOICOTTAGGIO

L’informazione è tutto, è il primo passo per diventare un consumatore critico e ci aggiungerei anche un “buon cittadino”. Prima di acquistare qualsiasi cosa, dobbiamo essere curiosi e porci delle domande sul tipo di produzione, sul trattamento riservato ai lavoratori, sull’impatto ambientale dell’azienda, sul tipo di profitto ricavato, sullo sfruttamento di risorse e persone.

Siamo bombardati da milioni di prodotti ogni giorno e molto spesso si ha l’illusione di poter scegliere. Ma cosa avranno in comune la L’Oreal con la Nestlè? O credete che la pasta Barilla sia davvero made in Italy? Magari un brand è conosciuto per le sue irresistibili barrette al cioccolato e per i suoi cereali, eppure nasconde una dura verità dietro l’angolo. Magari sempre quel brand, tra i suoi business, vende armi o sfrutta i bambini in un paese svantaggiato o distrugge l’ambiente. Ignoriamo un’infinità di relazioni tra aziende e per questo la miglior arma è informarsi.

graphic-300dpi-illustrator-english[1]Esistono le 10 sorelle che controllano la quasi totalità del cibo e di tutti i prodotti da banco del supermarket. Nel 2013 un essere umano su otto continua a morire di fame, mentre le 10 sorelle accumulano miliardi e non solo. Esistono multinazionali che addirittura finanziano armi e regimi dittatoriali, inquinano la nostra terra, impoveriscono intere comunità di persone, le più famose e potenti sono Nestlé – Mitsubishi – Nike – Shell – McDonald’s – Walt Disney – Barilla – Kraft – Total –  Henkel – Philip Morris – Unilever – Agnelli – Procter&G – L’Oreal – Parmalat – Novartis – Montedison.
Sembra strano ma non vi sto annunciando nulla di esagerato, anzi rendetevi conto voi della realtà, guardando questa lista di Disinformazione.it, dove sono elencate tutte le cattive azioni delle corporations citate, tutto in nome del profitto e del potere.

Incredibile, siamo circondati da prodotti di aziende eticamente scorrette. Cosa può fare un comune consumatore davanti a codeste corporations così ricche e potenti? Una soluzione c’è ed è l’unica pacifica possibile, il boicottaggio etico-strategico. Consiste in una forma di ribellione e rifiuto di quei prodotti eticamente scorretti, ma in maniera strategica, cioè facendo in modo che il boicottaggio porti dei danni economici alle aziende accusate di comportamenti scorretti. Di solito si porta avanti l’azione affinché l’azienda subisca un calo delle vendite dal 2 al 5% circa, percentuale ritenuta sufficiente a condizionare i comportamenti dell’impresa*. Si tratta di evitare di comperare e, quindi, sostenere prodotti derivanti dallo sfruttamento umano e del pianeta, prodotti fabbricati da persone, spesso bambini, in condizioni di lavoro disumane.

boycott_divestment_sanctions_560[1]

Questa quindi è l’unica maniera che ogni persona/consumatore possiede per modificare il sistema economico, scegliendo di non sovvenzionare marche e prodotti derivanti da una mera logica di mercato e sostenere i prodotti di aziende eticamente corrette diventando così consum-attori, persone attive che sono capaci di scegliere e, tramite questa scelta di acquisto, esprimono il loro modo di essere. E’ necessaria la partecipazione di tante persone e il successo di un boicottaggio dipende dalla sua capacità di diffondere il messaggio e, grazie a internet con i siti web, i blog, i forum, le mailing list, la capacità di comunicazione dei movimenti di boicottaggio è aumentata.

Il simbolo delle accuse globali alle multinazionali, e vittima di uno dei più grandi boicottaggi, è senza dubbio la catena McDonald’s che è l’antonomasia della multinazionale globalizzata: 30 mila ristoranti in 119 Paesi nel mondo, ogni giorno 47 milioni di clienti di cui 650 mila in Italia. Le accuse vanno da questioni alimentari, passano per l’ambiente e arrivano dritto ai lavoratori. I panini sono accusati di favorire una cattiva alimentazione, istigare all’obesità, veicolare sofferenze cardiovascolari. Nei menù si condanna l’utilizzo di polli e vitelli allevati in batterie. Dal punto di vista ambientale, McDonald’s è insostenibile nel massiccio utilizzo di carne, la cui produzione ha un impatto notevole sull’ecosistema, nell’impressionante spreco di imballaggi per lo più non riciclabili, nell’utilizzo di organismi geneticamente modificati. McDonald’s è accusata anche di utilizzare lavoro precario e poco sindacalizzato. A differenza che negli Usa, in Italia la pressione su McDonald’s non sembra aver inciso sulle politiche dell’azienda, che in ogni caso si premura di monitorare gli umori della società civile.

Altri casi di boicottaggi famosi sono senz’altro quello della Nike e Reebok per le condizioni di sfruttamento minorile e delocalizzazione della produzione, o quello della Nestlè per il latte in polvere, causa di migliaia di morti infantili nel Terzo Mondo, o ancora quello delle banche che finanziano la produzione di armi.

buycott1024[1]Oltre all’informazione su internet, c’è anche un altro strumento che ci viene in aiuto: l’app Buycott, che aiuta a rivelare quali multinazionali si nascondano dietro i loghi e le etichette dei prodotti comunemente in vendita, in modo da poter orientare i propri acquisti verso delle alternative maggiormente sostenibili dal punto di vista sociale ed ambientale. La App, progettata anche per svelare la provenienza dei prodotti più insospettabili, è un’opera del programmatore freelance Ivan Pardo e consente di analizzare i codici a barre di qualsiasi prodotto e di informare se esso sia legato ad un marchio appartenente ad una multinazionale, ma anche di seguire alcune campagne contro le multinazionali maggiormente sotto accusa per i loro comportamenti insostenibili.

Il boicottaggio quindi, è l’unica arma che abbiamo perchè le corporations sono sensibili al boicottaggio in quanto comporta una serie di implicazioni finanziarie, può inficiare l’immagine e la reputazione aziendale. Questa è una componente molto importante soprattutto nella Grande Distribuzione Organizzata, dove il boicottaggio può assumere, davvero, un ruolo determinante nell’indurre ad un cambio di rotta.

Una volta prese le info e quindi boicottati determinati prodotti, c’è la fase più piacevole, quella dell’acquisto consapevole, di cui vi parlerò nel prossimo post.

*Info da www.unimondo.org/Guide/Economia/Boicottaggio

Il mondo secondo Monsanto

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Si sente molto spesso parlare della Monsanto, ma cos’è esattamente? E di cosa si è servita per diventare la multinazionale leader nel mondo nel settore delle colture transgeniche?

Oggi continuiamo la rubrica del lunedì sera dedicata al cinema con il documentario disponibile su Youtube “Il mondo secondo Monsanto. Storia di una multinazionale che vi vuole molto bene”, l’edizione italiana di “Le mond selon Monsanto”. Un film documentario di Marie-Monique Robin, pluripremiata giornalista francese, che ci mostra come un’azienda di prodotti chimici, tramite l’invenzione del diserbante Roundup e l’rBGH ormone della crescita bovina, ha rivoluzionato il mondo dell’agricoltura e della zootecnia, impadronendosi dei semi e quindi della vita, tramite i brevetti e facendo dilagare malattie come cancro, diabete, disfunzioni della tiroide.

La giornalista ci mostra come Roundup e ormone della crescita, nonostante i forti dubbi sulla messa in vendita da parte degli scienziati, hanno costruito l’agricoltura moderna americana e di conseguenza mondiale, grazie ad una strana storia di connivenze e di “porte girevoli” che hanno caratterizzato per anni i rapporti tra Monsanto e la Food and Drug Administration (Fda) statunitense. Facendo nomi e cognomi Marie-Monique Robin mette in luce questo rapporto ambiguo tra controllore e controllato, di posizioni interscambiabili fra politica e grande industria, e mette in serio dubbio ogni possibilità di fiducia nei confronti dell’Fda.

Esperienze come quella dell’India, recentemente contaminata dalla febbre del cotone ogm, il famoso “cotone BT” di Monsanto che doveva garantire il 30% di produzione in più con molto meno concime e quasi senza diserbante. Esperienza finita malissimo e denunciata fortemente da Vandana Shiva nel suo libro “Le sementi del suicidio“: boom dei suicidi tra i coltivatori di cotone transgenico, contaminazione dei campi non ogm e ammissione del fallimento da parte della stessa azienda.

O ancora come quella del Messico, paese nel quale non sono consentiti gli organismi transgenici ma che si trova, suo malgrado, a combattere una contaminazione virale e galoppante che si è diffusa in pochissimi anni nelle campagne dove, fino a pochissimo tempo fa, si continuava a coltivare mais precolombiano.

Questo è un documentario che cerca di spiegare con semplicità ciò che è difficile da capire e quasi inverosimile da credere, inoltre è un invito a proteggere le colture tradizionali e ad autoprodurre. Da guardare con calma, magari sorseggiando una camomilla per mantenere i nervi ben saldi…