Il 17 aprile cambia energia! Vota SI’ per fermare le trivelle


Il 17 aprile ci sarà il Referendum No Triv, primo referendum nella storia della Repubblica italiana richiesto dalle regioni anziché tramite la raccolta firme. Gli italiani vengono chiamati a scegliere se vietare o meno il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana, ma non potranno dire la loro riguardo al divieto di effettuare nuove trivellazioni oltre le 12 miglia e continueranno a essere permesse anche con la vittoria del Sì. Nel referendum, quindi, si chiede se abrogare la parte di una legge che permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme entro 12 miglia dalla costa di rinnovare la concessione fino all’esaurimento del giacimento.

 

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In tv non se ne parla, sul web girano parecchi articoli di ambientalisti, geologi, esperti in materia di energia favorevoli e contrari; in particolare l’articolo di una geologa contraria al referendum ha scatenato un oceano di polemiche, fra cui quella di alcuni esperti che ci hanno visto lo zampino di qualche “gruppo fossile” (in calce i link di alcuni articoli per farvi un’idea).

Questo post non vuole essere un dogma scritto da un’inesperta scientifica, ma è scritto per ricordare soprattutto che il referendum del 17 aprile è un atto politico che serve a dare un segnale contrario all’utilizzo delle fonti di energia fossile, come il gas e il petrolio; è una presa di coscienza dal basso riguardo l’insostenibilità dell’economia capitalistica che porta sfruttamento, inquinamento, diseguaglianze, brutture. Le alternative a questo sistema esistono e sono anche meno dispendiose in termini economici, sociali ed ambientali; per questo l’EcoPunk si schiera a favore del SI’, spingendo il governo (insieme al 50% più 1 di aventi diritti al voto) a perseguire con chiarezza e decisione l’abbandono dell’utilizzo delle fonti fossili e l’adesione ad un modello energetico pulito, rinnovabile, distribuito e democratico già affermato in Paesi più sostenibili del nostro.

Questo è il nostro parere, a voi la scelta.

LINK UTILI

Il Post: Pro e contro il referendum sulle trivellazioni

Referendum Trivelle, una geologa: “ecco perché io non andrò a votare e se proprio fossi costretta, voterei NO”

Ferma le trivelle

La vera posta in gioco del referendum anti trivelle: uscire dal “Petrolitico”

Nota Fb di Andrea Boraschi – Referendum Trivelle: le balle degli astensionisti

Il sì al referendum: tutta la verità

Tofu Burmese Speziato

 

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Sempre presenti con il nostro appuntamento nella cucina dell’EcoPunk, questa volta vogliamo proporvi un’ alternativa economica, semplice, biologica, autoprodotta e non Ogm al classico Tofu di soia.
Buonissimo, più delicato del tofu tradizionale e anche per questo forse riuscirete a convincere anche chi di tofu non ne vuole neanche sentir parlare.
Su le maniche e a lavoro!!
Ingredienti:
  • 1tazza di farina di ceci
  • 1+1e1/2 tazze di acqua
  • 1/2 cucchiaino di sale
  • 1/2 cucchiaino di curry e curcuma
  • 1 di erba cipollina fresca
  • ed aromi freschi a piacere (io ho aggiunto basilico e rosmarino)
Il procedimento è veramente semplice 10 min e non ci penserete più…o meglio..continuerete a pensarci solo perché non vedrete l’ora di mangiarlo 🙂
In una ciotola mettiamo la farina e 1 tazza di acqua più tutti gli aromi e il sale e con una forchetta iniziato a mescolare creando una pastella liscia. A parte avremo messo a bollire 2 tazze di acqua; quando sarà arrivata a bollore abbassiamo la fiamma e uniamo la pastella preparata in precedenza. Ora così come accadrebbe per una besciamella, continuando a mescolare, noterete che il tutto inizierà ad addensarsi, bene! Quando sarà abbastanza denso possiamo spegnere e mettere la crema in un contenitore precedentemente oleato (così che sia più semplice estrarlo successivamente).
Riponiamo in frigo per almeno 5 ore ma se possibile vi consiglio di lasciarlo tutta la notte così si insaporirà meglio. image
Una volta tirato fuori dal vostro stampino sarà pronto per essere gustato così al naturale, in un insalata ad esempio, farlo alla griglia, condirlo con qualche salsina (ad esempio una salsina ai pomodori secchi o majo di avocado) o ancora utilizzarlo per farcire torte salate e panini.
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Vi è piaciuta l’idea?
Noi ci vediamo la prossima settimana ma intanto proseguiamo i nostri ascolti musicali con Electric dei The Cult

Greenbees: la campagna di Greenpeace per salvare le api e difendere l'alimentazione mondiale

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Greenbees è la nuova campagna lanciata da Greenpeace per difendere l’importante ruolo delle api e degli altri insetti impollinatori nel nostro ecosistema. Immaginate infatti che  un terzo del nostro cibo dipende dalla loro opera di impollinazione…

Dalla fine degli anni ’90, molti apicoltori (soprattutto in Europa e Nord America) hanno iniziato a segnalare un’anomala e repentina diminuzione nelle colonie di api e ad oggi la situazione è peggiorata, in quanto gli insetticidi utilizzati in agricoltura sono una minaccia diretta per api e impollinatori. Queste sostanze chimiche, progettate per uccidere gli insetti, sono ampiamente utilizzate e diffuse nell’ambiente, specialmente nelle aree agricole. Pensate che un terzo del cibo che mangiamo dipende dall’impollinazione degli insetti: ad esempio zucchine, albicocche, mandorle, coriandolo, olio di colza, e molti altri e solo in Europa, oltre 4.000 verdure dipendono dall’impollinazione degli insetti. Oggi, le api continuano a morire e il loro inesorabile declino ha impatti anche sugli esseri umani. La nostra vita dipende dalla loro.

Cosa si può fare

A livello politico vietare l’uso dei pesticidi più pericolosi in Europa e sostenere e promuovere pratiche agricole sostenibili. Ma anche nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa: guardare il video della campagna, firmare la petizione Salviamo le api sul sito salviamoleapi.org e passare parola!

Io l’ho già fatto e tu? Save the bees!

Oggi si celebra la Giornata della Terra!

L’Earth Day (Giornata della Terra) è la più grande manifestazione ambientale del pianeta, l’unico momento in cui tutti i cittadini del mondo si uniscono per celebrare la Terra e promuoverne la salvaguardia. La Giornata della Terra, momento fortemente voluto dal senatore statunitense Gaylord Nelson e promosso ancor prima dal presidente John Fitzgerald Kennedy, coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in ben 192 paesi del mondo. Nato nel 1970 l’Earth Day coinvolge ogni anno oltre un miliardo di persone grazie all’opera degli oltre 22mila partner in 190 paesi del mondo configurandosi così come l’evento di sensibilizzazione alla tutela del Pianeta più impattante al mondo.

Quest’anno l’evento è dedicato alle Green City e punta a sensibilizzare chiunque nel mondo a rendere sempre più verdi le città in cui si vive. Infatti, la crescente popolazione urbana (più della metà degli abitanti del pianeta vive in città) rende sempre più difficile fari i conti con i costi dei cambiamenti climatici, e per questo è necessario impegnarsi in politiche e comportamenti che aiutino a tutelare la salute del nostro pianeta. Come? Investendo sulle energie rinnovabili, ripensando la sostenibilità delle città (sia per quel che riguarda le costruzioni che i trasporti) e puntando a rendere consapevoli e attivi tutti gli abitanti del pianeta Terra sul tema, riducendo le emissioni di gas serra. Perché i tre nodi della migrazione sostenibile sono infatti l’energia, l’edilizia e i trasporti.

Il 22 aprile di ogni anno Earth Day Italia festeggia la Giornata Mondiale della Terra delle Nazioni Unite organizzando il grande Concerto per la Terra con la partecipazione di artisti italiani e star internazionali, un grande concerto a km zero perché offerto gratuitamente a tutti attraverso web streaming e programmazione televisiva.

Per saperne di più www.earthdayitalia.org

Usare la bici in città crea posti di lavoro e salva vite umane

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Se le grandi citta’ europee andassero in bici come fa Copenaghen il settore delle due ruote, ogni anno, potrebbe creare 76mila nuovi posti di lavoro e questa nuova mobilita’ salverebbe la vita almeno a 10mila persone grazie a all’aumento dell’attivita’ fisica e alla diminuzione degli incidenti stradali, del rumore e dello smog. Sono queste le conclusioni a cui e’ giunta una ricerca realizzata dall’Unece, la commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite. Una notizia di pochi giorni fa e a noi ciclisti non così nuova, infatti in un articolo di giugno dello scorso anno, già parlai di come la bici stava trainando il commercio nelle città statunitensi. Dei dati quindi che confermano anche qui in Europa, il trend positivo di un nuovo modello di intendere la mobilità sostenibile e in generale il modo di vivere le città e come questo possa creare nuovi posti di lavoro.

“Trasporti, salute e ambiente sono strettamente connessi tra loro e renderli sostenibili rappresenta una sfida importante per l’Europa” dice Eva Molnar, direttore divisione trasporti Unece. “La diminuzione degli impatti del traffico e della congestione si tradurrebbe immediatamente in una migliore qualita’ della vita per i cittadini”. Ne beneficerebbe, inoltre, anche l’economia, attraverso la creazione di nuove opportunita’ di lavoro e l’abbattimento dei costi complessivi derivanti dai danni ambientali e sanitari provocati dal trasporto, che possono pesare fino al 4% del Pil di un Paese”. L’Organizzazione mondiale della sanita’, infatti, addebita all’inquinamento atmosferico la responsabilita’ di circa 500mila decessi prematuri che si verificano all’interno della Ue a cui si devono aggiungere le 90mila vittime, sempre nell’arco dei 12 mesi, degli incidenti stradali.

La soluzione? Copiare Copenaghen, dove un quarto degli abitanti si sposta in bici, facendo decollare le attivita’ economiche legate al commercio e alla riparazione delle biciclette, cosi’ come a tutto l’indotto del settore degli accessori e della moda dei ciclisti urbani. E Copenaghen sia!

Cosa ti spalmi? Presentata la legge sui cosmetici sostenibili

ecocosmesiFinalmente è stata avanzata una proposta di legge dall’Associazione Internazionale di Dermatologia Ecologia, che ha presentato il progetto di legge ‘Disposizioni concernenti la certificazione ecologica dei prodotti cosmetici’. La proposta, sottoscritta da parecchi deputati, istituisce un marchio italiano di qualità ecologica per i cosmetici e prescrive che ogni prodotto abbia un “dossier ecologico” in cui sia specificata la composizione e la quantità di sostanze non biodegradabili o che possano avere impatto su acqua e ambiente e il tipo di imballaggio. Sono inoltre indicate le sostanze dannose per la salute o l’ambiente che non possono essere presenti in un prodotto per poter ottenere la certificazione ecologica.

In Italia non esiste nessuna forma di certificazione ecologica relativa ai cosmetici che sia gestita e garantita dallo Stato, mentre molti sono i marchi “privati”, a dimostrazione di una reale esigenza di mercato. Queste certificazioni “fai da te” sono adattabili a qualsiasi esigenza e sono, molto spesso, diverse le une dalle altre creando una confusione insostenibile da parte dei consumatori. Oltre a questi marchi ecologici ci sono poi molti  marchi senza nessun disciplinare, si tratta di loghi di fantasia che il produttore appone sull’etichetta allo scopo di attirare la clientela “etica”. Oltre all’incertezza nei confronti dei consumatori, la mancanza di una certificazione ecologica per i cosmetici ha notevoli ripercussioni anche sull’ambiente, nel quale ogni anno si riversano tonnellate di prodotti per la cura della persona (circa 2 milioni di tonnellate in tutta l’UE).

Seguiremo gli esiti di questa proposta, nel frattempo potete sempre darvi al fai da te…

Fonte: Greenreport

La canapa: storia e utilizzi di una delle piante più antiche e controverse al mondo

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Oggi tratto uno degli argomenti più dibattuti ultimamente dall’opinione pubblica e anche oggetto di ispirazione durante la fiera Fà la cosa giusta: la canapa. Chi è favorevole alla liberalizzazione, chi ancora fa fatica a distinguere una droga leggera da una pesante (e per fortuna hanno abolito la Fini-Giovanardi), chi ha ripreso a coltivarla e ci ha costruito un business, fatto sta che questa pianta oggetto di controversie e sabotaggi, è una delle piante più antiche al mondo, coltivate sia in Oriente che in Occidente che si adatta ai più svariati utilizzi ed è una risorsa preziosa da cui ripartire per costruire un sistema economico sostenibile.

L’immagine in alto ben rappresenta i principali impieghi di questa pianta miracolosa e da qui potete capire quanto il discorso sulla canapa può essere vasto, infatti questo post non pretende di essere esaustivo, ma vuole dare un contributo alla trasmissione di informazioni riguardo la canapa e il futuro sostenibile che questa ci assicura, tutto a costi contenuti.

Un pò di storia

Nell’antichità la canapa è sempre stata utilizzata per tessuti, vele, corde, medicinali. Esistono diverse varietà di canapa: ci sono quelle coltivate tradizionalmente in Europa per produrre tessuti (cannabis sativa) a basso contenuto di resina, e quelle originarie dell’Oriente ricche invece della resina contenente i cannabinoidi responsabili dell’effetto psicoattivo (cannabis indica). I cannabinoidi si trovano nella resina che impregna le infiorescenze delle piante e il THC (tetraidrocannabinolo) è il cannabinoide più importante. Le infiorescenze ricche di THC servono per fare le sigarette di marijuana, che la legge considera una droga.

A cavallo tra Ottocento e Novecento, in piena fiducia nel progresso e nella chimica, la canapa indiana cominciò ad essere sostituita dai farmaci sintetici, che avevano il vantaggio di poter essere dosati con esattezza e di funzionare in modo più evidente ed anche di far guadagnare di più, mentre gli effetti collaterali non erano ancora evidenti.

Intorno agli anni ’30 del 900, c’è stato il cambiamento: mentre da un lato era rinato l’interesse per questa pianta (tanto che Henry Ford progettò un’automobile costruita interamente con la canapa e alimentata con il biocarburante da essa derivato); dall’altro il petrolio si impuntava a divenire la risorsa che avrebbe ridefinito l’intero sistema economico e ci aggiungerei anche sociale e culturale.

Con il petrolio si incominciavano a produrre materiali plastici e vernici e la carta di giornale della catena Hearst era fabbricata a partire dal legno degli alberi con un processo che richiedeva grandi quantità di solventi chimici, forniti dalla industria chimica Du Pont. Con una martellante campagna di stampa durata anni la cannabis, chiamata da allora con il nome di “marijuana“, venne accusata di essere responsabile di tutti i delitti più efferati riportati dalla cronaca del tempo.
Il nome messicano “marijuana” era stato scelto con cura al fine di mettere la canapa in cattiva luce, dato che il Messico era allora un paese nemico contro il quale gli Stati Uniti avevano appena combattuto una guerra di confine. Nel 1937 venne approvata una legge che proibiva la coltivazione di qualsiasi tipo di canapa, iniziando l’epoca proibizionista (non ancora conclusa) in cui più di ogni altra, si è visto l’aumentare del consumo di cannabis a scopo stupefacente. Da notare che non venne proibita solo la canapa ricca di resina, ma anche la normale canapa coltivata. Dagli anni Trenta in poi l’industria chimica del petrolio e quella della carta fabbricata col legno degli alberi hanno provocato infinite distruzioni negli ecosistemi mondiali, tutto in nome di una sola risorsa ed un unico sistema possibile.

La canapa ricca di resina è in realtà prima di tutto un importante medicinale come analgesico, antiemetico, antidepressivo, nel mal di testa ed emicrania, nell’epilessia, nel glaucoma, nell’asma, etc., ed è stata fatta diventare una droga negli anni Trenta per eliminare un pericoloso concorrente del petrolio, dell’industria chimica e della carta fabbricata col legno degli alberi.
Il problema nasce dal fatto che la canapa europea a basso tasso di THC è quasi indistinguibile dalla canapa indiana (l’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – ha stabilito che se la percentuale di THC è superiore al 1% si tratta canapa indiana, cioè di droga, se è inferiore di canapa industriale).

Situazione attuale

Da alcuni decenni è ritornato l’interesse riguardo la canapa e i suoi possibili utilizzi. Con deroga alla proibizione, l’Europa ha stabilito che si può coltivare canapa industriale seminando semente certificata con tasso di THC inferiore allo 0,3%. Appena l’Italia ha cominciato a produrre in proprio un po’ di semente delle varietà italiane rientrante in questo limite, immediatamente la CEE l’ha portato allo 0,2%, con minaccia di arrivare fino allo 0% se l’Italia (che produceva la migliore fibra tessile di canapa del mondo) insisterà nel non volersi adeguare a questo nuovo parametro. Quindi coltivare Canapa si può: basta impiegare una varietà di “Cannabis Sativa”a basso tenore di THC (inferiore allo 0,2%) che sia compresa nel Registro Europeo delle Sementi ed occorre osservare le norme europee del Reg. (CE) N. 1122/2009 e della Circolare MIPAF n.1 8/5/2002.

Dopo questo decreto, ci sono state notevole manifestazioni di interesse riguardo alla ripresa della coltivazione della canapa e sono tanti i progetti e le imprese green che si basano su questa. La prima degna di nota è senz’altro Canapuglia, un progetto che mi fa essere fiera di essere pugliese e che vi invito a seguire perchè assolutamente innovativo e coraggioso; ma c’è anche Assocanapa attiva da molti anni e che ho avuto il piacere di incontrare durante Fà la cosa giusta, la fiera del consumo critico.

Utilizzi della canapa

Alimenti. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) raccomanda per la popolazione l’assunzione di acidi grassi polinsaturi omega 6 ed omega 3 in proporzione da 4/1 fino a 6/1, per prevenire o curare le malattie più diffuse nelle società moderne (colesterolo non HDL alto, trigliceridi nel sangue, diabete, artrite reumatoide, artrosi, asma, psoriasi ed eczema atopico, lupus, altre malattie autoimmuni in genere, sindrome premestruale, depressione). I semi di Canapa, che non contengono mai THC (droga), contengono naturalmente omega 6 ed omega 3 in rapporto 3/1, che in natura è quello più vicino al rapporto raccomandato dall’OMS. Analogo rapporto si trova soltanto nell’olio di pesce, che deve essere chimicamente trattato.
L’associazione della assunzione di olio di semi di canapa con l’impiego in cucina di olio extravergine di oliva per condire (l’olio di oliva contiene omega 6) fa raggiungere il rapporto ottimale. L’olio di semi di Canapa può essere considerato “vaccino nutrizionale”, alimento che, introdotto nella dieta giornaliera, rinforza e regola la risposta del sistema immunitario, del sistema ormonale e del sistema nervoso nei confronti delle aggressioni dell’ambiente.

Tessuti. I tessuti naturali sono ecologici proprio perché non subiscono lavorazioni chimiche (e quindi provocano meno inquinamento), ma soprattutto perché, a differenza dei tessuti sintetici, non utilizzano petrolio. Già perchè per chi non lo ricorda, tessuti sintetici come nylon o polyestere derivano dal petrolio.

Carta. Utilizzare carta di canapa significa bloccare la deforestazione e con essa l’utilizzo di acidi tossici utilizzati per scioglierne la polpa che vengono, poi, smaltiti nel nostro mare.

Carburante. La materia secca della Canapa può essere trasformata in carbonella, metanolo, metano o benzina. Il processo per fare tutto ciò si chiama “distillazione frazionata” o “pirolisi”.

-Combustibile. A partire dalla biomassa  che la Canapa produce in grandi quantità, abbiamo la possibilità di produrre energia elettrica sostenibile.

Edilizia. La canapa trova la sua funzione come materiale riempitivo, mentre il mix di calce e additivi naturali come legante e conservante.

Materie plastiche. Con la cellulosa di cui la pianta è ricca, attraverso un processo di polimerizzazione, si possono ottenere materiali plastici pienamente degradabili.

Conclusioni

Se è vero che con la canapa si possono produrre tutte le cose elencate sopra (e tante altre ancora), come mai le proprietà di questa pianta sono così poco conosciute e così poco sfruttate? Essenzialmente perché da troppo tempo si è smesso di coltivarla.
In Italia la canapa era coltivata al Nord principalmente per la fibra tessile, ed in Campania per i semi. Nella Pianura Padana la coltivazione della canapa è cessata a poco a poco negli anni Cinquanta, perché non più conveniente rispetto al cotone e alle fibre sintetiche. Anche la coltivazione della canapa nel Meridione è cessata più o meno negli stessi anni.

Al di là di considerazioni di carattere ambientale, c’è tutto un mondo dell’economia che si sta spostando verso una produzione basata su materie prime naturali e riciclabili, sostitutive del petrolio e dei suoi derivati, registrando un aumento esponenziale del fatturato. In Italia si può e si deve fare tanto, per questo vi consiglio di dare uno sguardo a Assocanapa, punto di riferimento per chi vuole coltivare semi di canapa, oppure ancora guardate il bellissimo video qui sotto:

Le informazioni sul mondo della canapa sono state prese da Usi della CanapaToscanapa e liberamente riportate e trasformate da me.
Presto ricette salutari con la farina di canapa!

M'illumino di Meno 2014, la giornata del risparmio energetico

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L’iniziativa M’illumino di Meno di Caterpillar, la trasmissione di Radiorai 2, è arrivata alla sua decima edizione. Spegnere piazze, vetrine, uffici, aule e private abitazioni, tra le 18 e le 19,30, durante la messa in onda della trasmissione, questo è il gesto simbolico per dire basta allo spreco energetico. Caterpillar invita tutti, dalle istituzioni ai privati cittadini, dalle scuole ai negozi, dalle aziende alle associazioni culturali, a rendere visibile la propria attenzione al tema della sostenibilità osservando un’ora e mezza di “silenzio energetico”.

Il decalogo delle buone abitudini per la giornata di M’illumino di Meno (e anche dopo!) prevede:

  1. spegnere le luci quando non servono;
  2. spegnere e non lasciare in stand by gli apparecchi elettronici;
  3. sbrinare frequentemente il frigorifero; tenere la serpentina pulita e distanziata dal muro in modo che possa circolare l’aria;
  4. mettere il coperchio sulle pentole quando si bolle l’acqua ed evitare sempre che la fiamma sia più ampia del fondo della pentola;
  5. se si ha troppo caldo abbassare i termosifoni invece di aprire le finestre;
  6. ridurre gli spifferi degli infissi riempiendoli di materiale che non lascia passare aria;
  7. utilizzare le tende per creare intercapedini davanti ai vetri, gli infissi, le porte esterne;
  8. non lasciare tende chiuse davanti ai termosifoni;
  9. inserire apposite pellicole isolanti e riflettenti tra i muri esterni e i termosifoni;
  10. utilizzare l’automobile il meno possibile e se necessario condividerla con chi fa lo stesso tragitto.

Una bella iniziativa che l’Eco Punk sostiene e augura un buon silenzio energetico a tutti.

5 febbraio 2014: la prima Giornata contro lo Spreco Alimentare

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Ogni giorno finisce nella spazzatura un’enorme quantità di cibo. E’ il cibo che buttiamo via ogni giorno per acquisti sbagliati, dimenticanza nel frigorifero o cattiva conservazione. Secondo il Rapporto 2013 sullo spreco domestico di Waste Watcher (l’Osservatorio di Last Minute Market con Swg e il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna) ogni famiglia italiana butta in media circa 200 grammi di cibo la settimana e sempre secondo le stime, in un anno si potrebbero recuperare in Italia 1,2 milioni di tonnellate di derrate che rimangono sui campi, oltre 2 milioni di tonnellate di cibo dall’industria agro-alimentare e più di 300mila tonnellate dalla distribuzione.

Le quantità sono immense e inaccettabili, considerando che in parti del mondo non molto lontane da noi si muore ancora di fame. Eppur qualcosa si muove! Le rilevazioni effettuate nel 2013 registravano che il 45% degli italiani ha sensibilmente diminuito lo spreco del cibo acquistato e poi sprecato rispetto al 2012, inoltre acquistano meno prodotti che non piacciono e sono quindi a rischio spreco, comperano meno confezioni troppo grandi, comprano meno cibo che va a male o fa la muffa e  esagerano nel fare la spesa o non cucinano più troppo cibo.

Ma si può fare di più e c’è qualcuno che lo sta facendo e inizia proprio da oggi con gli Stati Generali di prevenzione dello spreco alimentare: mercoledì 5 febbraio a Roma, dalle 10 al Tempio di Adriano (in Piazza di Pietra), è convocata la Consulta composta da enti, associazioni, organizzazioni e imprese: tutti gli attori della filiera agroalimentare italiana e le organizzazioni attive nella lotta agli sprechi alimentari sono chiamati a esprimere indicazioni e buone pratiche la realizzazione del Pinpas, il Piano nazionale di prevenzione dello spreco alimentare di cui per la prima volta si dota l’Italia per iniziativa del Ministero dell’Ambiente.

Il Pinpas, Piano nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, è stato inserito nell’ambito del Piano Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti Italiano adottato dal Ministero dell’Ambiente: per la prima volta l’Italia affronta in modo organico il problema degli sprechi alimentari  e fra i suoi obiettivi primari Pinpas ci sono il dimezzare lo spreco alimentare entro il 2025 e sollecitare l’istituzione dell’Anno Europeo contro lo spreco alimentare. Il Pinpas ambisce a produrre soluzioni concrete ed efficaci in termini di riduzione alla fonte della quantità di cibo che finisce tra i “rifiuti” sul breve, medio e lungo periodo. L’obiettivo è raggiungere entro il 2020 una riduzione del 5% dei rifiuti per unità di Pil dei rifiuti urbani, del 10% di quelli pericolosi e del 5% di quelli speciali.

Miniguida al consumo critico (I parte): l'informazione e il boicottaggio

consumo criticoEssere un consumatore critico è una scelta consapevole che richiede pazienza e buona volontà, ma col tempo assicura un buon grado di soddifazione durante l’acquisto e il consumo di un determinato prodotto o servizio. Nel post precedente ho mostrato come stanno cambiando gli acquisti degli italiani, scegliendo soluzioni sempre più sostenibili, ma da dove iniziare? Come vedete in alto, ho creato un grafico che riassume in cinque punti fondamentali, i passi da fare per diventare un consumatore critico e responsabile per sè e per l’ambiente. Andiamo per punti.

1. INFORMAZIONE E BOICOTTAGGIO

L’informazione è tutto, è il primo passo per diventare un consumatore critico e ci aggiungerei anche un “buon cittadino”. Prima di acquistare qualsiasi cosa, dobbiamo essere curiosi e porci delle domande sul tipo di produzione, sul trattamento riservato ai lavoratori, sull’impatto ambientale dell’azienda, sul tipo di profitto ricavato, sullo sfruttamento di risorse e persone.

Siamo bombardati da milioni di prodotti ogni giorno e molto spesso si ha l’illusione di poter scegliere. Ma cosa avranno in comune la L’Oreal con la Nestlè? O credete che la pasta Barilla sia davvero made in Italy? Magari un brand è conosciuto per le sue irresistibili barrette al cioccolato e per i suoi cereali, eppure nasconde una dura verità dietro l’angolo. Magari sempre quel brand, tra i suoi business, vende armi o sfrutta i bambini in un paese svantaggiato o distrugge l’ambiente. Ignoriamo un’infinità di relazioni tra aziende e per questo la miglior arma è informarsi.

graphic-300dpi-illustrator-english[1]Esistono le 10 sorelle che controllano la quasi totalità del cibo e di tutti i prodotti da banco del supermarket. Nel 2013 un essere umano su otto continua a morire di fame, mentre le 10 sorelle accumulano miliardi e non solo. Esistono multinazionali che addirittura finanziano armi e regimi dittatoriali, inquinano la nostra terra, impoveriscono intere comunità di persone, le più famose e potenti sono Nestlé – Mitsubishi – Nike – Shell – McDonald’s – Walt Disney – Barilla – Kraft – Total –  Henkel – Philip Morris – Unilever – Agnelli – Procter&G – L’Oreal – Parmalat – Novartis – Montedison.
Sembra strano ma non vi sto annunciando nulla di esagerato, anzi rendetevi conto voi della realtà, guardando questa lista di Disinformazione.it, dove sono elencate tutte le cattive azioni delle corporations citate, tutto in nome del profitto e del potere.

Incredibile, siamo circondati da prodotti di aziende eticamente scorrette. Cosa può fare un comune consumatore davanti a codeste corporations così ricche e potenti? Una soluzione c’è ed è l’unica pacifica possibile, il boicottaggio etico-strategico. Consiste in una forma di ribellione e rifiuto di quei prodotti eticamente scorretti, ma in maniera strategica, cioè facendo in modo che il boicottaggio porti dei danni economici alle aziende accusate di comportamenti scorretti. Di solito si porta avanti l’azione affinché l’azienda subisca un calo delle vendite dal 2 al 5% circa, percentuale ritenuta sufficiente a condizionare i comportamenti dell’impresa*. Si tratta di evitare di comperare e, quindi, sostenere prodotti derivanti dallo sfruttamento umano e del pianeta, prodotti fabbricati da persone, spesso bambini, in condizioni di lavoro disumane.

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Questa quindi è l’unica maniera che ogni persona/consumatore possiede per modificare il sistema economico, scegliendo di non sovvenzionare marche e prodotti derivanti da una mera logica di mercato e sostenere i prodotti di aziende eticamente corrette diventando così consum-attori, persone attive che sono capaci di scegliere e, tramite questa scelta di acquisto, esprimono il loro modo di essere. E’ necessaria la partecipazione di tante persone e il successo di un boicottaggio dipende dalla sua capacità di diffondere il messaggio e, grazie a internet con i siti web, i blog, i forum, le mailing list, la capacità di comunicazione dei movimenti di boicottaggio è aumentata.

Il simbolo delle accuse globali alle multinazionali, e vittima di uno dei più grandi boicottaggi, è senza dubbio la catena McDonald’s che è l’antonomasia della multinazionale globalizzata: 30 mila ristoranti in 119 Paesi nel mondo, ogni giorno 47 milioni di clienti di cui 650 mila in Italia. Le accuse vanno da questioni alimentari, passano per l’ambiente e arrivano dritto ai lavoratori. I panini sono accusati di favorire una cattiva alimentazione, istigare all’obesità, veicolare sofferenze cardiovascolari. Nei menù si condanna l’utilizzo di polli e vitelli allevati in batterie. Dal punto di vista ambientale, McDonald’s è insostenibile nel massiccio utilizzo di carne, la cui produzione ha un impatto notevole sull’ecosistema, nell’impressionante spreco di imballaggi per lo più non riciclabili, nell’utilizzo di organismi geneticamente modificati. McDonald’s è accusata anche di utilizzare lavoro precario e poco sindacalizzato. A differenza che negli Usa, in Italia la pressione su McDonald’s non sembra aver inciso sulle politiche dell’azienda, che in ogni caso si premura di monitorare gli umori della società civile.

Altri casi di boicottaggi famosi sono senz’altro quello della Nike e Reebok per le condizioni di sfruttamento minorile e delocalizzazione della produzione, o quello della Nestlè per il latte in polvere, causa di migliaia di morti infantili nel Terzo Mondo, o ancora quello delle banche che finanziano la produzione di armi.

buycott1024[1]Oltre all’informazione su internet, c’è anche un altro strumento che ci viene in aiuto: l’app Buycott, che aiuta a rivelare quali multinazionali si nascondano dietro i loghi e le etichette dei prodotti comunemente in vendita, in modo da poter orientare i propri acquisti verso delle alternative maggiormente sostenibili dal punto di vista sociale ed ambientale. La App, progettata anche per svelare la provenienza dei prodotti più insospettabili, è un’opera del programmatore freelance Ivan Pardo e consente di analizzare i codici a barre di qualsiasi prodotto e di informare se esso sia legato ad un marchio appartenente ad una multinazionale, ma anche di seguire alcune campagne contro le multinazionali maggiormente sotto accusa per i loro comportamenti insostenibili.

Il boicottaggio quindi, è l’unica arma che abbiamo perchè le corporations sono sensibili al boicottaggio in quanto comporta una serie di implicazioni finanziarie, può inficiare l’immagine e la reputazione aziendale. Questa è una componente molto importante soprattutto nella Grande Distribuzione Organizzata, dove il boicottaggio può assumere, davvero, un ruolo determinante nell’indurre ad un cambio di rotta.

Una volta prese le info e quindi boicottati determinati prodotti, c’è la fase più piacevole, quella dell’acquisto consapevole, di cui vi parlerò nel prossimo post.

*Info da www.unimondo.org/Guide/Economia/Boicottaggio