Autoproduzioni cosmetiche con i fiori spontanei: l’oleolito di malva e calendula

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Vi ricordate la raccolta di piante e fiori spontanei in occasione dell’Earth Day? Dopo avervi mostrato papaveri, calendula, tarassaco e malva taccolti sulla Murgia pugliese, in particolare ai piedi di Castel del Monte; in tanti ci avete chiesto cosa avremmo fatto della raccolta. Bene, il tarassaco è stato stufato e consumato il giorno dopo accompagnato da focaccia semintegrale fatta in casa; i papaveri sono finiti in un infuso per una tisana della buonanotte (il cosidetto “papagno” per far dormire i bambini, in questo caso abbastanza cresciuti…) e la malva e la calendula? Sott’olio di oliva rigorosamente made in Puglia!

L’oleolito è un preparato molto utilizzato in ecocosmesi che, come già scritto, altro non è che la macerazione della cosiddetta droga in olio a vostra scelta; in questo caso ho utilizzato olio di oliva, un olio abbastanza pesante che ben si sposa con le proprietà di malva e calendula. Dopo 20 giorni dalla messa sott’olio al buio, si filtra in un barattolo di vetro pulito e completamente asciutto ed è pronto all’utilizzo. Il cosmetico ottenuto possiede proprietà lenitive, emollienti, antinfiammatorie, antispasmodiche, cicatrizzanti. Vediamo insieme i vari utilizzi:

  • puro come olio dopobagno per i neonati, olio intimo, olio lenitivo per il corpo in caso di pelle molto irritata;
  • in aggiunta a dei preparati come la Crema solare protettivaLozione dopobarbaGel DoposolePomata all’ossido di zinco per le irritazioni di varia natura, l’Unguento post puntura di zanzare e insetti vari, sempre durante la fase oleosa;
  • come base per un olio repellente per le punture di insetti a cui andrete ad aggiungere l’olio essenziale di citronella e tea tree o per un olio contro le irritazioni in generale a cui aggiungerete l’olio essenziale di tea tree, lavanda, camomilla.

Come vedete è un oleolito abbastanza versatile e molto utile soprattuto in vista dell’estate. E voi come lo utilizzate?

Con un pizzico di gomasio homemade…

gomasio
Per questo giovedì la nostra amica Felicia è in via di guarigione e saluta tutti, dandovi appuntamento per il prossimo giovedì e cedendo il posto a me. Ho pensato di proporre un’autoproduzione alimentare facile, salutare e da utilizzare per vari impieghi: il gomasio è l’alternativa sana al sale, composto da semi di sesamo (goma in giapponese) e sale marino (shio) integrale, tostati e tritati. È tipico della cucina giapponese, viene usato come condimento per insaporire ricette non solo della cucina macrobiotica o vegana.

I semi di sesamo, e di conseguenza il gomasio, contengono omega 6, proteine, vitamine D ed E, calcio, fosforo, ferro e zinco. Tutte queste sostanze sono fondamentali per il buon funzionamento e la rigenerazione del sistema nervoso. Il gomasio, inoltre, contiene anche sesamina, sesamolina e sesamolo, tre antiossidanti che contribuiscono a controllare i livelli di colesterolo nel sangue e salvaguardare il fegato. Ideale per le diete che richiedono poco sodio e in generale per chi ha voglia di cambiare e assaggiare cose nuove.

RICETTA

Di solito per creare questo sale aromatizzato, si usa una proporzione di 1:10, cioè un cucchiaio di sale e dieci di sesamo e non vi resta che tostare e pestare:

-Prendete una pentola d’acciaio con un fondo spesso e tostate i semi di sesamo a fiamma media fino a quando i semi vi sembranno dorati e ve ne accorgerete anche dal profumo che emaneranno. Non appena dorati, spegnete il fuoco e metteteli in una ciotola per farli raffreddare;

-In un’altra pentola d’acciaio, tostate leggermente il sale per togliere l’umidità (vi accorgerete che sarà diventato leggermente grigio);

-A questo punto dovete andare di olio di gomito… unite i semi al sale mescolandoli, prendete un mortaio e pestate per bene i semi fino a quando saranno aperti e si “sfarineranno”. Respirate, meditate, buttate via i pensieri negativi mentre pestate i semi, quest’operazione richiede un po’ di tempo ma vi assicuro che è terapeutica…

-Mettete tutto in un barattolo di vetro pulito e asciutto e conservate nella vostra dispensa.

Ha un buonissimo profumo simile a quello delle mandorle tostate e si può utilizzare crudo su insalate, zuppe o sulla pasta al posto del formaggio. Facile vero?

DIY – Il dentifricio all’olio di cocco e breve storia critica dell’igiene dentale

dentifricio

Un’autoproduzione cosmetica davvero economica, semplice ed efficace: il dentifricio all’olio di cocco. Ho provato varie ricette di dentrifici in polvere e in pasta con l’argilla verde, il tè, l’aloe vera ma avevano sempre un sapore per me poco gradevole e, visivamente diciamocelo, non siamo abituati a sciacquare la bocca con qualcosa di scuro e terroso come l’argilla o il tè. Per questo motivo vi propongo questa autoproduzione semplicissima che sto riscontrando essere parecchio efficace proprio per il suo elemento principale. Prima però di illustrare le proprietà dell’olio di cocco per l’igiene dentale e la ricetta, vorrei fare un passo indietro con voi.

Un po’ di storia: da dove viene il nesso fra menta e alito pulito

Non molto tempo fa, ho letto un interessante articolo su Il Post a suo volta tratto da un articolo del giornalista scientifico Joseph Stromberg che analizza come l’industria pubblicitaria ci ha convinti che una bocca pulita e fresca sia una bocca che profuma di menta e  ne riporto alcune informazioni utili.

L’utilizzo della pianta della menta a fini terapeutici è attestato già nell’antichità, sebbene non fosse specificamente per i denti; infatti fino ai primi del ‘900, la gente si spazzolava i denti semplicemente con acqua o polveri abrasive e, per migliorarne il sapore, alcuni aggiungevano delle erbe tritate fra cui occasionalmente della menta, ma anche rosmarino, salvia e prezzemolo. Il primo dentifricio moderno ad esempio, inventato dallo scienziato francese Julien Botot verso la metà del Settecento, conteneva essenze di garofano, zenzero e cannella; tutt’altro che erbe dalla sensazione di freschezza.

Negli anni Venti un’azienda in particolare, la Listerine, mise in commercio un collutorio a base di mentolo – una sostanza contenuta nella nota pianta della menta piperita – che venne pubblicizzato come il rimedio per l’alitosi. In realtà però, la sensazione di freschezza dell’alito provocata dal mentolo è stata rappresentata dai pubblicitari come il segno della pulizia e freschezza dell’alito, sebbene non ci fossero prove che funzionasse meglio di altre sostanze o odori (“Il mentolo – così come altre sostanze come l’eucaliptolo – produce lo stesso effetto, ingannando i recettori e dando una sensazione di fresco. Ovviamente, il mentolo non uccide i germi né copre l’alito cattivo meglio di altre sostanze, ma la sensazione di “freschezza” produce un effetto immediato e notevole). Poco dopo il lancio del collutorio Listerine, la ditta Life Savers per esempio produsse delle caramelle bianche al mentolo pubblicizzandole come se fossero “alla menta” – di cui in realtà contenevano poche tracce – che ebbero un gran successo e vennero presto soprannominate “mentine”. Ancora oggi un sacco di pubblicità per chewing gum e dentifrici pubblicizzano prodotti “alla menta”, benché della vera pianta di menta contengano quasi nulla e il mentolo venga spesso sintetizzato chimicamente. (Qui per leggere l’intero articolo).

L’olio di cocco per l’igiene dentale

Sfatato un po’ il mito di menta e mentolo, ora al centro delle polemiche c’è il fluoro che pare sia nocivo. Fra pareri discordanti, io dico sempre “nel dubbio, autoproduci!”. Fra le varie ricette per fare un dentifricio in casa, quello con l’olio di cocco mi è sembrato il più semplice ed efficace ed eccomi qui ad invitarvi ad autoprodurlo. Il valore aggiunto dell’olio di cocco sta nella sua composizione, infatti il 50% di  grasso contenuto nell’olio di cocco è acido laurico, elemento estremamente raro in natura, un potente distruttore di ogni tipo di microbo: virus, batteri, protozoi (molti potenzialmente nocivi).

Si può utilizzare quindi come semplice colluttorio, sciacquando la bocca con l’olio di cocco per 15 minuti, dopodiché sputarlo necessariamente e sciacquare la bocca con acqua. Questo processo permette all’olio di ‘tirare fuori’ batteri, virus, funghi e altri detriti. Importante è evitare di deglutire l’olio in quanto si ingerirebbe una sostanza popolata dai batteri e qualsiasi altra potenziale tossina e detrito appena rimossi. Se fatto correttamente, lo sciacquo comporta una notevole pulizia, disintossicazione ed effetti curativi, non solo per la bocca ma per tutto il corpo perché contribuisce a ridurre il carico tossico totale sul sistema immunitario, impedendo la diffusione di questi organismi dalla bocca al resto del corpo, tramite il flusso sanguigno. (Info da disinformazione.it).

Dentifricio all’olio di cocco

Dopo tutte queste premesse necessarie, passiamo all’autoproduzione del dentifricio. È talmente semplice e alla portata di tutti che la ricetta base l’ho sintetizzata in un’infografica.

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A questa ricetta si possono fare aggiunte e sostituzioni. Per esempio, nel mio dentifricio ho messo 5 gocce di olio essenziale di menta, 5 gocce di olio essenziale di tea tree e 5 di olio essenziale di salvia; questi ultimi due sono degli antibatterici molto indicati per i dentifrici homemade. Alla ricetta base ho aggiunto anche mezzo cucchiaino di glicerina vegetale per migliorare la consistenza, oppure potete aggiungere anche un cucchiaino di gel di aloe vera, anch’esso indicato per l’igiene dentale.

E voi l’avete provato il dentifricio all’olio di cocco? Cosa ne pensate?

Seed Bomb DIY: la guerrilla gardening per diffondere amore per il pianeta

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Nel mese in cui si parla d’Amore, l’EcoPunk non poteva non farlo parlando di Amore per il Pianeta. Ed eccoci qui a spiegarvi come autoprodurre un regalo originale per la vostra lei/il vostro lui, le Seeds Bomb, delle vere e proprie bombe di semi, che è possibile acquistare online già pronte o potreste fare voi, hand made, per essere ancora più originali e personalizzate.

Il loro messaggio è uno “diffondere l’amore per la terra e il pianeta” in modo critico e non violento, lanciando queste bombe nelle aiuole della vostra città, nei parchi e in qualsiasi altro posto la vostra mente le immagini. Un tentativo non violento di sovversione, attraverso le uniche “Bombe che fanno bene al pianeta” e che possono rendere un regalo ancora più sostenibile ed originale. Prima di passare all’autoproduzione, vediamo un po’ da dove nasce questa idea.

IL MOVIMENTO GUERRILLA GARDENING

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Guerrilla Gardening nasce come opposizione attiva al degrado urbano. Una forma di giardinaggio politico che, tramite un’ azione nonviolenta diretta, mette in risalto temi come la permacultura o le problematiche riguardanti i diritti della terra. Citando le loro parole “TRASFORMIAMO IL CEMENTO IN FIORI”.

La prima volta che viene usato il termine guerrilla gardening è nel 1973, da parte di Liz Christy e il suo gruppo Green Guerrilla (Guerriglia verde), nella area di Bowery Houston a New York. Questo gruppo trasformò un lotto abbandonato e privato in un giardino.
“Un esempio di guerrilla gardening ebbe luogo nel maggio 1996, quando circa 500 attivisti affiliati a The Land is Ours (La terra è nostra), tra cui il giornalista George Monbiot, occuparono circa 13 acri (circa 5 ettari) di terreno abbandonato, appartenente alla Guinness, sulle rive del Tamigi nel Wandsworth, la parte sud di Londra. La loro azione voleva sottolineare quello che loro descrissero come “Il terrificante spreco della terra urbana, la mancanza di case popolari e il deterioramento dell’ambiente urbano”. (fonte Wikipedia)

In italia questo movimento si è diffuso nel 2006 a Milano ed ora si vedono gruppi attivi in tutta italia (qui il link per chi fosse interessato Gruppi di GG Italia). La guerrilla gardening continua tuttora, quando delle singole persone piantano segretamente alberi da frutto, o altre piante commestibili perenni, o ancora dei semplici fiori nei parchi o lungo le piste ciclabili.

AUTOPRODUCIAMO UNA BOMBA DI SEMI

Per creare le nostre  Seed Bomb avremo bisogno di:

Semi (acquistati o meglio se recuperati da ortaggi o frutta)
Argilla (creta essiccata, la si trova nei negozi di giardinaggio ma va anche bene quella per uso artistico o modellismo acquistabile nei negozi di giocattoli)
Terriccio precedentemente fertilizzato.

Per creare le nostre bombe di semi dovremo:

-Stendere il nostro panetto di argilla formando dei dischi di medie dimensioni.

-Posizionare all’interno il terriccio e al centro i semi acquistati o recuperati da ortaggi o frutta (es. semi di peperoncini, semi di mela), scegliendo piante o fiori resistenti come ad esempio il girasole, ma vanno benissimo anche piante come rosmarino, origano, timo ed altri. Qui starà a voi personalizzare le vostre bombe in base alla persona a cui vorrete regalarla.

-Richiudere il disco di argilla su stesso, formando una palla.

-Lasciare asciugare per 24 ore.

-Racchiudere tutte le vostre Seed Bomb in una scatola o sacchetto riciclato e da voi decorato

-Lanciare le Bombe ovunque la vostra immaginazione possa arrivare!! 🙂

Di seguito vi lascio un video dei ragazzi di Urban Farm che mostra come creare le Seed Bombs.

Il cedro e i suoi utilizzi: dalla crostata veg all’impiego in ecocosmesi

cedri

Ti arrivano dei cedri non trattati dalla campagna di un tuo amico. Che fai? Non vuoi metterti a sperimentare? Ed eccoci qui di giovedì ad approfondire questo frutto di origine asiatica, entrato di diritto a far parte della famiglia degli agrumi insieme ad arance, pompelmi, mandarini e limoni (la nostra amica Felicia per questo giovedì mi ha ceduto il suo posto sul blog per farci una sorpresa per San Valentino…).

Ogni qualvolta abbiamo un frutto o un tipo di verdura e vogliamo sperimentarne i vari utilizzi, dobbiamo partire necessariamente dalle proprietà intrinseche. In questo caso, scopro che il cedro, come tutti gli agrumi è un concentrato di qualità nutrizionali e benefiche per l’organismo ed è una vera e propria miniera di sali minerali e vitamine, in particolare vitamina C. Ricco di flavonoidi, rientra, quindi, tra gli alimenti antiossidanti. Ha proprietà digestive, germicide, disinfettanti, stimolanti e lassative, quindi aiuta a combattere la formazione di gas addominale, è un antipertensivo naturale e un ottimo alleato in caso di cistite, cellulite e disturbi renali, stimola la crescita dei capelli. Il cedro, infine, ha pochissime calorie (circa 11 per 100 grammi di frutto fresco), quindi fa benissimo al mattino berne il succo, magari diluito in un bicchiere d’acqua*. Passiamo adesso ai vari utilizzi.

CROSTATA VEGANA CON CREMA AL CEDRO

Dato il sapore molto particolare, non tutti gradiscono il cedro fresco, infatti spesso viene candito con lo zucchero e aggiunto nei dolci.
Io ho preferito utilizzarlo fresco nella preparazione di una buonissima crostata veg sana, gustosa e ipocalorica. Sia per la pasta frolla che per la crema pasticcera, ho seguito la ricetta di Vegolosi, apportando delle modifiche.

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Pasta frolla

100 gr di farina 0
150 gr di farina di farro
80 ml di olio di semi di girasole spremuto a freddo
60 ml di acqua
8 gr di cremor tartaro
120 gr di zucchero integrale di canna
La scorza di 1/2 cedro

Crema pasticcera al cedro

400 ml di latte di soia
10 dl di succo di cedro fresco
60 gr di di zucchero di canna integrale
25 gr di farina di avena
3 gr di amido di mais
4 gr di curcuma in polvere
La scorza di 1/2 cedro

Decorazione

Scorza di cedro
Zucchero di canna

Preparazione

-Per prima cosa, dobbiamo fare la pasta frolla. In una ciotola capiente, metteteci gli ingredienti secchi setacciati (farine, zucchero, cremor tartaro) e poi aggiungete l’acqua e l’olio e la scorza di cedro. Mescolate con un cucchiaio di legno o con le vostre fantastiche mani fino ad ottenere un impasto morbido ed omogeneo. Formate una palla e avvolgetelo in una pellicola per alimenti. Lasciate riposare in frigo per almeno un’ora.

-Passiamo alla crema. Prendete un pentolino con i bordi alti e metteteci farina e zucchero setacciati e una parte di latte e mescolate con una frustra cercando di eliminare tutti i grumi. Mettete il pentolino sul fuoco basso e aggiungete il latte poco alla volta, continuando a mescolare dolcemente fino a quando comincerà un po’ a bollire. Aggiungete l’amido e la scorza di cedro, continuando sempre a mescolare dolcemente per un minuto e facendo attenzione al fondo del pentolino dove potrebbe solidificarsi la crema. Spegnete il fuoco e lasciate raffreddare la crema.

-Dopo un’ora, tirate fuori la frolla dal frigo e stendetela in un tegame per crostate (io l’ho stesa con le mani), dopo aver messo un po’ di farina sul fondo.Versate la crema sulla frolla e livellatela.

-Tagliate a striscioline la scorza di cedro facendo attenzione a non prendere la parte bianca (io ho usato un pelapatate) e mettetelo a piacimento sulla crema per guarnire la torta. Mettete dello zucchero di canna sulle scorze in modo che, col calore, diventino quasi caramellate.

-Cuocete in forno a 180 gradi per mezz’ora/40 minuti.

ALTRI UTILIZZI DEL CEDRO

In cucina

Può essere utilizzato nella preparazione di insalate, liquori, marmellate, sciroppi.

In eco-cosmesi

Come tutti gli agrumi, anche la buccia del cedro contiene l’olio essenziale dalle proprietà anticellulite, rinfrescanti, repellenti e disinfettanti. Dei preparati casalinghi possono essere:

  • l’oleolito da impiegare per massaggi anticellulite o lozioni anticaduta;
  • l’estratto alcolico da aggiungere alle creme anticellulite homemade, l’unguento post-puntura (che in tal caso diventerebbe pre-puntura) e al pout pourri per profumare gli ambienti;
  • Tonico purificante (segui la stessa ricetta con l’arancio amaro).

*Info da Curenaturali.it

DIY: crema viso contro le macchie scure

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Bentornati con un’autoproduzione cosmetica adatta per questo periodo. Avete presente quelle macchie scure sulla pelle? Solitamente sono date dai segni del tempo, ma possono anche essere causate da un’abbronzatura aggressiva o cicatrici o irritazioni in generale. La mia vicina di casa mi ha chiesto di prepararle una crema viso dal potere schiarente e idratante contro le macchie scure delle pelle e sono arrivata a formulare questa crema leggermente antirughe con gli ingredienti “attivi” in tal senso che sono l’olio di ricino, il gel d’aloe vera, l’olio essenziale di limone. Vediamo le loro proprietà da vicino e poi passiamo alla ricetta.

L’olio di ricino e il gel d’aloe vera (ricavato direttamente dalla pianta nel mio orto sul balcone) sono formidabili per aiutare la pelle a rigenerarsi. Potrete verificare l’efficacia di entrambi anche solo applicandoli sulle macchie prima di andare a dormire e tenendoli in posa tutta la notte. Il gel d’aloe è valido soprattutto per il trattamento delle macchie causate dall’acne e delle macchie rossastre dovute ad allergie o irritazioni della pelle.

Il limone è lo schiarente naturale per eccellenza e l’olio essenziale ricavato dalla buccia aumenta questo potere. Ricco di vitamina E, purificante, levigante (come l’olio essenziale di carota che ho utilizzato nella crema); il succo fresco potete anche utilizzarlo in una maschera viso mescolando yogurt bianco intero e miele e tenendola in posa un quarto d’ora. Sciacquate e applicate la crema viso.

RICETTA

FASE A

1,5 glicerina
0,3 xantana
36,2 acqua demineralizzata

FASE B

2 gr di olio di mandorle
2 gr di olio di semi di girasole spremuto a freddo
2 gr di olio di oliva
4 gr di olio di ricino
2,5 gr di olivem 1000 (emulsionante)

FASE C

2 gr di gel d’aloe vera
1 gr di amido di riso
1 gr di estratto di arancio amaro
7 gtt olio essenziale di limone
5 gtt olio essenziale di carota
8 gtt cosgard (conservante)

Per il procedimento, dovete emulsionare la FASE B nella FASE C seguendo il classico procedimento di preparazione delle creme come lo trovate qui e alla fine aggiungete la FASE C (attivi) a freddo. Potete sostituire l’estratto di arancio amaro con l’oleolito di limone, ottimo da utilizzare sulle mani durante la stagione fredda.

IMPORTANTE: questa crema va utilizzata solo nelle stagioni fredde e va assolutamente evitata l’esposizione al sole per via dell’olio essenziale di limone e dell’estratto di arancio amaro che, come tutti gli agrumi, sono fotosensibilizzanti e possono dare reazioni allergiche a contatto con i raggi solari.

Intervista con gli Alice Tambourine Lover, tra folk e psichedelia

Gli Alice Tambourine Lover sono un duo composto da Alice Albertazzi (vocal / guitar / tambourine) e Gianfranco Romanelli (dobro resonator guitars / bass) che qualcuno ricorderà nella seminale band stoner degli Alix tra i primi a portare il linguaggio della psichedelia pesante in Italia. Terminate quell’esperienza i due “strumenti in spalla” si sono re-inventati con questo nuovo progetto all’insegna del minimalismo e dell’autoproduzione/promozione. Nel 2015 è uscito il loro terzo album “Like a Rose”, perfetto per chi ama un certo tipo di sonorità lisergiche ed intime allo stesso tempo. Dopo averli apprezzati dal vivo questa estate al Parco Santa Geffa di Trani (BT), in una splendida cornice “Folk” immersa nel verde, si sono prestati gentilmente alla mia curiosità di appassionato del genere.

Salve ragazzi, innanzitutto complimenti per la performance live di fine Agosto al Parco di Santa Geffa di Trani dove ho potuto apprezzarvi per la prima volta! 
Grazie Paolo, è stata una bellissima serata ed è sempre un piacere suonare in Puglia!

Con “Like a Rose, siete approdati alla terza release in poco più di tre anni, vi seguo dai tempi degli Alix e sinceramente mi aspettavo un concerto più “acustico”, in realtà è parecchio elettrico, lisergico e “sabbioso”..avete mai pensato di allargare la formazione ad altri elementi, magari un batterista/percussionista?
Con il primo album  “Naked Songs” ci siamo “svestiti” dei suoni psych/stoner degli Alix. Le “Canzoni Nude” ci hanno permesso di ritrovare quell’intimità che una band. dopo 15 anni di “amore e duro lavoro”, facilmente tende a perdere.. aggiungerei “amore squattrinato”…  “Naked Songs” è stato un volersi fermare e riflettere, prendendoci poco sul serio, godendo al massimo il momento, unico e irripetibile, in cui nasce qualcosa di nuovo. Con il secondo “Star Rovers” ci siamo aperti ad altre sonorità, coinvolgendo alcuni amici musicisti in studio di registrazione, esperienza che abbiamo poi ripetuto nell’ultimo disco “Like A Rose” … il più lisergico e visionario dei tre, che vede un’ulteriore evoluzione degli Alice Tambourine Lover. Almeno per ora non sentiamo l’esigenza di un percussionista/batterista all’interno del progetto, ma continueremo sicuramente ad aprirci musicalmente collaborando con altri musicisti.

Ho sempre pensato, e correggetemi se sbaglio, che i semi del progetto ALICE TAMBOURINE LOVER fossero già presenti nella musica degli Alix (soprattutto quelli dell’ultimo album), credete che questo progetto si sarebbe sviluppato anche senza la momentanea pausa della vostra band d’origine? Com’è cambiato il vostro approccio rispetto ad una band “completa”?
Sicuramente il seme era già nato, anche se, una volta rimasti in due, non abbiamo mai sentito il bisogno di creare una nuova band, ritenendo gli ALIX insostituibili… Abbiamo piuttosto sentito l’esigenza di percorrere altre strade.

Ho parecchio apprezzato la cover di John Garcia, la voce “stoner” per eccellenza. Cosa rappresenta per voi e in che maniera ha influenzato il vostro percorso musicale?
E’ un onore aver arrangiato e suonato due brani di Dandy Brown “Watch It Go” e “ Never Boulevard”, quest’ultima firmata anche da John Garcia. Sono due brani stupendi che Dandy Brown ci ha dato dopo aver sentito i nostri lavori precedenti. Ci lega una grandissima stima reciproca e chissà che un giorno non si riesca a suonarle insieme dal vivo.
Dandy Brown, oltre che bassista degli Hermano, è il principale compositore del progetto “Orquesta Del Desierto” che a fine anni ’90, insieme ai Kyuss di John Garcia, sono state tra le band che più abbiamo ascoltato in furgone durante i mitici tour con gli ALIX.

In Europa, ma anche in Italia negli ultimi anni, sembra esserci una fiorente scena dedita allo stoner e al rock in qualche maniera psichedelico e “retrò”. In che maniera siete supportati dalla vostra etichetta storica la “Go Down Records”? Ci sono delle band in particolare che apprezzate e seguite?
Con La Go Down c’è una collaborazione che dura ormai da anni, anche se il grosso dei lavoro organizzativo lo svolge Alice.
Ultimamente stiamo ascoltando Duke Garwood, chitarrista/cantante inglese, spesso in tour con Mark Lanegan e molto african blues tipo Tinariwen.

Ultimamente avete aperto i concerti di Nick Olivieri (con cui avete anche jammato) e Mark Lanegan, avete qualche aneddoto in particolare da raccontare?
Durante il soundcheck di Nick, dopo aver provato Green Machine dei Kyuss, gli abbiamo chiesto se gli andava di accennare “Auto Pilot”, una delle canzoni dei QOTSA preferite da Alice.. a quel punto nessuno si aspettava che ci invitasse a provarla con lui per poi suonarla insieme durante il concerto…
Non abbiamo aneddoti su Mark Lanegan ma la sua voce ci copre ancora come un mantello.. è un grandissimo artista ed è stato bello esserci.

 

L'etica del Do It Yourself. Dalla musica punk a filosofia di vita

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Bricolage, design, giardinaggio, cucina, cosmesi, detersivi, cucito. Qualsiasi cosa ci interessi o ci incuriosisca, abbiamo a disposizione una marea di tutorial, guide online, libri sul Fai da te per aiutarci a creare qualcosa ex novo con le nostre mani. Molto spesso si attribuisce questo crescente interesse alla crisi economica che ha avuto l’effetto positivo di far riscoprire la manualità e alcune pratiche che facevano parte di quel mondo prima dello sviluppo economico capitalistico, le pratiche dei nostri nonni per intenderci. Sicuramente c’è un nesso, ma pochi sanno che l’origine del Do It Yourself, come filosofia di vita messa in atto in maniera consapevole, deriva da una cultura, anzi una sottocultura, nello specifico quella punk.

Il DIY (abbreviazione di Do It Yourself, in italiano Fai Da Te) è un’etica nata e diffusa all’interno della cultura punk, che propugnava il rifiuto per le major della distribuzione musicale ritenute capitaliste, espresso nello slogan DIY not EMI, e la formazione di etichette indipendenti con cui pubblicare i propri album. Dall’autoproduzione dei dischi poi l’etica del DIY si è estesa fino ad abbracciare sempre più aspetti della vita quotidiana e della commercializzazione come la produzione e distribuzione di fanzine, ossia giornali autoprodotti, che cercavano di diffondere notizie e idee della scena punk. Col tempo poi si è arrivati anche a magliette, toppe, spille e beni di consumo materiali, quali saponi e oggetti per la cura del corpo. Grazie all’hardcore americano dei primi ’80, il DIY ha avuto una larghissima diffusione tra i gruppi e i giovani, fino a diventare una vera e propria scelta non solo musicale, ma anche di vita.

do-it-yourself-the-rise-of-independent-music-industry-after-punk-2007-2lp[1]Oggi il DIY si riferisce all’etica di autosufficienza attraverso il completamento delle attività senza l’aiuto di un esperto retribuito e promuove l’idea che chiunque è in grado di eseguire una serie di operazioni piuttosto che affidarsi a specialisti pagati. Dalla sottocultura punk, l’attuale concezione del DIY ha ereditato l’ideologia anticonsumista sdoganando i sistemi o processi esistenti che potrebbero favorire la dipendenza da strutture sociali consolidate e mettendo al centro le persone e le comunità, incoraggiando l’impiego di metodi alternativi di fronte a ostacoli burocratici o società a raggiungere i loro obiettivi.

Il punk DIY vale anche nelle normali attività quotidiane come il giardinaggio, le riparazioni di qualsiasi tipo di oggetto, l’abbigliamento, il cibo. Ma non finisce qui, perché c’è chi ha coniato il termine Edupunk, derivato proprio dalla filosofia del DIY applicandolo all’istruzione.

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Jim Groom e la sua filosofia edupunk

Edupunk è un atteggiamento di insegnamento e di apprendimento delle pratiche fai da teIl New York Times ha definito il termine come “un approccio all’insegnamento che evita gli strumenti tradizionali come PowerPoint e Lavagna, e invece mira a portare in classe, l’atteggiamento ribelle e l’ethos fai da te anni ’70 di gruppi come i Clash“. Il termine è stato coniato da Jim Groom, specialista tecnologia didattica nelle arti e scienze umane presso l’Università di Mary Washington in Virginia, ed è stato rapidamente adottato da un gruppo di studiosi, soprattutto negli Stati Uniti e in Canada, che hanno voluto che gli studenti creassero la loro istruzione piuttosto che limitarsi a consumarla.

Edupunk quindi si snoda attraverso tre concetti fondamentali: la reazione contro la commercializzazione di apprendimento, il Fai da te come atteggiamento e il pensare all’apprendimento adatto ad ogni singolo individuo. Un esempio di Edupunk è stato il corso “Wikipedia: WikiProject Murder Madness e Mayhem” della University of British Columbia, un esperimento sulla creazione di articoli su Wikipedia nella primavera del 2008. Attualmente l’ Hampshire College, l’Evergreen State College, l’Università Marlboro, il New College della Florida e il Warren Wilson College hanno istituzioni collegiali che seguono l’ideologia edupunk. 

Nel DIY non c’è un modo giusto o sbagliato per imparare o insegnare, la cosa principale è quello di avere le mani sporche e imparare dall’esperienza. Perseguire il DIY non è fare il pane seguendo il tutorial su Youtube, ma fare il pane perché volete bene a voi stessi, prendete del tempo per voi per creare del cibo sano e più duraturo del pane da supermercato (che magari è stato anche decongelato e non si sa da dove viene e cosa contiene) e boicottate qualsiasi cosa che è non è etica e non rispetta l’ambiente e il vostro organismo. Dimenticate quindi lo stereotipo del punk come l’ubriacone nichilista e distruttivo. Se avete la passione per il fai da te e scambiate informazioni, saperi e cose a costo zero o quasi, siete un po’ punk anche voi. Adesso lo sapete.

Il punk è morto? Io non credo… E dopo tante parole, ascoltiamo insieme un po’ di Clash e sporchiamoci le mani!

https://www.youtube.com/embed/7zLJxHug_CM

Info da en.wikipedia.org/wiki/DIY_ethicen.wikipedia.org/wiki/Edupunktimeshighereducation.co.uk