Crisi? In Italia aumenta il consumo etico e negli USA chiudono i centri commerciali

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Foto da Rapporto Consumi Coop 2014

In questi giorni ho letto di notizie interessanti riguardo bilanci di fine anno sui consumi. Notizie positive per gli ecopunkers, secondo quanto riportato dal Rapporto Coop “Consumi e distribuzione” redatto in collaborazione con Ref Ricerche e Nielsen sui consumi degli italiani e in un articolo della Repubblica sulle abitudini di acquisto negli USA.

Qual è lo stato degli acquisti e dei consumi? In Italia nel 2014 c’è stato un calo sensibile di acquisti di automobili, abbigliamento e calzature, meno uscite fuori casa per mangiare e meno take away a favore dell’uso della bici (superiore nel Nord Italia, soprattutto a Milano), dell’acquisto di libri e musica in formato digitale e soprattutto, questa la notizia per noi più interessante, del cibo etico e biologico. In particolare lo spostamento verso beni di prezzo inferiore, il ricorso alle promozioni, il nomadismo della spesa, la riduzione degli sprechi e l’utilizzo di internet per avere informazioni sui prodotti, implicano una difesa della qualità del cibo a tutela del potere di acquisto. “Le cicatrici della crisi quindi, sono diventate valori” in cui da rinuncia e necessità, si è passati ad una revisione totale degli stili di vita e di consumo il cui paradigma è l’equazione Mangiare bene = stare bene.

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Il dato significativo sta nell’aumento esponenziale dei vegetariani e vegani, arrivando al 7% della popolazione totale che non acquista e non consuma carne o pesce. Il 31% di loro afferma di non mangiare più carne per rispetto nei confronti degli animali, il 24% per ragioni salutistiche, il 9% per limitare i danni ambientali derivati dagli allevamenti intensivi. In aumento anche l’attenzione alla riduzione dei rifiuti e degli sprechi alimentari, anche se l’Italia con i suoi 150 kg di sprechi alimentari pro capite, è ancora lontana dalla strategia rifiuti zero e dai risultati degli altri paesi europei come Germania o Olanda. Le regioni prime per la riduzione degli sprechi sono la Campania, la Lombardia e la Sardegna.consumoetico

Un aumento insomma della sensibilità e del consumo etico. Il supermercato quindi, diventa finamente l’occasione per sostenere giuste cause, stando attenti durante l’acquisto alla reputazione dell’azienda e al ciclo produttivo del prodotto. Il vero made in Italy rimane sempre il cibo, con Emilia Romagna e Sicilia che trainano l’export di cibo di qualità soprattutto in Germania e USA.

E a proposito degli USA, il cibo italiano va alla grande ma questa non è una novità. La notizia che ha lasciato perplessi noi europei è che il centro commerciale, simbolo del consumismo e del modello di società americana, sta per estinguersi. Non è un sintomo di crisi economica, anzi l’America, felice eccezione mondiale, ha una crescita vigorosa, un mercato del lavoro che tira e consumi in ripresa; a svuotare i centri commerciali tradizionali sono le diseguaglianze. L’ipermercato tradizionale è un modello interclassista e trasversale, studiato appositamente per quell’ampia fascia che era la middle class oramai scomparsa a causa della polarizzazione della società americana: da una parte i lavoratori a salario minimo, dal potere d’acquisto immobile, che vanno a fare la spesa negli ipermercati discount Costco; dall’altra i ricchi che prediligono i grandi magazzini glamour, tipo Saks Fifth Avenue. Nell’ultima decade, una trentina di ipermercati hanno chiuso.

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Centro commerciale abbandonato. Foto da thoughtcatalog.com

Altri 60 potrebbero fare la stessa fine in tempi rapidi. Un fenomeno talmente destabilizzante nell’immaginario collettivo americano, che è nato un sito specializzato per censirli, si chiama prevedibilmente www.deadmalls.com. Il fenomeno dei centri commerciali “morti” sprigiona una sorta di fascino macabro: sembrano città fantasma, cattedrali nel deserto, costruzioni imponenti e spettrali.  E in effetti proprio di recente Hollywood ha deciso di ambientare alcune scene del film Gone Girl in uno di questi centri fantasma*.

In Italia quindi è aumentato il consumo etico, negli USA i centri commerciali chiudono. Che qualcosa stia cambiando? Se così fosse, benvenuta crisi…

Per leggere l’intero Rapporto Coop, leggi il Magazine

Per rinfrescare la memoria, sfoglia la Miniguida al consumo critico by l’EcoPunk!

*da Repubblica.it, Centro commerciale addio, negli Usa crolla il mito dei templi dello shopping

 

Salva Gente, Marta sui Tubi con Franco Battiato

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Crisi, siamo in un mondo in crisi, non solo economica ma soprattutto culturale. Tutte le rivoluzioni culturali sono state accompagnate dalla musica, espressione artistica dei problemi e della voglia di cambiamento di una determinato periodo, ma in quest’epoca di crisi manca chi si fa portavoce di un sistema che sta andando al collasso. Parere personale questo, ma pensateci, chi racconta oggi il malcontento generale?

In questo momento di crisi di valori, c’è qualcuno come i Marta sui Tubi, che sfornano il nuovo singolo “Salva Gente” con il maestro Franco Battiato. Il singolo mi è piaciuto fin dal primo ascolto, parla di mettere in dubbio i valori tradizionali, di non dare mai nulla per scontato, di rinascita. “Quando comincerai a vedere il mondo in un modo diverso, il mondo comincerà a cambiare, quando comincerai a vedere il mondo in un modo diverso, il mondo comincerà a cantare”, magari non sarà l’inizio di una nuova rivoluzione culturale, ma almeno c’è qualcuno che fa sentire la propria voce.

Clicca qui per ascoltare il brano. Buon ascolto.

Usare la bici in città crea posti di lavoro e salva vite umane

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Se le grandi citta’ europee andassero in bici come fa Copenaghen il settore delle due ruote, ogni anno, potrebbe creare 76mila nuovi posti di lavoro e questa nuova mobilita’ salverebbe la vita almeno a 10mila persone grazie a all’aumento dell’attivita’ fisica e alla diminuzione degli incidenti stradali, del rumore e dello smog. Sono queste le conclusioni a cui e’ giunta una ricerca realizzata dall’Unece, la commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite. Una notizia di pochi giorni fa e a noi ciclisti non così nuova, infatti in un articolo di giugno dello scorso anno, già parlai di come la bici stava trainando il commercio nelle città statunitensi. Dei dati quindi che confermano anche qui in Europa, il trend positivo di un nuovo modello di intendere la mobilità sostenibile e in generale il modo di vivere le città e come questo possa creare nuovi posti di lavoro.

“Trasporti, salute e ambiente sono strettamente connessi tra loro e renderli sostenibili rappresenta una sfida importante per l’Europa” dice Eva Molnar, direttore divisione trasporti Unece. “La diminuzione degli impatti del traffico e della congestione si tradurrebbe immediatamente in una migliore qualita’ della vita per i cittadini”. Ne beneficerebbe, inoltre, anche l’economia, attraverso la creazione di nuove opportunita’ di lavoro e l’abbattimento dei costi complessivi derivanti dai danni ambientali e sanitari provocati dal trasporto, che possono pesare fino al 4% del Pil di un Paese”. L’Organizzazione mondiale della sanita’, infatti, addebita all’inquinamento atmosferico la responsabilita’ di circa 500mila decessi prematuri che si verificano all’interno della Ue a cui si devono aggiungere le 90mila vittime, sempre nell’arco dei 12 mesi, degli incidenti stradali.

La soluzione? Copiare Copenaghen, dove un quarto degli abitanti si sposta in bici, facendo decollare le attivita’ economiche legate al commercio e alla riparazione delle biciclette, cosi’ come a tutto l’indotto del settore degli accessori e della moda dei ciclisti urbani. E Copenaghen sia!

La canapa: storia e utilizzi di una delle piante più antiche e controverse al mondo

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Oggi tratto uno degli argomenti più dibattuti ultimamente dall’opinione pubblica e anche oggetto di ispirazione durante la fiera Fà la cosa giusta: la canapa. Chi è favorevole alla liberalizzazione, chi ancora fa fatica a distinguere una droga leggera da una pesante (e per fortuna hanno abolito la Fini-Giovanardi), chi ha ripreso a coltivarla e ci ha costruito un business, fatto sta che questa pianta oggetto di controversie e sabotaggi, è una delle piante più antiche al mondo, coltivate sia in Oriente che in Occidente che si adatta ai più svariati utilizzi ed è una risorsa preziosa da cui ripartire per costruire un sistema economico sostenibile.

L’immagine in alto ben rappresenta i principali impieghi di questa pianta miracolosa e da qui potete capire quanto il discorso sulla canapa può essere vasto, infatti questo post non pretende di essere esaustivo, ma vuole dare un contributo alla trasmissione di informazioni riguardo la canapa e il futuro sostenibile che questa ci assicura, tutto a costi contenuti.

Un pò di storia

Nell’antichità la canapa è sempre stata utilizzata per tessuti, vele, corde, medicinali. Esistono diverse varietà di canapa: ci sono quelle coltivate tradizionalmente in Europa per produrre tessuti (cannabis sativa) a basso contenuto di resina, e quelle originarie dell’Oriente ricche invece della resina contenente i cannabinoidi responsabili dell’effetto psicoattivo (cannabis indica). I cannabinoidi si trovano nella resina che impregna le infiorescenze delle piante e il THC (tetraidrocannabinolo) è il cannabinoide più importante. Le infiorescenze ricche di THC servono per fare le sigarette di marijuana, che la legge considera una droga.

A cavallo tra Ottocento e Novecento, in piena fiducia nel progresso e nella chimica, la canapa indiana cominciò ad essere sostituita dai farmaci sintetici, che avevano il vantaggio di poter essere dosati con esattezza e di funzionare in modo più evidente ed anche di far guadagnare di più, mentre gli effetti collaterali non erano ancora evidenti.

Intorno agli anni ’30 del 900, c’è stato il cambiamento: mentre da un lato era rinato l’interesse per questa pianta (tanto che Henry Ford progettò un’automobile costruita interamente con la canapa e alimentata con il biocarburante da essa derivato); dall’altro il petrolio si impuntava a divenire la risorsa che avrebbe ridefinito l’intero sistema economico e ci aggiungerei anche sociale e culturale.

Con il petrolio si incominciavano a produrre materiali plastici e vernici e la carta di giornale della catena Hearst era fabbricata a partire dal legno degli alberi con un processo che richiedeva grandi quantità di solventi chimici, forniti dalla industria chimica Du Pont. Con una martellante campagna di stampa durata anni la cannabis, chiamata da allora con il nome di “marijuana“, venne accusata di essere responsabile di tutti i delitti più efferati riportati dalla cronaca del tempo.
Il nome messicano “marijuana” era stato scelto con cura al fine di mettere la canapa in cattiva luce, dato che il Messico era allora un paese nemico contro il quale gli Stati Uniti avevano appena combattuto una guerra di confine. Nel 1937 venne approvata una legge che proibiva la coltivazione di qualsiasi tipo di canapa, iniziando l’epoca proibizionista (non ancora conclusa) in cui più di ogni altra, si è visto l’aumentare del consumo di cannabis a scopo stupefacente. Da notare che non venne proibita solo la canapa ricca di resina, ma anche la normale canapa coltivata. Dagli anni Trenta in poi l’industria chimica del petrolio e quella della carta fabbricata col legno degli alberi hanno provocato infinite distruzioni negli ecosistemi mondiali, tutto in nome di una sola risorsa ed un unico sistema possibile.

La canapa ricca di resina è in realtà prima di tutto un importante medicinale come analgesico, antiemetico, antidepressivo, nel mal di testa ed emicrania, nell’epilessia, nel glaucoma, nell’asma, etc., ed è stata fatta diventare una droga negli anni Trenta per eliminare un pericoloso concorrente del petrolio, dell’industria chimica e della carta fabbricata col legno degli alberi.
Il problema nasce dal fatto che la canapa europea a basso tasso di THC è quasi indistinguibile dalla canapa indiana (l’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – ha stabilito che se la percentuale di THC è superiore al 1% si tratta canapa indiana, cioè di droga, se è inferiore di canapa industriale).

Situazione attuale

Da alcuni decenni è ritornato l’interesse riguardo la canapa e i suoi possibili utilizzi. Con deroga alla proibizione, l’Europa ha stabilito che si può coltivare canapa industriale seminando semente certificata con tasso di THC inferiore allo 0,3%. Appena l’Italia ha cominciato a produrre in proprio un po’ di semente delle varietà italiane rientrante in questo limite, immediatamente la CEE l’ha portato allo 0,2%, con minaccia di arrivare fino allo 0% se l’Italia (che produceva la migliore fibra tessile di canapa del mondo) insisterà nel non volersi adeguare a questo nuovo parametro. Quindi coltivare Canapa si può: basta impiegare una varietà di “Cannabis Sativa”a basso tenore di THC (inferiore allo 0,2%) che sia compresa nel Registro Europeo delle Sementi ed occorre osservare le norme europee del Reg. (CE) N. 1122/2009 e della Circolare MIPAF n.1 8/5/2002.

Dopo questo decreto, ci sono state notevole manifestazioni di interesse riguardo alla ripresa della coltivazione della canapa e sono tanti i progetti e le imprese green che si basano su questa. La prima degna di nota è senz’altro Canapuglia, un progetto che mi fa essere fiera di essere pugliese e che vi invito a seguire perchè assolutamente innovativo e coraggioso; ma c’è anche Assocanapa attiva da molti anni e che ho avuto il piacere di incontrare durante Fà la cosa giusta, la fiera del consumo critico.

Utilizzi della canapa

Alimenti. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) raccomanda per la popolazione l’assunzione di acidi grassi polinsaturi omega 6 ed omega 3 in proporzione da 4/1 fino a 6/1, per prevenire o curare le malattie più diffuse nelle società moderne (colesterolo non HDL alto, trigliceridi nel sangue, diabete, artrite reumatoide, artrosi, asma, psoriasi ed eczema atopico, lupus, altre malattie autoimmuni in genere, sindrome premestruale, depressione). I semi di Canapa, che non contengono mai THC (droga), contengono naturalmente omega 6 ed omega 3 in rapporto 3/1, che in natura è quello più vicino al rapporto raccomandato dall’OMS. Analogo rapporto si trova soltanto nell’olio di pesce, che deve essere chimicamente trattato.
L’associazione della assunzione di olio di semi di canapa con l’impiego in cucina di olio extravergine di oliva per condire (l’olio di oliva contiene omega 6) fa raggiungere il rapporto ottimale. L’olio di semi di Canapa può essere considerato “vaccino nutrizionale”, alimento che, introdotto nella dieta giornaliera, rinforza e regola la risposta del sistema immunitario, del sistema ormonale e del sistema nervoso nei confronti delle aggressioni dell’ambiente.

Tessuti. I tessuti naturali sono ecologici proprio perché non subiscono lavorazioni chimiche (e quindi provocano meno inquinamento), ma soprattutto perché, a differenza dei tessuti sintetici, non utilizzano petrolio. Già perchè per chi non lo ricorda, tessuti sintetici come nylon o polyestere derivano dal petrolio.

Carta. Utilizzare carta di canapa significa bloccare la deforestazione e con essa l’utilizzo di acidi tossici utilizzati per scioglierne la polpa che vengono, poi, smaltiti nel nostro mare.

Carburante. La materia secca della Canapa può essere trasformata in carbonella, metanolo, metano o benzina. Il processo per fare tutto ciò si chiama “distillazione frazionata” o “pirolisi”.

-Combustibile. A partire dalla biomassa  che la Canapa produce in grandi quantità, abbiamo la possibilità di produrre energia elettrica sostenibile.

Edilizia. La canapa trova la sua funzione come materiale riempitivo, mentre il mix di calce e additivi naturali come legante e conservante.

Materie plastiche. Con la cellulosa di cui la pianta è ricca, attraverso un processo di polimerizzazione, si possono ottenere materiali plastici pienamente degradabili.

Conclusioni

Se è vero che con la canapa si possono produrre tutte le cose elencate sopra (e tante altre ancora), come mai le proprietà di questa pianta sono così poco conosciute e così poco sfruttate? Essenzialmente perché da troppo tempo si è smesso di coltivarla.
In Italia la canapa era coltivata al Nord principalmente per la fibra tessile, ed in Campania per i semi. Nella Pianura Padana la coltivazione della canapa è cessata a poco a poco negli anni Cinquanta, perché non più conveniente rispetto al cotone e alle fibre sintetiche. Anche la coltivazione della canapa nel Meridione è cessata più o meno negli stessi anni.

Al di là di considerazioni di carattere ambientale, c’è tutto un mondo dell’economia che si sta spostando verso una produzione basata su materie prime naturali e riciclabili, sostitutive del petrolio e dei suoi derivati, registrando un aumento esponenziale del fatturato. In Italia si può e si deve fare tanto, per questo vi consiglio di dare uno sguardo a Assocanapa, punto di riferimento per chi vuole coltivare semi di canapa, oppure ancora guardate il bellissimo video qui sotto:

Le informazioni sul mondo della canapa sono state prese da Usi della CanapaToscanapa e liberamente riportate e trasformate da me.
Presto ricette salutari con la farina di canapa!

Letterina eco-punk di Natale

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Si sa, i punkettoni non vanno molto d’accordo con il Natale. Regali inutili e buonismi forzati, consumismo sfrenato, carne in quantità industriali e tradizioni da rispettare, effettivamente creano una certa ansia, ma un modo per trascorrere le festività natalizie in maniera costruttiva c’è, esiste.

Mentre tutti sono indaffarati a cercare regali, addobbare la casa e andare ai party natalizi più cool imprecando la 13esima, voi prima di tutto fermatevi, fate un lungo respiro e rilassatevi prendendo atto del fatto che prima di tutto, tanta gente non avrà la 13esima e non ha intenzione di indebitarsi e correre per fare spese pazze. Dopodichè cominciate ad osservare tutti gli oggetti che avete in casa e pensate ad un loro riciclo creativo perchè il Natale significa donare, no? Quindi perchè non donare una nuova vita agli oggetti che non usate più o magari dare vita alle vostre autoproduzioni per poi donarle? Di esempi di autoproduzioni sul questo blog e sul web in generale, ce ne sono veramente tanti, per addobbare la casa o per idee regalo, ci vuole solo un pò di buona volontà e creatività con soddisfazione assicurata. Oppure ancora se non si ha tempo, si può sempre optare per qualche regalo realmente utile o donare qualcosa di “vivente” e non usa e getta, come una pianta, un fiore, dei semi, un animale, o magari del lievito madre, qualcosa per educare l’altro alla cura. Basta poco e avrete fatto la vostra piccola rivoluzione green.

presepecani

Nel tempo libero invece non affannatevi per andare in giro in centro in macchina, prendete la bici se il tempo permette e respirate l’aria fresca sul volto che dà sempre quel senso di libertà e calma, ascoltate il vostro respiro e pedalate piano, sorridendo alla gente indaffarata e magari utilizzate il mezzo per andare a consegnare i regali ai vostri cari, addobbando la vostra bici anche solo con un nastro rosso. Anche qui l’effetto sorpresa è assicurato.

Cartolina di Natale di Urbancycling

Cartolina di Natale di Urbancycling

E poi c’è il grande evento: la maratona dell’abbuffata collettiva, una tre giorni di prove di resistenza per fegato, intestino, reni, testa, consistente nell’ingozzarsi di cibo come se non ci fosse un domani, che inizia il 24 a pranzo e finisce il 26 sera e ruota tutto intorno alla nascita del bambinello. Chi non ha voglia di gareggiare, può sempre scegliere dei pasti più semplici, comprare le giuste quantità senza eccessi, scegliendo prodotti locali e di qualità con pochi imballaggi, utilizzare piatti e bicchieri biodegradabili se non si ha voglia di lavare tante stoviglie, aprire dibattiti intorno al cibo con i commensali e ascoltare tanta buona buona musica, ballare, cantare, suonare, anzichè rimaner fermi a tavola per ore e ore, condividere il movimento e il “fare”.

Ripensando all’origine della festività, iI Natale non significa spreco e quantità, il Natale dovrebbe essere ricerca della qualità e dono meglio ancora se creato con le mani, perchè l’autoproduzione è amore e cura per sè stessi, per le persone e per l’ambiente. Non entro nel merito della questione morale e soggettiva della festa, però insomma sprecare meno e aprire le menti anche a Natale di ‘sti tempi si deve e si può.

Buone Feste Ecopunk a tutti!

"Voglio andare a vivere in campagna": downshifting, decrescita e ruralità 2.0

agricoltura digitale

Foto di Riccardo Luna

Disoccupazione, evasione fiscale, crisi di governo, aumento dell’Iva, Imu, Spread, BCE, FMI e chi più ne ha, ne metta. Come sta reagendo l’Italia a questo periodo di profonda crisi economica e sociale? In un paese in cui l’indice della creatività è al 19° posto nel mondo[1], andando a guardare altri risultati, sembra che qualcosa in realtà si stia muovendo da nord a sud e che si stia creando una rete di relazioni attorno al cibo e all’agricoltura che mettono al primo posto il recupero del concetto di comunità intorno a valori condivisi. Pare infatti che secondo la Condiretti, l’agricoltura è l’unico settore in crescita dal punto di vista dell’occupazione, facendo segnare un aumento record del 9% nelle assunzioni di under 35 anni nel primo trimestre del 2013 e addirittura nei prossimi anni, grazie al turn-over generazionale, il lavoro nei campi potrebbe garantire 200 mila nuove opportunitàdi occupazione[2], dato confermato anche dal boom di iscrizioni alle scuole di agraria.

In un Paese in cui le risorse primarie sono sicuramente quelle agro-alimentari, si assiste alla fuga dei grandi marchi italiani sempre più caduti nelle rete delle multinazionali straniere: dall’Orzo Bimbo agli spumanti Gancia, dai salumi Fiorucci alla Parmalat, dalla Star al Riso Scotti, fino al vino Chianti; infatti sempre la Coldiretti stima che, dall’inizio della crisi, sono passati in mani straniere marchi storici dell’agroalimentare italiano per un valore di circa 10 miliardi di euro. Questa fuga però ha segnato una controtendenza dei consumi degli italiani, la cui stragrande maggioranza (82%) preferisce acquistare prodotti che siano realmente made in Italy, dall’inizio alla fine del processo produttivo.

Con questi dati siamo ad un cambiamento epocale nella cultura e nell’economia italiane: l’agricoltura non è più vista come simbolo di arretratezza ma una vera e propria opportunità per dare una svolta alla propria vita, anche da parte di chi aveva intrapreso o sognato una carriera completamente diversa, seguendo uno stile di vita che sia il più possibile sostenibile e a contatto con la natura, utilizzando le nuove tecnologie al servizio della terra. Alcuni di loro sono i cosiddetti “contadini digitali“, coloro che sono tornati alla terra con l’ottica del “fare”, apportando innovazione sociale grazie agli strumenti offerti dal web, in modo da informatizzare le aziende agricole, vendere e scambiare online, creare delle community attorno al cibo, realizzando informazione e consapevolezza su tutti i vari aspetti dell’agricoltura (dalla coltivazione, alla produzione, agli imballaggi, al traporto).

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Assistiamo quindi alla fuga dalle città verso le campagne, un fenomeno assolutamente impensabile se guardiamo all’Italia di 50 anni fa scappata dalle campagne per povertà di sostentamenti provenienti dalla terra. È in atto quindi una rivoluzione culturale e del concetto stesso del lavoro, in quanto sempre più giovani preferiscono lasciare il lavoro d’ufficio frenetico e alienante, per dedicarsi ad un’attività manuale e godere dei frutti del proprio lavoro senza ritmi frenetici, cambiare stile di vita decelerando. Sto parlando del fenomeno del downshifting (letteralmente scalare di marcia), ovvero la scelta da parte di singoli o gruppi di guadagnare meno e vivere meglio per goder di più tempo libero da dedicare ai propri hobby, collegato al concetto di decrescita, cioè la riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi, con l’obiettivo di stabilire relazioni di equilibrio fra l’uomo e la natura. Esattamente lo scopo di questo blog.

noocleoDi esempi di persone che ha cambiato vita ce ne sono tantissimi e io ho conosciuto personalmente qualcuno di loro. Fra questi ci sono i ragazzi di Noocleo, un team dinamico di professionisti senior dell’Information & Communication Technology, che  stanno portando avanti il progetto #Terramia, un progetto glocal, tutto italiano ma che opera su culture e bisogni locali, basato sul concetto di terra come pianeta da salvaguardare e territorio di appartenenza con cui si instaura un legame affettivo e il cui obiettivo è di informare, educare e diffondere pratiche culturali che valorizzino una sana alimentazione, i luoghi e la stagionalità dei prodotti, il collegamento fra persone e produttori locali. Ma questo è solo uno dei tanti esempi: c’è chi dall’alta finanza si è dato all’arte pasticcera con ingredienti bio, oppure chi si è dato alla lavorazione del feltro trasferendosi in campagna per curare tutto il processo produttivo, oppure ancora qualcuno che recupera i rifiuti e da essi crea abiti, accessori e oggetti d’arredamento, o ancora qualcuna che scrive di sostenibilità e produce cosmetici ecobio per evadere dalla scrittura pubblicitaria per i marchi (una a caso…).

E vi dirò di più. Ho conosciuto anche i ragazzi del Rural Hub, il primo luogo (fisico e virtuale) in Italia che mette in connessione e consente lo scambio e la condivisione di idee e progetti di innovazione sociale applicata alla ruralità, un incubatore d’impresa rurale che offre servizi per innescare un rinnovamento imprenditoriale anche nel settore agroalimentare. Tutto questo non solo con le parole, ma con i fatti: l’11 ottobre ci sarà l’Investor Day in cui il Rural Hub accoglierà start-up, imprese e idee di impresa legate alla neo-ruralità, al local food o alla rural innovation, nell’ambito dell’Internet Festival di Pisa.

I risultati del cambiamento sono tangibili. Chi ha idee sulla ruralità 2.0, le metta in circolo!

 

Incidenti stradali: nel 2012 diminuiscono soprattutto quelli in città

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Una bella notizia che riguarda la sicurezza stradale: nel 2012 diminuiscono gli incidenti sulle strade italiane, soprattutto all’interno delle città. Come rileva l’Aci in un’inchiesta, si sono verificati in Italia 184.500 incidenti stradali con lesioni a persone, il 10,3 per cento in meno rispetto all’anno precedente. Sempre secondo l’inchiesta, il numero dei morti entro 30 giorni dall’incidente è stato di 3.650, mentre i feriti sono stati 260.500. Dati migliori rispetto al 2011, quindi, anche per il numero dei morti, sceso del 5,4 per cento, e dei feriti, – 10,8 per cento. La diminuzione, in percentuale, del numero di morti, rispetto al 2001, è stata nel 2012 del 48,6 per cento, mentre nel 2011 la variazione si attestava a -46,4 per cento. Il tasso di mortalità per incidente stradale in Italia, calcolato sulla base della stima preliminare per il 2012, è di 61 morti per 1.000.000 di abitanti, valore che ha registrato una riduzione superiore al 50 per cento se confrontato con l’anno 2001, quando il livello del tasso era pari a 125*.

Le cause possono essere molteplici ma gran parte del risultato è dovuto ai maggiori controlli sulle strade e anche all’aumento di bici per le strade urbane. La crisi ha generato una diminuzione delle immatricolazioni auto e un minor utilizzo di queste a causa del rincaro della benzina, a favore dell’ultilizzo delle bici con conseguente minore accidentalità sulle strade.

Per saperne di più sull’aumento di bici in strada: Hanno voluto la crisi? E ora pedaliamo verso la Mobilità Nuova

*Dati ACI e ISTAT

Le piste ciclabili trainano il commercio e aumentano i posti di lavoro

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Le piste ciclabili non contribuiscono unicamente a proteggere i ciclisti dal traffico automobilistico, ma possono costituire un nuovo impulso per l’economia locale: questo è quello che è emerso da una recente ricerca condotta nel centro di New York. La creazione di nuove piste ciclabili e la riparazione di quanto già esistente può rappresentare un’importante opportunità di incrementare i posti di lavoro e per trainare il commercio.Le piste ciclabili rappresentano un fattore in grado di favorire il turismo, di ampliare le possibilità di offrire nuovi impieghi e di favorire le vendite dei negozi che si trovano lungo tali percorsi, oltre che dei punti vendita dedicati proprio al mondo della bici e del ciclismo, sia sportivo che come passatempo.

Secondo i dati più recenti, i punti vendita locali collocati nelle vicinanze delle piste ciclabili hanno potuto trarre vantaggio da un incremento delle vendite pari al 49%, un dato particolarmente rilevante in un periodo di crisi globale. Le attività commerciali cittadini sono sicuramente agevolate dal fatto che un ciclista non perde tempo per trovare un parcheggio fino allo sfinimento come gli automobilisti che, molto spesso, desistono e si dirigono verso i grandi centri commerciali, a scapito sempre dell’economia locale.

Uno studio condotto in Oregon ha misurato invece l’impatto della diffusione dell’impiego della bicicletta e delle piste ciclabili sul turismo. Basandosi su di un sondaggio che ha coinvolto circa 5000 persone, gli esperti hanno calcolato come i ciclisti in vacanza giungano a spendere 400 milioni di dollari all’anno, di cui 175 milioni in vitto e alloggio, 54 milioni in generi alimentari e 28 milioni in riparazioni, abbigliamento e attrezzature. Il cicloturismo è in grado inoltre di assicurare 4600 nuovi posti di lavoro.

La realizzazione di piste ciclabili e gli spostamenti correlati alla mobilità sostenibile non offre dunque vantaggi unicamente dal punto di vista ambientale o della salute di chi compie maggiore movimento, ma anche per quanto concerne l’economia dei luoghi che decidono di incentivare la diffusione di modalità di spostamento non inquinanti.

Durante le recenti campagne elettorali in Italia si è accennato molto alla mobilità sostenibile, molti candidati hanno pensato di intercettare il voto dei ciclisti urbani inserendo nel loro programma la solita litania delle piste ciclabili.

Speriamo che non sia solo demagogia e che dopo i risultati positivi ottenuti Oltreoceano, le piste ciclabili ed il cicloturismo possano essere considerati dalla politica come punti di partenza primari per garantire nuovi posti di lavoro e trainare l’economia, risollevando il critico commercio locale e il turismo nel nostro Paese. Noi cittadini invece dobbiamo impegnarci sempre più a segnalare le anomalie nella mobilità cittadina e a pretendere di muoverci in sicurezza e in maniera sostenibile.

Hanno voluto la crisi? E ora pedaliamo verso la Mobilità Nuova

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Non sono una grande amante delle cifre, ma per l’apertura di questo blog, ho deciso di  “dare subito i numeri” per offrire una panoramica reale sul cambiamento in corso della Mobilità in Italia.  Quest’anno, per il secondo anno consecutivo, il numero di biciclette vendute ha superato quello delle automobili. Secondo fonti dell’ANCMA (Associazione nazionale ciclo e motocicli accessori) infatti, nel 2012 in Italia sono state vendute 1.606.014 biciclette contro 1.402.08 immatricolazioni di nuove auto con un lieve decremento rispetto al 2011 dovuto alla crisi economica, ma sicuramente molto più contenuto di quelli registrati dal settore auto e moto[1]. Nel 2011 le auto immatricolate sono state 1.748.143, le bici vendute 1.750.000, un sorpasso storico dai tempi del Dopoguerra!

Da un paio di anni quindi, sempre più italiani scelgono di spostarsi in bici per risparmiare in carburante, evitare stress connesso al traffico e al parcheggio, inquinare meno e guadagnare in salute e tempo per raggiungere i luoghi di lavoro, studio, divertimento.

Il successo sta nel fatto che la bici è facile da usare, costa poco, è pratica, non ha costi di gestione, ma non solo. Un’altra tendenza non trascurabile è sicuramente quella  della vacanza a pedali alla ricerca di itinerari non omologati, che includono la visita ai beni culturali, i tour enogastronomici e il contatto con l’ambiente e i centri storici.

I cittadini riscoprono il piacere di pedalare, nonostante in Italia solo otto città hanno piste ciclabili più lunghe di 100 km[2], un numero davvero esiguo se rapportato all’estensione di quelle di paesi europei “bikefriendly” come Olanda, Germania o Finlandia.

A questo punto la questione che si pone è: come affrontare un numero sempre più grande di ciclisti urbani? Come rendere le strade riservate alle auto più sicure per chi va su due ruote? Ed è qui che entra in gioco il tema della Mobilità nuova.

Tante associazioni e singoli cittadini “ciclosensibili” si sono organizzati per far sentire la propria voce e costituire una Rete per la Mobilità Nuova che, citando il manifesto, “è un paradigma di organizzazione e gestione dei flussi di persone che impone il passaggio da un’ottica autocentrica a una umanocentrica. Ridefinisce i criteri di efficienza e le priorità, assegnando un peso maggiore a indicatori fino a oggi svalutati o sottostimati: la sicurezza, la salute delle persone, la vivibilità delle strade, l’equità sociale, la salvaguardia del territorio, la rapidità diffusa scaturita da un sistema di trasporti che funziona e non da una velocità eccessiva e fuori controllo”[3].

Il 4 maggio c’è stata la prima manifestazione a Milano in cui la cittadinanza italiana tutta ha avuto un’occasione per  presentare una legge di iniziativa popolare, basata sull’introduzione di un sistema di trasporti che possa portare ad una vera e propria riduzione dell’inquinamento e sulla necessità di convogliare la spesa pubblica a favore della mobilità sostenibile.

Dopo il successo della manifestazione si è arrivati ad una bozza del disegno di legge incentrata su quattro punti principali: l’uso delle gambe, l’uso della bici, l’uso di treni e mezzi pubblici locali, l’impiego solo occasionale dell’automobile privata che dovrebbe essere sostituita il più possibile dal taxi, dal car sharing e dal car pooling.
Per saperne di più, ecco
qui la bozza.

 

Dopo aver retto “ i numeri”, vi va di fare un giro nel mondo su due pedali?