Verso l'età delle Agro-Comunità: la Terza Rivoluzione Alimentare

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Navigando per il web, mi sono imbattuta in un articolo molto interessante su magazine.ouishare.net sulla terza rivoluzione alimentare. L’articolo è in inglese di Myriam (non c’è scritto il congnome…), co-fondatore di Open Food Network in Norvegia e Francia, e tratta di temi che l’EcoPunk ha molto cuore come sistemi alimentari, consumo collaborativo, sprechi, peer to peer, tecnologia applicata in maniera abbastanza sintetica ed esaustiva. Per questi motivi ho deciso non solo di condividerlo sui social, ma anche di tradurlo e riportarlo qui sul blog. Di seguito il post… Buona lettura e buona riflessione.


Dopo un vasto movimento di concentrazione e intensificazione, una nuova rivoluzione sta arrivando. Ancora silenzio per ora, cresce lentamente, nei giardini della gente e gli hub alimentari guidati da comunità di piccola scala. Le persone si organizzano insieme per costruire reti di distribuzione locale e le nuove tecnologie consentono ora iniziative locali di scala: possono collegare facilmente tra loro e merce di scambio e servizi in modo efficiente e decentrato, portando alla nascita di un nuovo, e più sostenibile, sistema alimentare.

SINTOMI E CAUSE PROFONDE DI UN SISTEMA ALIMENTARE MALATO

Un terzo di tutti gli alimenti prodotti viene sprecato. 842 milioni di persone soffrono la fame. Abbiamo perso il 75% della nostra biodiversità. Negli Stati Uniti ci sono 8 volte più antibiotici venduti per l’agricoltura industriale che agli ospedali. Tumori e altri problemi di salute sono in piena espansione. Ci sono sempre meno nutrienti negli alimenti. Il cambiamento climatico minaccia il futuro del nostro pianeta, ci sono 400 zone morte nel mare. Imballaggi alimentari che contribuiscono a far crescere il settimo continente fatto di rifiuti, nel mezzo dell’oceano. 370 000 agricoltori si suicidano ogni anno l’uso di pesticidi. … Quindi, si deve porre la domanda: non è che il sistema alimentare è arrivato ad un punto di rottura?

Possiamo citare due principali cause di fondo per tutte quelle esternalità negative:

  • Distanza fisica e psicologica: con l’urbanizzazione, la globalizzazione e la centralizzazione del sistema di distribuzione del cibo, ci sono oggi un sacco di intermediari tra noi e il nostro cibo. La distanza fisica ha portato la distanza mentale. Se si va in un supermercato, non si sa chi ha prodotto il cibo, come è stato fatto, non vi rendete conto tutti gli sforzi e l’energia che sono necessari per produrlo. Abbiano così tanto cibo, perché abbiamo perso la consapevolezza di come è prodotto, così gettiamo via molto facilmente. In media in Europa, la maggior parte dei residui alimentari proviene dalle famiglie (42%).
  • Centralizzazione, la concentrazione e l’integrazione: Lungo tutto il sistema alimentare, vi è stato nel corso degli ultimi decenni, un movimento di fusioni e acquisizioni, l’integrazione orizzontale e verticale, che ha concentrato il potere nelle mani di poche grandi multinazionali. La metà del cibo consumato sul pianeta è prodotto dal 15% delle aziende agricole, fattorie intensive industriali. Il numero degli agricoltori è drammaticamente in calo, -30% in Norvegia, nel corso degli ultimi 10 anni, -50% in Francia negli ultimi 20 anni, le aziende agricole di diventano sempre più grandi attraverso acquisizioni. La Dichiarazione di Berna, una ONG svizzera, ha pubblicato un rapporto enorme, Agropoly, mostrando come il sistema alimentare globale è nelle mani di poche grandi imprese, e come questa alta concentrazione e integrazione produce queste esternalità negative. Per fare solo un esempio, sono le stesse aziende a fare il seme e gli antiparassitari (Monsanto, Syngenta, Bayer, BASF, DuPont), in modo da assicurarsi che i semi hanno bisogno di pesticidi, come gli OGM per esempio. I semi non riproducono in modo affidabile e le aziende possiedono diritti di proprietà intellettuale su di loro, così gli agricoltori sono costretti a comprare i semi ogni anno, essi non possono salvarli e né scambiarli. Questa situazione non ha solo conseguenze sulla salute e sull’ambiente, ma anche sulla sopravvivenza dei contadini, che si ritrovano totalmente dipendenti di queste grandi multinazionali. Per quanto riguarda la distribuzione, la situazione non è migliore: nel 2011 nell’UE, il più grande cinque rivenditori in tutti i paesi hanno avuto una quota di oltre il 60% di mercato congiunta in 13 Stati membri, con una concentrazione di mercato superiore al 80% a volte. Nella maggior parte dei paesi, tuttavia, la concentrazione del mercato tra due o tre principali rivenditori è la norma: due catene di supermercati hanno controllato oltre il 70% del mercato in Australia nel 2013. Tre gruppi hanno avuto il 55,5% del mercato in Canada nel 2011. Il loro enorme potere come acquirenti dà a quei grandi rivenditori la possibilità di impostare le condizioni sulle quali opera la catena di approvvigionamento alimentare.

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COME SIAMO ARRIVATI ​​QUI E DOVE POTREMMO ANDARE?

Intorno al periodo neolitico, la prima rivoluzione alimentare segna il passaggio da un modello pre-agricolo, dove le persone in età paleolitica erano cacciatori-raccoglitori, all’agricoltura, sedentarizzazione e di auto-produzione di alimenti, per lo più per il consumo personale. Portato dalla rivoluzione industriale nel 18 ° secolo, la seconda rivoluzione del cibo ci spinge al modello agro-industriale, oggi predominante, in cui il sistema è controllato da grandi aziende a scopo di lucro, e che induce tutte quelle esternalità negative sulla salute e sull’ambiente descritti al di sopra. Ora le persone stanno diventando consapevoli della follia di questo modello agro-industriale e iniziano a organizzarsi in una modalità peer-to-peer. Un nuovo spostamento sta emergendo, verso un’età di agro-comunità, basato su piccola scala di produzione alimentare locale e molteplici centri di distribuzione e nodi, collegati tra loro.

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RILOCALIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE E RETI DI DISTRIBUZIONE INTELLIGENTI

Con la terza teoria rivoluzione industriale, Jeremy Rifkin prevede una rilocalizzazione della produzione. L’energia deve ancora essere distribuito in modo più efficiente dal punto in cui viene prodotta a dove è necessaria, quindi è necessario avere reti efficienti e “reti intelligenti”.

Analogicamente, produzione e distribuzione di cibo iniziano a seguire il percorso di decentramento e rilocalizzazione: le persone a produrre il cibo nei loro giardini e organizzarsi in modo indipendente per comprare cibo dai produttori locali, la creazione di una diversità di hub e nodi. Vogliono limitare l’impatto di carbonio del trasporto alimentare, nonché sostenere la loro economia locale e la capacità di recupero della loro comunità. Anche se negli ultimi dieci anni, la tendenza è stata quella di concentrazione e centralizzazione, vediamo ora alcuni segnali che si muovono nella direzione di rilocalizzazione e decentramento: supporto alla comunità agricoltura, l’acquisto locale, le cooperative, l’agricoltura urbana, orti familiari… produttori e consumatori stanno prendendo controllo indietro sul loro approvvigionamento di cibo, si stanno prendendo indietro la loro sovranità alimentare.

La prima Community Supported Agriculture (CSA) è stata avviata nel 1960, in Giappone, e in Europa, e poi diffusa negli Stati Uniti negli anni ’80. Da allora si è  propagata nel resto del mondo. Il principio è che un gruppo di individui si organizzano e firmano un contratto con un agricoltore: l’acquisto di tutta la produzione avviene in anticipo e l’agricoltore svolge determinati requisiti di qualità (biologico, ecc). Nel 2013, ci sono stati circa 5.267 agricoltura sostenuta (CSA) e 413,947 consumatori CSA in Europa, e nel mondo, 13.779 aziende agricole CSA e un po’ più di un milione di consumatori che le sostengono nel mondo (fonte: URGENCI). “Il cibo locale è in rapida crescita da un mercato di nicchia ad un sistema integrato riconosciuto per la sua spinta economica alle comunità in tutto il paese”, dice US segretario agricolo Tom Vilsack. Progetti di agricoltura comunitari sostenuti ricollegano consumatori e produttori e sostengono pratiche agricole sostenibili: l’agricoltura biologica, l’agroecologia, permacultura, agricoltura biodinamica.

Iniziative a livello di comunità sono state fino a poco tempo piuttosto isolate e guidate da gruppi di attivisti che erano pronti a sacrificare la convenienza per i loro valori. Per democratizzare questi nuovi modelli e consentire a tali hub e nodi la gestione in scala, abbiamo bisogno di fare lo scambio P2P (peer to peer) di cibo semplice. Abbiamo bisogno di costruire “reti intelligenti” per consentire alle persone di crescere, vendere, spostare, comprare cibo facilmente in un modo decentralizzato.

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NUOVE TECNOLOGIE PER UNA NUOVA ERA AGRICOLA

Piattaforme online e le infrastrutture sono un volano per la circolazione di cibo in un sistema alimentare basato sulla comunità.

Alcune piattaforme hanno un focus specifico su un certo tipo di modelli di distribuzione alternativi. Ad esempio, The Food Assembly offre un mercato online, così come il supporto di marketing, a imprenditori locali che desiderano distribuire i loro prodotti locali di quartiere direttamente dai produttori. Hanno tirato su 9 milioni di $. Farmdrop nel Regno Unito, una piattaforma di vendita diretta che interpreta il ruolo di un distributore, attraverso i servizi di pick-up o di consegna a domicilio. Riportano la trasparenza sulla provenienza dei prodotti e aprono una nuova forma di canali di distribuzione ai produttori, seguendo l’aspetto logistico in modo che le persone ricevano i loro prodotti in un modo conveniente. Queste piattaforme sono i canali di distribuzione alternative che consentono alle persone di acquistare direttamente da produttori locali in un modo comodo e facile. Entrambi sono licenza-based e propongono un modello prescrittivo ai produttori e ai consumatori (cioè non è possibile scegliere qualunque modello di business per il vostro gruppo di acquisto sulla piattaforma The Food Assembly, si deve seguire il loro modello).

Al contrario, Open Food Network (il progetto in cui collabora la scrittrice di questo articolo) è un un’infrastruttura open source che consente a qualsiasi attore, persone, comunità, di creare un loro hub e farlo funzionare nel modo che vogliono, in modo che si adatta al contesto locale. Più che una piattaforma, Open Food Network è un’infrastruttura basata sul web che coltiva “eco-diversità”. Permette a start-up locali alimentari, gruppi di acquisto non-profit, cooperative, etc. di utilizzarlo per il loro scopo, ma anche di cooperare con l’altro, ad esempio sulla logistica, pur rimanendo indipendente. L’implementazione della piattaforma è supportata da organizzazioni no-profit locali democraticamente governate che costruiscono e proteggono insieme questo particolare “comune”.

Tutte queste piattaforme web e infrastrutture di accelerano il passaggio verso un nuovo sistema alimentare, più decentrato, trasparente, sostenibile, ricollegando produttori e consumatori, e restituendo al contadino la sua indipendenza e la dignità.

Non risolveremo i problemi generati dal sistema alimentare agro-industriale aspettando coloro che beneficiano di questo sistema per cambiare. Se vogliamo un sistema alimentare più sostenibile che si preoccupa della terra e i suoi esseri viventi, abbiamo bisogno di prendere le nostre responsabilità e rimboccarci le maniche. Come qualsiasi altro settore della nostra economia, il sistema alimentare può essere interrotto da un nuove piattaforme di cultura e P2P fai da te. Si è già iniziato, ora tocca a noi di essere parte di questa transizione.  

Per leggere l’articolo in versione originale: magazine.ouishare.net/2015/11/toward-an-age-of-agro-communities-the-third-food-revolution

Neil Young protesta contro gli OGM con un album anti-Monsanto

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Neil Young, l’artista eletto ecopunk per eccellenza, ha annunciato l’uscita del nuovo album The Monsanto Years il 16 giugno 2015, registrato con  Promise of the Real, una band che vede attivi Lukas e Michah, entrambi figli di Willie Nelson. Come si può immaginare, l’album è composto da canzoni che criticano la multinazionale delle biotecnologie Monsanto, ribadendo il suo impegno politico e la sua sensibilità ai temi ecologici.

Durante un concerto a sorpresa a San Luis Obispo (California), Young ha eseguito qualcuno dei nuovi brani intitolati Monsanto Years, Too Big to Fail, Seeds e infine Rock Starbucks. Questo ultimo pezzo è molto probabilmente un riferimento all’invito del leggendario chitarrista a boicottare Starbucks, l’azienda del caffè apparentemente unita alla Monsanto in una causa per fermare Vermont dal richiedere alle aziende di etichettare gli alimenti geneticamente modificati.

In ogni caso, Monsanto Years uscirà il 16 giugno e Neil Young sarà in tour questa estate. Nel frattempo vi invito a firmare la Petizione su Avaaz per fermare l’uso del glifolato, il pesticida cancerogeno prodotto dalla Monsanto, e ci gustiamo un estratto dal secret concert di Young con i Promise Of The Real…

Gaza: Garnier fa un passo indietro dopo le campagne di boicottaggio di BDS

bdsRicordate l’episodio della scorsa settimana in cui Garnier aveva inviato cosmetici in Israele? E ricordate la risposta ecopunk del Gel Doposole autoprodotto? Ritorno dalle vacanze con una notizia positiva. Garnier, l’azienda di cosmetici a cui fa capo il colosso L’Oréal, si è scusata e si è detta profondamente rammaricata per il pacco omaggio con shampoo, balsamo e make-up, inviato alle soldatesse israeliane. Scuse non arrivate a caso, ma in seguito alla minaccia di una pesante campagna di boicottaggio da parte del BDS (Boycott, Divestment and Sanction), l’organizzazione che dal 2005 promuove campagne di boicottaggio nel mondo di prodotti israeliani per costringere lo stato ebraico ad adeguarsi alle risoluzioni delle organizzazioni internazionali sulla questione palestinese.

Una campagna che, attraverso la rete, è stata talmente efficace da mettere in allerta le autorità israeliane. Secondo il ministro delle finanze Yair Lapid il successo della campagna rischia di causare un danno incalcolabile all’economia del paese. Solo lo scorso anno, le società che producono nelle colonie israeliane hanno subito perdite per 14milioni di dollari mentre le esportazioni sono scese del 14% in seguito ai molti contratti non rinnovati con aziende israeliane, soprattutto da catene commerciali europee*.

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La rete del Bds è diventata sempre più fitta, tanto da costringere le multinazionali a stare lontani da Israele per timore di perdere clienti e profitto che, a sua volta, ha peggiorato la situazione approvando lo scorso anno una legge che rende reato le campagne interne di boicottaggio. L’immagine del paese è sempre più simile a quella del sud Africa dell’apartheid: anche nell’arte, sono centinaia gli artisti e i musicisti che non si esibiscono in Israele o che si scagliano apertamente contro la sua politica, tra loro Roger Waters, Pearl Jam, Coldplay, U2 e Bruce Springsteen. Segnali di come anche la musica può essere uno strumento per fare opposizione.

A chi mi chiede se il boicottaggio può cambiare realmente le cose, questo articolo è la risposta a tutti i dubbi, alla noia, all’immobilismo. Boicottate, autoproducete e consumate in maniera critica e forse avremo un mondo più equo e pulito.

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APPROFONDIMENTI

Per un ripasso sui prodotti da boicottare, leggi Ripudia una guerra ingiusta, boicotta Israele

Per saperne di più su Roger Waters e Israele, leggi qui

Per conoscere meglio la rete del BDS, clicca su www.bdsItalia.org

 

*Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano

Ripudia una guerra ingiusta, boicotta Israele!

boicottaisraele   In questi giorni sono sotto gli occhi di tutti le immagini di ciò che sta accadendo nella striscia di Gaza. Peccato però che molti media ignorino completamente il genocidio in atto messo a punto da Israele a danno di tantissimi civili palestinesi completamente disarmati di fronte al delirio di superpotenza di Israele.

Non terrò una lezione di storia sul conflitto arabo-israeliano, ma il dato certo è che la politica israeliana non è mai stata trasparente dal secondo dopoguerra in poi, occultata e aiutata da tutte le grandi potenze, USA in primis. Vedetelo un po’ come uno stato che dietro le quinte, muove i fili per fare in modo che tutto mantenga intatto il proprio tornaconto. I soldi e la potenza di Israele sono macchiati di sangue, di sfruttamento, di complotti, di morte. Può sembrarvi esagerata come tesi, ma un mio studio approfondito della storia contemporanea dimostra tutto quello che ho scritto finora (la mia tesi di laurea in storia della bomba atomica mi ha illuminata su vari episodi in cui Israele non si è mai tirata indietro di fronte alla corsa agli armamenti, anzi segretamente sovvenzionava anche altri stati a scapito di alcuni scienziati “stranamente” spariti e di civili morti per fare esperimenti di perfezionamento di armi nucleari).

Ho detto che non ci sarà una lezione di storia e per questo mi fermo qui, il mio intento è dare il mio piccolo contributo per far vedere le cose diversamente da come le mostrano i media nazionali e dare degli strumenti per far sentire la propria voce in maniera concreta. Cosa può fare un semplice cittadino davanti all’orrore taciuto nella striscia di Gaza? Ve ne ho già parlato mesi fa e torna utile oggi. Vi ricordate il primo punto della mia miniguida al consumo critico? L’informazione e il boicottaggio, l’unica arma pacifica che abbiamo in nostro potere per dirottare la politica e le multinazionali che la finanziano, verso scelte più etiche e sostenibili, perché se compro un cosmetico o un’arancia, devo sapere se il mio acquisto è macchiato di sangue!

Per tutti coloro che vogliono boicottare i prodotti israeliani come arma di pressione per ottenere la cessazione del blocco di Gaza e la fine dell’occupazione dei territori palestinesi segnalo i principali prodotti israeliani in commercio, nonché i prodotti delle imprese che sostengono lo Stato di Israele. Cominciamo col dire che quasi tutti i codici a barre dei prodotti israeliani iniziano con il 729 (come vedete nella foto in alto) e i prodotti in questione sono: Carmel (frutta e verdura) – Jaffa (frutta e verdura) -Kedem (avocadi) – Coral (ciliege) – Top (frutta e verdura) -Beigel (biscotti aperitivi) – Hasat (agrumi) – Sabra (pasti completi) – Osem (minestre, snacks, biscotti, pasti completi preparati) – Dagir (conserve di pesci) – Holyland(miele, erbe) – Amba (conserve) – Green Valley (vino) – Tivall (prodotti vegetariani) – Agrofresh (cetrioli) -Jordan Valley (datteri) – Dana (pomodori ciliege) – Epilady (apparecchi di depilazione) – Ahava (cosmetici del mare morto).

I prodotti delle imprese che sostengono lo Stato di Israele (USA o europee):

COCA-COLA – Marche del gruppo: Aquarius, Cherry Coke, Fanta, Nestea, Sprite, Minute Maid, Tropical.Quest’impresa sostiene lo Stato di Israele dal 1966.

DANONE – Marche del gruppo: Arvie, Badoit, Belin, Blédina, Phosphatine, Chipster, Evian, Galbani, Gervais, Heudebert, Lu, Taillefine, Volvic. Danone ha appena investito nel Golan, territorio siriano occupato dal 1967 da Israele.

NESTLÉ – Marche del gruppo: Aquarel, Cheerios, Crunch, Frigor, Friskies, Galak, Golden Grahams, Kit Kat, Maggi, Mousline, Nescafé, Ricoré, Quality Street, Vittel, Perrier, Buitoni. La società svizzera possiede il 50,1% dei capitali della catena alimentare Osem israeliana. La ditta è accusata dagli anni 50 di distruggere l’economia e la salute dei popoli del terzo mondo, in particolare con l’imposizione dei suoi latti in polvere per bambini in Africa, in Asia ed in America latina.

INTEL – questa grande impresa produce la maggior parte dei chip PENTIUM 4 utilizzati dagli elaboratori PC nella sua fabbrica di Kyriat Gat, installato nel sito di Iraq Al-Manshiya, un villaggio palestinese raso al suolo dopo il suo sgombro nel 1949 da parte dei soldati egiziani. 2.000 abitanti furono cacciati della loro terra, nonostante un impegno scritto dei sionisti, sorvegliato dalle Nazioni Unite, di non toccare la popolazione. Una campagna dei loro eredi agli USA nel 2003 ha indotto INTEL a sospendere un progetto d’investimento di 2 miliardi di dollari per un’ampliamento della fabbrica Fab 18 di Kyriat Gat.

L’Oréal – Marche del gruppo: Biotherm Cacharel Giorgio Armani Parfums, Lancôme, Vichy, Roche-Posay, Garnier, Helena Rubinstein, Gemey-Maybelline, Jean-Louis David Shampooings, Le Club des créateurs de beauté (vendita di prodotti cosmetici per corrispondenza), Redken 5th Avenue, Ralph Lauren profumi, Ushuaïa. L’Oréal ha anche investito milioni creando un’unità di produzione a Migdal Haemeck, a tal punto che il congresso ebreo americano ha espresso la sua soddisfazione nel vedere L’Oréal “diventare un amico caloroso dello Stato di Israele”.

ESTÉE LAUDER – Marche del gruppo: Aramis, Clinique, La Mer, DKNY, Tommy Hilfiger Oltre ai suoi investimenti, il direttore è il presidente di una delle organizzazioni sioniste più potenti negli US, il Fondo Nazionale Ebreo.

DELTA GALIL – quest’impresa israeliana è specializzata nel subappalto di prodotti tessili in particolare in quello degli indumenti intimi. Numerosi indumenti intimi di marchi stranieri provengono così direttamente dalle fabbriche di delta Galil. È il caso di Marks & Spencers, Carrefour (Tex), Auchan, Gap, Hugo Boss, Playtex, Calvin Klein, Victoria’s Secret, DKNY, Ralph Lauren.

LEVI STRAUSS JEANS CELIO (depositi specializzati negli abiti per uomini) Quest’imprese finanziano le nuove colonie in Palestina ma anche le scuole degli estremisti religiosi nel mondo.

TIMBERLAND (abiti, scarpe, calzini) – come il suo omologo Ronald Lauder, il Presidente di Timberland Jeffrey Swartz è un membro attivo della lobby sioniste US. Ha incoraggiato la Comunità ebrea US a trasferirsi in Israele ma anche inviato soldati israeliani per dirigere la propaganda pro-israeliana negli USA.

DISNEYLAND – l’impresa Disney non ha nulla di idilliaco e contribuisce, con il suo sostegno ad Israele, a seminare la morte in Palestina. Approva così tacitamente l’occupazione illegale di Gerusalemme-Est facendo di Gerusalemme in occasione di un’esposizione al centro Epcot in Florida la capitale di Israele, ciò in violazione delle risoluzioni internazionali dell’ONU.

NOKIA – il gigante finlandese della telefonia commercia attivamente con lo Stato di Israele. In un’intervista al Gerusalemme Post, il direttore del gruppo dichiarava: che Israele faceva parte delle priorità dell’impresa. Un centro di ricerca Nokia è così nato in Israele.

MC DONALD’S – impresa emblematica dell’imperialismo culturale US, la celebra catena di ristoranti fast food porta un sostegno non trascurabile allo Stato israeliano. McDonald’s dispone di 80 ristoranti in Israele e vi impiega quasi 3000 dipendenti. Proibisce al suo personale di parlare arabo. Agli USA, l’impresa appare fra i partner dell’organizzazione sionista “Jewish Community„ con sede a Chicago. Quest’organizzazione lavora infatti per il mantenimento dell’aiuto militare, economico e diplomatico fornito dagli USA ad Israele.

CATERPILLAR (attrezzature per costruzioni ma anche, abiti, scarpe) – un’ampia campagna deve essere condotta per denunciare la partecipazione criminale di Caterpillar alle distruzioni delle case in Palestina con i suoi bulldozer giganti. È con un Caterpillar che la pacifista americana ebrea Rachel Corrie è stata uccisa da un soldato israeliano nel 2003.

La catena alberghiera ACCORHOTEL (Etap, Ibis, Mercure, Novotel, Sofitel) – questa catena ha molti hotel in Israele, e recentemente, essa ha aperto una succursale nei territori siriani occupati, il Golan. Le catene alimentari presenti nelle colonie israeliane: Domino Pizza, Pizza Hut, Häagen Daaz, Burger King.

Altri prodotti: Sigarette Morris (tra cui Marlboro), prodotti Kimberly-Clarck (Kleenex, Kotex, Huggies),SanDisk (informatica), Toys RUS (giocattoli).

L’Eco Punk è contro qualsiasi guerra e sceglie di agire in questo modo, poi ad ognuno la propria scelta etica.

Per sfogliare la miniguida al consumo critico, clicca in basso

Lista dei prodotti dal sito: Osservatorio nazionale dei diritti

Miniguida al consumo critico (I parte): l'informazione e il boicottaggio

consumo criticoEssere un consumatore critico è una scelta consapevole che richiede pazienza e buona volontà, ma col tempo assicura un buon grado di soddifazione durante l’acquisto e il consumo di un determinato prodotto o servizio. Nel post precedente ho mostrato come stanno cambiando gli acquisti degli italiani, scegliendo soluzioni sempre più sostenibili, ma da dove iniziare? Come vedete in alto, ho creato un grafico che riassume in cinque punti fondamentali, i passi da fare per diventare un consumatore critico e responsabile per sè e per l’ambiente. Andiamo per punti.

1. INFORMAZIONE E BOICOTTAGGIO

L’informazione è tutto, è il primo passo per diventare un consumatore critico e ci aggiungerei anche un “buon cittadino”. Prima di acquistare qualsiasi cosa, dobbiamo essere curiosi e porci delle domande sul tipo di produzione, sul trattamento riservato ai lavoratori, sull’impatto ambientale dell’azienda, sul tipo di profitto ricavato, sullo sfruttamento di risorse e persone.

Siamo bombardati da milioni di prodotti ogni giorno e molto spesso si ha l’illusione di poter scegliere. Ma cosa avranno in comune la L’Oreal con la Nestlè? O credete che la pasta Barilla sia davvero made in Italy? Magari un brand è conosciuto per le sue irresistibili barrette al cioccolato e per i suoi cereali, eppure nasconde una dura verità dietro l’angolo. Magari sempre quel brand, tra i suoi business, vende armi o sfrutta i bambini in un paese svantaggiato o distrugge l’ambiente. Ignoriamo un’infinità di relazioni tra aziende e per questo la miglior arma è informarsi.

graphic-300dpi-illustrator-english[1]Esistono le 10 sorelle che controllano la quasi totalità del cibo e di tutti i prodotti da banco del supermarket. Nel 2013 un essere umano su otto continua a morire di fame, mentre le 10 sorelle accumulano miliardi e non solo. Esistono multinazionali che addirittura finanziano armi e regimi dittatoriali, inquinano la nostra terra, impoveriscono intere comunità di persone, le più famose e potenti sono Nestlé – Mitsubishi – Nike – Shell – McDonald’s – Walt Disney – Barilla – Kraft – Total –  Henkel – Philip Morris – Unilever – Agnelli – Procter&G – L’Oreal – Parmalat – Novartis – Montedison.
Sembra strano ma non vi sto annunciando nulla di esagerato, anzi rendetevi conto voi della realtà, guardando questa lista di Disinformazione.it, dove sono elencate tutte le cattive azioni delle corporations citate, tutto in nome del profitto e del potere.

Incredibile, siamo circondati da prodotti di aziende eticamente scorrette. Cosa può fare un comune consumatore davanti a codeste corporations così ricche e potenti? Una soluzione c’è ed è l’unica pacifica possibile, il boicottaggio etico-strategico. Consiste in una forma di ribellione e rifiuto di quei prodotti eticamente scorretti, ma in maniera strategica, cioè facendo in modo che il boicottaggio porti dei danni economici alle aziende accusate di comportamenti scorretti. Di solito si porta avanti l’azione affinché l’azienda subisca un calo delle vendite dal 2 al 5% circa, percentuale ritenuta sufficiente a condizionare i comportamenti dell’impresa*. Si tratta di evitare di comperare e, quindi, sostenere prodotti derivanti dallo sfruttamento umano e del pianeta, prodotti fabbricati da persone, spesso bambini, in condizioni di lavoro disumane.

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Questa quindi è l’unica maniera che ogni persona/consumatore possiede per modificare il sistema economico, scegliendo di non sovvenzionare marche e prodotti derivanti da una mera logica di mercato e sostenere i prodotti di aziende eticamente corrette diventando così consum-attori, persone attive che sono capaci di scegliere e, tramite questa scelta di acquisto, esprimono il loro modo di essere. E’ necessaria la partecipazione di tante persone e il successo di un boicottaggio dipende dalla sua capacità di diffondere il messaggio e, grazie a internet con i siti web, i blog, i forum, le mailing list, la capacità di comunicazione dei movimenti di boicottaggio è aumentata.

Il simbolo delle accuse globali alle multinazionali, e vittima di uno dei più grandi boicottaggi, è senza dubbio la catena McDonald’s che è l’antonomasia della multinazionale globalizzata: 30 mila ristoranti in 119 Paesi nel mondo, ogni giorno 47 milioni di clienti di cui 650 mila in Italia. Le accuse vanno da questioni alimentari, passano per l’ambiente e arrivano dritto ai lavoratori. I panini sono accusati di favorire una cattiva alimentazione, istigare all’obesità, veicolare sofferenze cardiovascolari. Nei menù si condanna l’utilizzo di polli e vitelli allevati in batterie. Dal punto di vista ambientale, McDonald’s è insostenibile nel massiccio utilizzo di carne, la cui produzione ha un impatto notevole sull’ecosistema, nell’impressionante spreco di imballaggi per lo più non riciclabili, nell’utilizzo di organismi geneticamente modificati. McDonald’s è accusata anche di utilizzare lavoro precario e poco sindacalizzato. A differenza che negli Usa, in Italia la pressione su McDonald’s non sembra aver inciso sulle politiche dell’azienda, che in ogni caso si premura di monitorare gli umori della società civile.

Altri casi di boicottaggi famosi sono senz’altro quello della Nike e Reebok per le condizioni di sfruttamento minorile e delocalizzazione della produzione, o quello della Nestlè per il latte in polvere, causa di migliaia di morti infantili nel Terzo Mondo, o ancora quello delle banche che finanziano la produzione di armi.

buycott1024[1]Oltre all’informazione su internet, c’è anche un altro strumento che ci viene in aiuto: l’app Buycott, che aiuta a rivelare quali multinazionali si nascondano dietro i loghi e le etichette dei prodotti comunemente in vendita, in modo da poter orientare i propri acquisti verso delle alternative maggiormente sostenibili dal punto di vista sociale ed ambientale. La App, progettata anche per svelare la provenienza dei prodotti più insospettabili, è un’opera del programmatore freelance Ivan Pardo e consente di analizzare i codici a barre di qualsiasi prodotto e di informare se esso sia legato ad un marchio appartenente ad una multinazionale, ma anche di seguire alcune campagne contro le multinazionali maggiormente sotto accusa per i loro comportamenti insostenibili.

Il boicottaggio quindi, è l’unica arma che abbiamo perchè le corporations sono sensibili al boicottaggio in quanto comporta una serie di implicazioni finanziarie, può inficiare l’immagine e la reputazione aziendale. Questa è una componente molto importante soprattutto nella Grande Distribuzione Organizzata, dove il boicottaggio può assumere, davvero, un ruolo determinante nell’indurre ad un cambio di rotta.

Una volta prese le info e quindi boicottati determinati prodotti, c’è la fase più piacevole, quella dell’acquisto consapevole, di cui vi parlerò nel prossimo post.

*Info da www.unimondo.org/Guide/Economia/Boicottaggio

Difendi la libertà dei semi tradizionali, disobbedisci!

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Con la sentenza del 12 luglio, la Corte di Giustizia della UE ha confermato il divieto di commercializzare le sementi delle varietà tradizionali e diversificate che non sono iscritte nel catalogo ufficiale europeo, una direttiva in vigore fin dal 1998 che riserva la commercializzazione e lo scambio di sementi alle ditte sementifere, ovvero le multinazionali (Monsanto in primis), vietandolo agli agricoltori. Sì avete capito bene, quello che gli agricoltori hanno fatto per millenni è diventato fuorilegge e non solo! Sono state bandite anche tutte quelle associazioni impegnate nel recupero delle varietà antiche e tradizionali che preservano e distribuiscono semi fuori dal catalogo ufficiale europeo.

Dal 2 ottobre Anniversario della nascita di Gandhi, al 16 ottobre Giornata mondiale dell’Alimentazione, si celebrano due settimane di disobbedienza per difendere la libertà di piantare e scambiare semi tradizionali, contro l’agricoltura industriale guidata dalle multinazionali che ha distrutto il 75% della biodiversità sul nostro pianeta, causando la denutrizione di 1 miliardo di persone e di altrettante 2 miliardi che soffrono di malattie legate alla denutrizione.

L’invito alla disobbedienza è firmato Vandana Shiva. Fisica di formazione e attivista politica per vocazione, si occupa da decenni di diritti sulla proprietà intellettuale, di biodiversità, biotecnologie, bioetica e ingegneria genetica. Nota al grande pubblico per le sue battaglie contro l’introduzione di Organismi Geneticamente Modificati in India, ha ricevuto nel 1993 il Right Livelihood Award ed è l’attuale vicepresidente di Slow Food, impegnandosi affinché la politica delle multinazionali, non porti le comunità contadine del terzo mondo a scomparire definitivamente e sostenendo la sicurezza e la sovranità alimentare. Durante la sua ultima visita a Roma ha affermato “È nostro dovere proteggere la diversità dei nostri semi, e il diritto degli agricoltori a custodirli, riprodurli e scambiarli liberamente”.

COSA SI PUO’ FARE CONCRETAMENTE

-firmare la Dichiarazione per la Libertà dei Semi

-dare inizio a una Banca dei Semi Non Brevettati e Non OGM

-organizzare scambi locali di Semi Non Brevettati e Non OMG.

-organizzare un evento di seed bombing (qui un tutorial)

-dichiarare “Zona dei Semi Liberi” la vostra casa, la vostra Associazione /Azienda, il vostro quartiere, il vostro paese, la vostra città, provincia, regione. Zona in cui i brevetti sui semi, gli OGM, le leggi contro il diritto dei coltivatori e dei cittadini a salvare e scambiare I propri semi sono considerate illegittime.

Proprio per questo l’Eco Punk, aderisce all’iniziativa inserendo uno stickers ufficiale e dichiarando questo blog Zona dei Semi Liberi.

zona semi liberi

Per saperne di più:

www.navdanyainternational.it

seedfreedom.in

www.vandanashiva.org