Le Mani sulla Città di Rosi

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L’Eco Punk torna a parlare di cinema a sfondo ambientale, proponendo un film capolavoro del ’63: Le Mani sulla Città di Francesco Rosi. Vincitore del Leone d’Oro e di altri premi (per questo film, nel 2005, a Francesco Rosi è stata conferita la laurea honoris causa in Pianificazione Territoriale Urbanistica ed Ambientale presso l’Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria), inserito fra i 100 film italiani da salvare, è un film lungimirante e a sfondo ambientalista, quando il concetto di ambientalismo era quasi sconosciuto. Un film basato su una lucidissima analisi sulla speculazione edilizia degli anni ’60 e una denuncia della corruzione dilagante a Napoli, presa a città simbolo di tutto il Paese. Un film terribilmente attuale e lungimirante se consideriamo che Rosi nel ’63, spiega la causa delle catastrofi che stanno flagellando in questi giorni il nord Italia, Genova in particolar modo.

Protagonista del film è il costruttore e consigliere comunale Edoardo Nottola (Rod Steiger), da anni al centro di speculazioni edilizie grazie alle sue entrature politiche che gli hanno permesso di mettere le mani sul piano regolatore della città. Quando un palazzo fatiscente – su cui stava lavorando la ditta di Nottola – crolla provocando la morte di due operai e il ferimento di un ragazzino, il consigliere comunale di sinistra De Vita si impone per aprire una commissione d’inchiesta. E di fronte ai suoi colleghi cerca di mettere in evidenza che oltre a una questione di regole che sono state seguite oppure no c’è un problema di opportunità che riguarda quello che oggi chiameremmo un conflitto di interesse. “Non ci sono cattivi e buoni ma una diversa visione della legalità – spiega Saviano a La Repubblica – Rosi fa pesare la parola ‘morale’ perché la riflessione politica deve essere oltre la legge, se una truffa è legale è dovere della politica discuterne”*.

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Alla fine Nottola riesce a prevalere su tutti, viene eletto assessore all’edilizia e, con la benedizione del vescovo, dà inizio a una nuova fase di speculazione edilizia. Quante volte abbiamo visto le immagini dei crolli degli edifici in Italia? Quante volte abbiamo assistito alla morte di lavoratori e gente comune? Quante volte stiamo assistendo alle catastrofi naturali (dando molto spesso la colpa alla natura)? Finisce così, in maniera secca e amara, sottolineando l’iperealismo nella didascalia finale “è autentica la realtà sociale e ambientale“, nel senso che cambiano i personaggi ma le conseguenze sono sempre le stesse, uguali per tutti.

Un giorno fa la notizia dell’uscita del film in DVD, ieri in tv su Rai Storia. Da vedere assolutamente.

* da Repubblica.it

Come il consumismo crea deforestazione: il documentario Green

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“Si dice che il minimo battito d’ali sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo”

Il cosiddetto “effetto farfalla” riassume bene il messaggio di Green, il documentario girato dal regista Patrick Rouxell nel 2010 che ha vinto oltre venti premi in tutto il mondo e ci mostra in maniera realistica cosa succede dall’altra parte del mondo mentre noi acquistiamo tranquilli e inconsapevoli cosmetici e dolci al supermercato o mobili a basso costo. Il regista affronta una tematica fin troppo taciuta facendo parlare le immagini spezzate dai lamenti degli oranghi che abitano le foreste pluviali; la trama infatti si snoda attorno alle ultime ore di vita di una femmina di orango, privata del suo habitat a causa della deforestazione selvaggia. Rouxell dichiara che  il film “è frutto di una produzione indipendente e privo di connotazioni commerciali o politiche. Green riguarda , dura 48 minuti ed è disponibile gratuitamente. Il film non ha narrazione ed è quindi disponibile per spettatori di qualsiasi nazionalità”. 

Le industrie implicate sono quelle che usano legno, carta, olio di palma e il biodiesel (che di bio non ha nulla) nelle loro produzioni, aiutate in questo dalle istituzioni della finanza mondiale, le banche, la politica, ma soprattutto i consumatori di tutto il mondo e in questo siamo tutti colpevoli.

Cosa possiamo fare per invertire la rotta? Prima di tutto dovremmo pensare che noi umani insieme a tutti gli esseri viventi siamo ospiti sulla Terra, che nulla ci appartiene e che non dobbiamo mai smettere di informarci su quello che accade intorno a noi e “lontano da noi”, acquistando in maniera consapevole. Per questo prima di lasciarvi alla visione del film, riporto il piccolo decalogo dei prodotti di uso comune che contribuiscono alla deforestazione (tratto da Green Me):

1) Dolci e prodotti da forno confezionati

Il problema fondamentale della maggior parte dei dolci, degli snack salati e dei prodotti da forno confezionati in vendita nei supermercati sta nel loro contenuto, ovvero l’olio di palma, ingrediente che rappresenta forse il peggior nemico delle foreste. Se siamo soliti acquistare questo tipo di prodotti, andiamo con pazienza alla ricerca delle alternative che non contengono olio di palma. Oppure optiamo per l’autoproduzione.

2) Cacao e cioccolato

Nel caso del cacao, del cioccolato e di tutti i prodotti a base di questi ingredienti la soluzione a minor impatto sull’ambiente e sulle foreste consiste nella scelta di quegli alimenti che provengano dai circuiti del commercio equo e solidale, e dunque risultino garantiti dal punto di vista ecologico, oltre che etico e sociale. E se cerchiamo un’alternativa, possiamo optare per la farina di carrube.

3) Carta, legno e cellulosa

Purtroppo non sempre la filiera del legno, della carta e della cellulosa risulta virtuosa. Eppure basterebbe impegnarsi di più per rendere la gestione delle foreste più sostenibile, visto che il legno rappresenta una risorsa rinnovabile e che il nostro Pianeta ha bisogno della presenza di alberi per l’assorbimento della Co2. In questo caso la scelta dovrebbe rivolgersi ai prodotti certificati. Tra le certificazioni più importanti troviamo FSC e PEFC.

4) Soia

La coltivazione non sostenibile della soia riguarda principalmente la produzione di mangimi per animali, che richiedono di produrre questo alimento su larga scala in nome della crescita del fatturato degli allevamenti intensivi. Ma anche noi, con le nostre scelte quotidiane, possiamo fare la differenza. Scegliamo sempre soia biologica e italiana. In questo modo non contribuiremo alla deforestazione e eviteremo anche gli Ogm.

5) Carne

Ormai anche la scienza ha riconosciuto l’elevato impatto ambientale della produzione e del consumo di carne. Se non riusciamo proprio ad eliminarla dalla dieta, cerchiamo almeno di ridurne il consumo al minimo. E’ sufficiente pensare a quante foreste vengano abbattute per fare spazio a campi da coltivare esclusivamente per la produzione di mangimi da destinare agli animali da allevamento. Non esiste forse nulla di meno sostenibile al mondo.

6) Caffè

Il discorso del caffè è molto simile a quello del cacao e del cioccolato. Possiamo scegliere caffè biologico e del commercio equo e solidale per avere a disposizione un prodotto rispettoso dell’ambiente e che non contribuisca alla deforestazione. Inoltre, pare che le piante di caffè coltivate all’ombra garantiscano maggiori benefici per l’ambiente, proprio perché almeno in parte preservano la presenza di alberi.

7) Sigarette

Piantagioni di cacao e caffè, ma non dimentichiamo quelle di tabacco. Sappiamo che smettere di fumare è difficile ma conosciamo anche l’alto impatto ambientale delle piantagioni di tabacco. Cosa possiamo fare noi per migliorare la situazione? Se non riusciamo a dire addio alle sigarette, magari possiamo scegliere tabacco coltivato in Italia.

8) Zucchero

Nel caso dello zucchero le opzioni sono differenti. Possiamo decidere di non acquistare zucchero raffinato e di privilegiare lo zucchero di canna integrale del commercio equo, oppure optare per altri dolcificanti naturali sempre derivanti da filiere etiche, sostenibili e rispettose dell’ambiente. A volte per arricchire i nostri dolci basta aggiungere più frutta, come mele mature e uvetta, senza dover esagerare con l’aggiunta di zucchero.

9) Magliette e abbigliamento in cotone

La coltivazione del cotone è tra le meno sostenibili del mondo per quanto riguarda il settore tessile. La domanda di cotone biologico sta crescendo ma il cambiamento delle tecniche di coltivazione richiederà probabilmente ancora molti anni e operazioni mirate di formazione degli agricoltori. Nel frattempo, quando possiamo, scegliamo il cotone biologico, rammendiamo e riutilizziamo gli abiti che possediamo già e optiamo per tessuti alternativi e sostenibili, come la canapa organica, se ne abbiamo la possibilità.

10) Cosmetici e detersivi

Ecco un ultimo punto, che comunque rimane tra i più importanti, in cui possiamo orientare le nostre scelte di acquisto per non supportare la coltivazione insostenibile di olio di palma e la deforestazione. Scegliamo cosmetici, saponi e detersivi che non contengano olio di palma, un ingrediente largamente utilizzato dall’industria della detergenza. Proviamo a limitare il più possibile i cosmetici e i detersivi convenzionali, optiamo per le alternative bio e ecologiche leggendo sempre le etichette. L’olio di palma è presente in molte saponette, anche di marchi “green”, ma con pazienza possiamo individuare le alternative già in commercio. E, come sempre, dedicarci all’autoproduzione di detersivi e cosmetici.

Boicottare e acquistare in maniera critica è l’unica via per porre fine alla crudeltà svelata nel documentario.

Per approfondimenti, leggi anche:

Miniguida al consumo critico sfogliabile

Tutti vegetariani? Basterebbe consumare meno carne

L’ ecologismo di Neil Young: dalle magliette in cotone organico al Farm Aid

Gone Girl, l'anteprima della nuova colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross

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Il genio dell’elettronica piace tanto a l’Eco Punk e questa non è una novità… La vera novità sta in Girl Gone, la terza colonna sonora di Reznor e Atticus Ross per il film omonimo di Fincher (il regista di Fight Club e Seven per intenderci), un duo prodigioso che ha vinto un Oscar e una nomination ai Golden Globe, per il loro lavoro su The Social Network e La ragazza con il tatuaggio del drago

Fincher parlando del film e della colonna sonora ammette di aver voluto “qualcosa di squallido e che si ricordi”. Tratto dal libro di Gillian Flynn del 2012, Gone Girl esce il 3 ottobre ma arriverà da noi il 18 dicembre, giusto in tempo per inquietarci il Natale!

La colonna sonora è in perfetto stile Mr. Self Destruct, chissà ci scappa un altro oscar…

Ecco l’anteprima su Soundcloud

Sugar Man: l'incredibile storia di Sixto Rodriguez

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Detroit, gli anni ’70, parole taglienti e toni morbidi per descrivere e cantare le periferie e la classe operaia. E poi c’è la leggenda: nessuno sapeva se Sixto Rodriguez si fosse dato fuoco sul palco o fosse morto suicida in prigione, di lui erano rimaste impresse solo le sue parole nell’altra parte del mondo, esattamente in Sud Africa, dove il musicista inconsapevolmente era diventato il portavoce di gente che quella voce l’aveva ma non poteva parlare, perché oppressa dall’apartheid. Ma quelle parole erano talmente forti, che c’è stato qualcuno dal Sud Africa che le ha inseguite e personificate.

Searching For Sugar Man è il documentario del 2012 del regista svedese Malik Bendjelloul che racconta le ricerche di due fan sudafricani di Rodriguez intenti a rintracciare il poco noto e forse deceduto artista. Dall’analisi delle copertine dei dischi ai testi, alle chiamate a produttori e case discografiche, fino alla scoperta di un Rodriguez vivo a Detroit con una casa, una famiglia e un lavoro da operaio… Un’emozionante favola d’altri tempi a cui si fatica a credere, soprattutto per l’epilogo.

Presentato al Sundance Film Festival, il film riceve il premio Audience Award, World Cinema Documentary e il premio World Cinema Special Jury Prize. Vince poi diversi premi, tra i quali l’Audience Award e il Best Music Documentary Award all’International Documentary Film Festival di Amsterdam del 2012, il premio BAFTA e infine vince l’Oscar 2013 (Academy Award) come miglior documentario.

Nel film molti di coloro che hanno lavorato con Rodriguez, lo elogiano e dichiarano la sua penna superiore a quella di Bob Dylan, il folksinger per antonomasia. Il film è stato trasmesso in chiaro l’8 agosto su Rai 5 e ieri sono riuscita a vederlo su Rai Replay e se avete ancora qualche dubbio sul vederlo o meno, leggete e ascoltate le sue parole che hanno spinto alla ribellione.

Sugar man, won’t you hurry
‘Cos I’m tired of these scenes
For a blue coin won’t you bring back
All those colors to my dreams

Silver magic ships you carry
Jumpers, coke, sweet Mary Jane

Sugar man met a false friend
On a lonely dusty road
Lost my heart when I found it
It had turned to dead black coal

Silver magic ships you carry
Jumpers, coke, sweet Mary Jane

Sugar man you’re the answer
That makes my questions disappear
Sugar man ‘cos I’m weary
Of those double games I hear

Sugar man, Sugar man, Sugar man, Sugar man
Sugar man, Sugar man, Sugar man

Sugar man, won’t you hurry
‘Cos I’m tired of these scenes
For the blue coin won’t you bring back
All those colors to my dreams

Silver magic ships you carry
Jumpers, coke, sweet Mary Jane

Sugar man met a false friend
On a lonely dusty road
Lost my heart when I found it
It had turned to dead black coal

Silver magic ships you carry
Jumpers, coke, sweet Mary Jane

Sugar man you’re the answer
That makes my questions disappear

Into The Wild

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Molti di voi l’avranno già visto o sentito parlare, quel che è certo è che un film del genere non è passato inosservato. Sto parlando chiaramente di Into The Wild, un film del 2007 scritto e diretto da Sean Penn basato sul romanzo di Jon Krakauer Nelle terre estreme, in cui viene raccontata la storia vera di Christopher McCandless, del suo viaggio dal West Virginia, sua terra d’origine, fino in Alaska. Film indimenticabile che mostra in maniera cruda, la sfida dell’uomo nei confronti della natura, il tutto accompagnato da un’indimenticabile colonna sonora scritta quasi interamente da Eddie Vedder.

Ce lo presenta in maniera intimista, l’ecopunker e cinefilo Henry Spencer, che già tutti conoscete per altre recensioni. Vi invito a leggere la sua analisi e se volete, potete scrivergli all’indirizzo mammano@inwind.it. Buona lettura.

“Bisogna prestarsi agli altri e donarsi a sè stessi..” (Michel De Montaigne)

Jon KraKauer è un alpinista, un giornalista ed uno scrittore di successo grazie alla pubblicazione di “Nelle terre estreme”, racconto on the road (e che tutti sapranno verissimo) del giovane Christopher Mc Candless aka Alexander Supertramp. Fresco di diploma e come quando si è giovani anche lui è giovane e bello e con una spiccata propensione a vedere le cose in una maniera diversa e soprattutto a vedersi dentro quelle cose. Francescanamente butta alle spalle tutto il suo, più che discreto, mondo materiale per dedicarsi ad un lungo viaggio in solitudine lungo l’America occidentale, fino alla regione più selvaggia, l’Alaska, dove verrà ritrovato morto due anni dopo l’inizio del suo viaggio.

Chris, anzi Alex, è un ragazzo che si pone delle domande che possono suonare in questa maniera: “chi c’è in questo mondo?”, “da quali persone è composto?”, “se dovessi fare una conta, cosa rimarrebbe?”. Gli interrogativi platonici si struggono di fronte alla sua realtà post adolescenziale: la realtà che ti costringe e, in un paese di autoconvinzioni libertarie come gli Usa, si tratta di una decisione che deve far male ad un ragazzo, quando deve capire dove andare quando invece è stato già tutto deciso. Lo vede in sé, lo vede negli altri e dunque non è difficile capire il suo racconto partendo da questa frase:”sono ragazzi, sono innocenti, sono stupidi e vorrei poterli fermare…”.

Già, il racconto. Il film è infatti raccontato attraverso la voce della sorella, parole fuori campo che aggiungono, al già elevato tasso emotivo della vicenda, il pathos di un’ osservatrice che è sì quanto di più vicino ci potesse essere anche solo per età ed umanità ma anche quanto di più lontano. Chris (Alex) è una meteora che passa nel cielo la cui bellezza, quanto la sua utilità, è così inspiegabile poiché fugace e a cui abbiamo dovuto restituire un significato legato al desiderio per poterlo fare nostro, ancora una volta, fare nostra una cosa del cosmo.

Alex non era questo che intendeva per viaggio “dentro le terre selvagge”, egli ha provato a creare l’impossibile ovvero la convivenza di un uomo contemporaneo nella natura, come se la sua voglia di debolezza nel senso della flessibilità (che si contrappone alla forza rigida di una vita diremmo ancora oggi borghese o quantomeno già assegnata) potesse trovare la sua alcova fra le terre brulle di un deserto e i tanto aspirati ghiacci del quarantanovesimo stato, ultima meta possibile, umanamente possibile e probabilmente non facendo abbastanza i conti con la sua di umanità, tanto da lasciare come commiato un desiderio incondivisibile di felicità da condividere.

In questo, ed è certo, l’opera trae una conclusione dolentissima almeno a mio parere, ovvero l’impossibilità per l’uomo di farsi natura, di tornare ad esserlo nel senso più radicale e di sentirsi sempre e comunque un figlio illegittimo della società che egli stesso ha costruito a sua nuova immagine, l’impossibilità in pratica di ritornare al mondo, di ridarsi al mondo.

Non sempre è un’impossibilità dannosa però, basti riflettere sulla magnifica scena in cui il nostro amico Alex impugna un fucile contro un orso senza riuscire a completare il suo gesto. Ecco, ed è in quella immagine che il senso di quest’opera mastodontica (per umori, passioni,qualità visiva e narrativa e soprattutto in bravura nell’evitare, quasi sempre, il solito racconto americano di redenzione) trova la sua piena finalizzazione, nel non saper rinunciare ad un cuore umano che in quel non gesto è carico di coerenza e tutto sommato di affezione e pietà verso il proprio io, ancor più che verso la nuova (in)ospitale “casa”.

Diviso in capitoli, come per raccontare una nuova esistenza, Into The Wild conta scenari impagabili, tecnica fotografica da sempre sostanziale per i film di Penn, musiche originali scritte(per la maggior parte) dal carisma lirico di Eddie Vedder e nel cast un William Hurt a cui bastano poche pose per far capire da cosa si proviene (il suo pianto disperato sull’asfalto, mentre si aggrappa ai calzoni, rimane un’icona della pellicola, la totale assenza di appigli sentimentali al suo dolore, una vera immagine di piena e realizzata solitudine).

E’ certamente un film sull’ossessione delle responsabilità, del dover essere per forza a posto, del dover fare le cose giuste, del vestire per bene, del pensare per bene, dell’essere per bene, di quel far finta di essere sani che qualche santo laico del nostro paese recitava e sul fatto che le cose, nella nostra vita,debbano andare bene per forza di cose.

Chris (Alex) cancella tutto e traccia un nuovo sentiero, un nuovo modo di pensare che a qualcuno è sembrato egoista e, che nel momento di maggiore sofferenza, è sembrato così anche per lui, ma questo è un racconto drammatico in quanto, come nei migliori film di prigionia, parla la lingua di un uomo la cui libertà rappresenta un veleno per chi è ridotto schiavo.

Uno strano,stranissimo romanzo di formazione in cui il giovane virgulto cresce, fa esperienza e ne muore: la realizza dunque non capendo o capendo fin troppo, morendo a sé stesso.

Devoto probabilmente, nel senso cinematografico del termine, a tutti i racconti che nel passato hanno raccontato storie d’inadeguatezza (il già recensito “Una storia vera” di Lynch, il truffautiano Ragazzo Selvaggio o addirittura il Kaspar Hauser di Herzog).Tutti segnati dallo stesso motto del compagno spirituale Thoreau: “datemi la verità”.

Cinema, letteratura, vita… arte,nel senso più nobile e tristemente difficoltoso: quello di pretendere la verità sognandone un’altra. Chiunque si avvicini o si riavvicini a questa pellicola senta ciò che vuole, Supertramp non potrebbe mai togliervi questa libertà. Ma sappia anche che la sua non è (solo) una storia di rabbia o di ribellione;nel suo cuore più profondo c’è l’eco di un’urgenza che incontra un vuoto e questo vuoto è la regola del gioco.

Non ci rimane che rimettere insieme i pezzi, i nostri.

A presto Eco Punkers!!

Io aggiungerei che, oltre a rimettere insieme i nostri pezzi, ascoltiamo Society di Eddie Vedder, tratto dalla colonna sonora del film.

I Love Radio Rock

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Un film che merita di entrare a pieno titolo fra i film consigliati da l’Eco Punk è sicuramente I Love Radio Rock, un film del 2009 diretto da Richard Curtis e portato alla memoria dopo la tragica perdita di Philip Seymour Hoffman, uno degli attori principali che recita la parte de “il conte” in una radio pirata degli anni ’60. Al di là della perdita di un grandissimo attore, ricordo questo film perchè incarna lo spirito di questo blog: il rock visto come la musica contro il potere e contro l’autorità, la musica che ti permette ancora di poter esprimere il dissenso negli anni ’60 come oggi.

Radio Rock è una nave ancorata nel Mare del Nord e trasformata in una stazione pirata, che trasmette musica pop e rock ventiquattro ore al giorno in una Swinging London dedita a trasmettere solo musica leggera. L’emittente è gestita da Quentin e dai vari dj rock’n’roll: lo statunitense detto “Il Conte”, l’allegro Simon, “Dottor” Dave, l’affascinante e misterioso “Midnight” Mark e il taciturno “Tessitore dell’Alba” Bob. Il ministro inglese Sir Alistair Dormandy, uomo ottuso e bigotto, affida al segretario Pirlott l’incarico di ostacolare in tutti i modi le trasmissioni delle stazioni pirata, in particolar modo di Radio Rock, iniziando una vera e propria crociata personale, tanto da ottenere l’attuazione di un atto che dichiara le navi-radio illegali poiché a rischio di occupare le frequenze di soccorso. L’unico sistema per continuare a trasmettere senza venire arrestati è però quello di disancorare la nave e salpare, ma questa versa purtroppo in tali pessime condizioni da impedirle di reggere il mare, e presto comincia ad imbarcare acqua. Dalle loro frequenze i deejay lanciano un sos, sperando che qualcuno li salvi da una morte certa e, proprio quando la nave sta per affondare e tutti credono di essere perduti, arrivano decine di barche, tutte di fan che hanno ascoltato il loro messaggio e che stanno arrivando a salvarli.

Questo film è un atto d’amore nei confronti della musica rock, denuncia il bigottismo e lancia un messaggio di speranza di salvezza da certe mentalità conservatrici che ostacolano la cultura e il pensiero critico.

Il rock deve vivere perchè il rock è libertà. Per chi non l’avesse ancora visto, un invito a guardarlo e ad ascoltare attentamente la colonna sonora. Commovente.