Il 17 aprile cambia energia! Vota SI’ per fermare le trivelle


Il 17 aprile ci sarà il Referendum No Triv, primo referendum nella storia della Repubblica italiana richiesto dalle regioni anziché tramite la raccolta firme. Gli italiani vengono chiamati a scegliere se vietare o meno il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana, ma non potranno dire la loro riguardo al divieto di effettuare nuove trivellazioni oltre le 12 miglia e continueranno a essere permesse anche con la vittoria del Sì. Nel referendum, quindi, si chiede se abrogare la parte di una legge che permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme entro 12 miglia dalla costa di rinnovare la concessione fino all’esaurimento del giacimento.

 

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In tv non se ne parla, sul web girano parecchi articoli di ambientalisti, geologi, esperti in materia di energia favorevoli e contrari; in particolare l’articolo di una geologa contraria al referendum ha scatenato un oceano di polemiche, fra cui quella di alcuni esperti che ci hanno visto lo zampino di qualche “gruppo fossile” (in calce i link di alcuni articoli per farvi un’idea).

Questo post non vuole essere un dogma scritto da un’inesperta scientifica, ma è scritto per ricordare soprattutto che il referendum del 17 aprile è un atto politico che serve a dare un segnale contrario all’utilizzo delle fonti di energia fossile, come il gas e il petrolio; è una presa di coscienza dal basso riguardo l’insostenibilità dell’economia capitalistica che porta sfruttamento, inquinamento, diseguaglianze, brutture. Le alternative a questo sistema esistono e sono anche meno dispendiose in termini economici, sociali ed ambientali; per questo l’EcoPunk si schiera a favore del SI’, spingendo il governo (insieme al 50% più 1 di aventi diritti al voto) a perseguire con chiarezza e decisione l’abbandono dell’utilizzo delle fonti fossili e l’adesione ad un modello energetico pulito, rinnovabile, distribuito e democratico già affermato in Paesi più sostenibili del nostro.

Questo è il nostro parere, a voi la scelta.

LINK UTILI

Il Post: Pro e contro il referendum sulle trivellazioni

Referendum Trivelle, una geologa: “ecco perché io non andrò a votare e se proprio fossi costretta, voterei NO”

Ferma le trivelle

La vera posta in gioco del referendum anti trivelle: uscire dal “Petrolitico”

Nota Fb di Andrea Boraschi – Referendum Trivelle: le balle degli astensionisti

Il sì al referendum: tutta la verità

Natale etico: la campagna Natale è più bello senza carrello e i consigli su cosa regalare

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L’Eco Punk sostiene l’interessante campagna degli amici di Contiamoci: Natale più bello senza carrello! Strumento della campagna è il Certificato di Esenzione dall’Obbligo di Acquistare Regali da scaricare e condividere per sensibilizzare parenti e amici sul significato originario del Natale basato sul dono, al di là di ogni logica consumistica.

Interessante anche il vademecum sul retro del certificato con Consigli per regali sostenibili che riporto qui, integrandolo con considerazioni personali:

  • Regali culturali. A Natale ci sono tante fiere indipendenti in giro per l’Italia, è bello passeggiare scoprendo libri, dischi, riviste di piccoli editori.
  • Prodotti equi e solidali, che aiutano i produttori del sud del mondo, tutelano l’ambiente e ti fanno gustare sapori originari.
  • Autoproduci o scegli prodotti di piccoli produttori, assaporane la storia, la qualità, il lavoro manuale. Regala un dolce, un manufatto, una compilation creata da te
  • Aiuta i bambini a scoprire giocattoli divertenti che stimolano l’intelligenza: finché conosceranno solo quelli della TV e dei supermarket, desidereranno solo quelli.
  • Regali immateriali. Ogni anno a Natale, c’è uno spreco assurdo per il packaging; dona un biglietto di un concerto, un abbonamento in palestra o ad attività stimolanti o fa una donazione a qualche associazione ecologista o contro la guerra e regala la ricevuta a una persona cara.

A completamento della campagna, i ragazzi di Contiamoci hanno creato un video sull’iniziativa Natale è bello senza carrello, rigorosamente autoprodotto durante Fà la Cosa Giusta di Torino.

Caro signor consumator… cosa c’entra Gesù?”

Buoni acquisti critici.

La Giornata del Non Acquisto e la Marcia Globale per il Clima: due giorni per contestare il consumo sfrenato delle risorse

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Una buona pratica suggerita dagli amici di Contiamoci, il Buy Nothing Day, ovvero la Giornata del non acquisto! È una giornata internazionale di protesta contro il consumismo, istituita per la prima volta nel 1992 in Canada da Adbusters (la rivista canadese che diede il primo impulso a Occupy Wall Street) come un giorno per la società di esaminare la questione del consumo eccessivo. Nel 1997 è stata spostata al venerdì dopo la festa del ringraziamento americana, in concomitanza con quello che viene chiamato il Black Friday (Venerdì Nero), cioè la festa del consumo sfrenato.

Il Venerdì nero è ormai diventato un fenomeno distopico assurdo in cui i grandi rivenditori utilizzano l’evento per lanciare offerte altamente competitive durante un solo giorno e creando spesso un foltissimo gruppo di acquirenti che si calpestano e combattono tra loro per mettere le mani su merci inutili e superflue, a scapito delle piccole imprese che non possono competere contro questo spietato taglio di prezzi. Solo negli Stati Uniti nell’anno 2013  sono stati spesi quasi 57 miliardi e mezzo di dollari in un solo giorno di shopping sfrenato, che ha coinvolto qualcosa come 80 milioni di persone

Per avere una prospettiva più ampia rispetto al consumo e allo spreco di risorse ad esso connesso, proprio stamattina ho letto un interessante articolo di George Monbiot sul The Guardian (tradotto su Internazionale e che vi invito caldamente a leggere), in cui critica il concetto di sviluppo sostenibile che è al cuore dei negoziati sul clima in programma domani a Parigi e di qualsiasi altro vertice sull’ambiente. Ciò che contesta Monbiot è che l’analisi della crescita economica si basa sull’idea che il tasso di crescita economica e il tasso dell’uso delle risorse siano indipendenti fra loro creando il paradosso secondo cui “I governi ci spingono sia a consumare di più sia a usare meno risorse. Dobbiamo estrarre più combustibili fossili dal terreno, ma bruciarne di meno. Dobbiamo ridurre, riutilizzare e riciclare gli oggetti che entrano nelle nostre case, e al contempo aumentare il loro numero, buttandoli via e sostituendoli. Altrimenti come può crescere l’economia di consumo? Dovremmo mangiare meno carne per proteggere le forme di vita del pianeta, e mangiarne di più per sostenere l’industria alimentare. Simili politiche sono incompatibili. Le nuove analisi suggeriscono che il problema è proprio la crescita economica, indipendentemente dal fatto che si aggiunga l’aggettivo “sostenibile”. 

Cosa possiamo fare

Per il Buy Nothing day dobbiamo prima di tutto astenerci dal comprare. Ce la fate? Basta un piccolo sforzo! Guardate quello che avete in casa, sicuramente troverete il modo per riusare dei vestiti, oggetti, cibo e combattere gli sprechi. Poi dal sito buynothingday.co.uk arrivano suggerimenti come tagliare la vostra carta di credito nei centri commerciali o la zombie walk (persone vestite da zombie si aggirano centri commerciali o altri paradisi di consumo con uno sguardo vuoto, quando gli viene chiesto cosa stanno facendo, descrivono Buy Nothing Day) o ancora la Whirl-Mart (un gruppo di amici spinge carrelli vuoti in un negozio creando una fila lunga e silenziosa senza mai comprare nulla). Naturalmente lo scopo di questa giornata è quella di ripensare al nostro lifestyle, soffermandoci sul non-acquisto prima che sul consumo critico, cercando di riusare, riciclare, scambiare tutto quello che già abbiamo molto spesso in abbondanza.

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Per quanto riguarda invece la Conferenza sul Clima di Parigi del 29 novembre, sosteniamo la Global Climate March, la marcia globale sul clima in varie città nel mondo con l’obiettivo di tenere i combustibili fossili nel terreno e finanziare una transizione solo per il 100% di energie rinnovabili entro il 2050.  Come? Firmando la petizione online sul sito 350.org/global-climate-march e per chi può, partecipare fisicamente alla marcia. In Italia la più grande si terrà a Roma ma ho letto che si terrà anche a Napoli e Torino (per maggiori info, cercate su Twitter con l’hashtag #globalclimatemarch). Partecipate e condividete!

Verso l'età delle Agro-Comunità: la Terza Rivoluzione Alimentare

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Navigando per il web, mi sono imbattuta in un articolo molto interessante su magazine.ouishare.net sulla terza rivoluzione alimentare. L’articolo è in inglese di Myriam (non c’è scritto il congnome…), co-fondatore di Open Food Network in Norvegia e Francia, e tratta di temi che l’EcoPunk ha molto cuore come sistemi alimentari, consumo collaborativo, sprechi, peer to peer, tecnologia applicata in maniera abbastanza sintetica ed esaustiva. Per questi motivi ho deciso non solo di condividerlo sui social, ma anche di tradurlo e riportarlo qui sul blog. Di seguito il post… Buona lettura e buona riflessione.


Dopo un vasto movimento di concentrazione e intensificazione, una nuova rivoluzione sta arrivando. Ancora silenzio per ora, cresce lentamente, nei giardini della gente e gli hub alimentari guidati da comunità di piccola scala. Le persone si organizzano insieme per costruire reti di distribuzione locale e le nuove tecnologie consentono ora iniziative locali di scala: possono collegare facilmente tra loro e merce di scambio e servizi in modo efficiente e decentrato, portando alla nascita di un nuovo, e più sostenibile, sistema alimentare.

SINTOMI E CAUSE PROFONDE DI UN SISTEMA ALIMENTARE MALATO

Un terzo di tutti gli alimenti prodotti viene sprecato. 842 milioni di persone soffrono la fame. Abbiamo perso il 75% della nostra biodiversità. Negli Stati Uniti ci sono 8 volte più antibiotici venduti per l’agricoltura industriale che agli ospedali. Tumori e altri problemi di salute sono in piena espansione. Ci sono sempre meno nutrienti negli alimenti. Il cambiamento climatico minaccia il futuro del nostro pianeta, ci sono 400 zone morte nel mare. Imballaggi alimentari che contribuiscono a far crescere il settimo continente fatto di rifiuti, nel mezzo dell’oceano. 370 000 agricoltori si suicidano ogni anno l’uso di pesticidi. … Quindi, si deve porre la domanda: non è che il sistema alimentare è arrivato ad un punto di rottura?

Possiamo citare due principali cause di fondo per tutte quelle esternalità negative:

  • Distanza fisica e psicologica: con l’urbanizzazione, la globalizzazione e la centralizzazione del sistema di distribuzione del cibo, ci sono oggi un sacco di intermediari tra noi e il nostro cibo. La distanza fisica ha portato la distanza mentale. Se si va in un supermercato, non si sa chi ha prodotto il cibo, come è stato fatto, non vi rendete conto tutti gli sforzi e l’energia che sono necessari per produrlo. Abbiano così tanto cibo, perché abbiamo perso la consapevolezza di come è prodotto, così gettiamo via molto facilmente. In media in Europa, la maggior parte dei residui alimentari proviene dalle famiglie (42%).
  • Centralizzazione, la concentrazione e l’integrazione: Lungo tutto il sistema alimentare, vi è stato nel corso degli ultimi decenni, un movimento di fusioni e acquisizioni, l’integrazione orizzontale e verticale, che ha concentrato il potere nelle mani di poche grandi multinazionali. La metà del cibo consumato sul pianeta è prodotto dal 15% delle aziende agricole, fattorie intensive industriali. Il numero degli agricoltori è drammaticamente in calo, -30% in Norvegia, nel corso degli ultimi 10 anni, -50% in Francia negli ultimi 20 anni, le aziende agricole di diventano sempre più grandi attraverso acquisizioni. La Dichiarazione di Berna, una ONG svizzera, ha pubblicato un rapporto enorme, Agropoly, mostrando come il sistema alimentare globale è nelle mani di poche grandi imprese, e come questa alta concentrazione e integrazione produce queste esternalità negative. Per fare solo un esempio, sono le stesse aziende a fare il seme e gli antiparassitari (Monsanto, Syngenta, Bayer, BASF, DuPont), in modo da assicurarsi che i semi hanno bisogno di pesticidi, come gli OGM per esempio. I semi non riproducono in modo affidabile e le aziende possiedono diritti di proprietà intellettuale su di loro, così gli agricoltori sono costretti a comprare i semi ogni anno, essi non possono salvarli e né scambiarli. Questa situazione non ha solo conseguenze sulla salute e sull’ambiente, ma anche sulla sopravvivenza dei contadini, che si ritrovano totalmente dipendenti di queste grandi multinazionali. Per quanto riguarda la distribuzione, la situazione non è migliore: nel 2011 nell’UE, il più grande cinque rivenditori in tutti i paesi hanno avuto una quota di oltre il 60% di mercato congiunta in 13 Stati membri, con una concentrazione di mercato superiore al 80% a volte. Nella maggior parte dei paesi, tuttavia, la concentrazione del mercato tra due o tre principali rivenditori è la norma: due catene di supermercati hanno controllato oltre il 70% del mercato in Australia nel 2013. Tre gruppi hanno avuto il 55,5% del mercato in Canada nel 2011. Il loro enorme potere come acquirenti dà a quei grandi rivenditori la possibilità di impostare le condizioni sulle quali opera la catena di approvvigionamento alimentare.

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COME SIAMO ARRIVATI ​​QUI E DOVE POTREMMO ANDARE?

Intorno al periodo neolitico, la prima rivoluzione alimentare segna il passaggio da un modello pre-agricolo, dove le persone in età paleolitica erano cacciatori-raccoglitori, all’agricoltura, sedentarizzazione e di auto-produzione di alimenti, per lo più per il consumo personale. Portato dalla rivoluzione industriale nel 18 ° secolo, la seconda rivoluzione del cibo ci spinge al modello agro-industriale, oggi predominante, in cui il sistema è controllato da grandi aziende a scopo di lucro, e che induce tutte quelle esternalità negative sulla salute e sull’ambiente descritti al di sopra. Ora le persone stanno diventando consapevoli della follia di questo modello agro-industriale e iniziano a organizzarsi in una modalità peer-to-peer. Un nuovo spostamento sta emergendo, verso un’età di agro-comunità, basato su piccola scala di produzione alimentare locale e molteplici centri di distribuzione e nodi, collegati tra loro.

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RILOCALIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE E RETI DI DISTRIBUZIONE INTELLIGENTI

Con la terza teoria rivoluzione industriale, Jeremy Rifkin prevede una rilocalizzazione della produzione. L’energia deve ancora essere distribuito in modo più efficiente dal punto in cui viene prodotta a dove è necessaria, quindi è necessario avere reti efficienti e “reti intelligenti”.

Analogicamente, produzione e distribuzione di cibo iniziano a seguire il percorso di decentramento e rilocalizzazione: le persone a produrre il cibo nei loro giardini e organizzarsi in modo indipendente per comprare cibo dai produttori locali, la creazione di una diversità di hub e nodi. Vogliono limitare l’impatto di carbonio del trasporto alimentare, nonché sostenere la loro economia locale e la capacità di recupero della loro comunità. Anche se negli ultimi dieci anni, la tendenza è stata quella di concentrazione e centralizzazione, vediamo ora alcuni segnali che si muovono nella direzione di rilocalizzazione e decentramento: supporto alla comunità agricoltura, l’acquisto locale, le cooperative, l’agricoltura urbana, orti familiari… produttori e consumatori stanno prendendo controllo indietro sul loro approvvigionamento di cibo, si stanno prendendo indietro la loro sovranità alimentare.

La prima Community Supported Agriculture (CSA) è stata avviata nel 1960, in Giappone, e in Europa, e poi diffusa negli Stati Uniti negli anni ’80. Da allora si è  propagata nel resto del mondo. Il principio è che un gruppo di individui si organizzano e firmano un contratto con un agricoltore: l’acquisto di tutta la produzione avviene in anticipo e l’agricoltore svolge determinati requisiti di qualità (biologico, ecc). Nel 2013, ci sono stati circa 5.267 agricoltura sostenuta (CSA) e 413,947 consumatori CSA in Europa, e nel mondo, 13.779 aziende agricole CSA e un po’ più di un milione di consumatori che le sostengono nel mondo (fonte: URGENCI). “Il cibo locale è in rapida crescita da un mercato di nicchia ad un sistema integrato riconosciuto per la sua spinta economica alle comunità in tutto il paese”, dice US segretario agricolo Tom Vilsack. Progetti di agricoltura comunitari sostenuti ricollegano consumatori e produttori e sostengono pratiche agricole sostenibili: l’agricoltura biologica, l’agroecologia, permacultura, agricoltura biodinamica.

Iniziative a livello di comunità sono state fino a poco tempo piuttosto isolate e guidate da gruppi di attivisti che erano pronti a sacrificare la convenienza per i loro valori. Per democratizzare questi nuovi modelli e consentire a tali hub e nodi la gestione in scala, abbiamo bisogno di fare lo scambio P2P (peer to peer) di cibo semplice. Abbiamo bisogno di costruire “reti intelligenti” per consentire alle persone di crescere, vendere, spostare, comprare cibo facilmente in un modo decentralizzato.

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NUOVE TECNOLOGIE PER UNA NUOVA ERA AGRICOLA

Piattaforme online e le infrastrutture sono un volano per la circolazione di cibo in un sistema alimentare basato sulla comunità.

Alcune piattaforme hanno un focus specifico su un certo tipo di modelli di distribuzione alternativi. Ad esempio, The Food Assembly offre un mercato online, così come il supporto di marketing, a imprenditori locali che desiderano distribuire i loro prodotti locali di quartiere direttamente dai produttori. Hanno tirato su 9 milioni di $. Farmdrop nel Regno Unito, una piattaforma di vendita diretta che interpreta il ruolo di un distributore, attraverso i servizi di pick-up o di consegna a domicilio. Riportano la trasparenza sulla provenienza dei prodotti e aprono una nuova forma di canali di distribuzione ai produttori, seguendo l’aspetto logistico in modo che le persone ricevano i loro prodotti in un modo conveniente. Queste piattaforme sono i canali di distribuzione alternative che consentono alle persone di acquistare direttamente da produttori locali in un modo comodo e facile. Entrambi sono licenza-based e propongono un modello prescrittivo ai produttori e ai consumatori (cioè non è possibile scegliere qualunque modello di business per il vostro gruppo di acquisto sulla piattaforma The Food Assembly, si deve seguire il loro modello).

Al contrario, Open Food Network (il progetto in cui collabora la scrittrice di questo articolo) è un un’infrastruttura open source che consente a qualsiasi attore, persone, comunità, di creare un loro hub e farlo funzionare nel modo che vogliono, in modo che si adatta al contesto locale. Più che una piattaforma, Open Food Network è un’infrastruttura basata sul web che coltiva “eco-diversità”. Permette a start-up locali alimentari, gruppi di acquisto non-profit, cooperative, etc. di utilizzarlo per il loro scopo, ma anche di cooperare con l’altro, ad esempio sulla logistica, pur rimanendo indipendente. L’implementazione della piattaforma è supportata da organizzazioni no-profit locali democraticamente governate che costruiscono e proteggono insieme questo particolare “comune”.

Tutte queste piattaforme web e infrastrutture di accelerano il passaggio verso un nuovo sistema alimentare, più decentrato, trasparente, sostenibile, ricollegando produttori e consumatori, e restituendo al contadino la sua indipendenza e la dignità.

Non risolveremo i problemi generati dal sistema alimentare agro-industriale aspettando coloro che beneficiano di questo sistema per cambiare. Se vogliamo un sistema alimentare più sostenibile che si preoccupa della terra e i suoi esseri viventi, abbiamo bisogno di prendere le nostre responsabilità e rimboccarci le maniche. Come qualsiasi altro settore della nostra economia, il sistema alimentare può essere interrotto da un nuove piattaforme di cultura e P2P fai da te. Si è già iniziato, ora tocca a noi di essere parte di questa transizione.  

Per leggere l’articolo in versione originale: magazine.ouishare.net/2015/11/toward-an-age-of-agro-communities-the-third-food-revolution

L'etica del Do It Yourself. Dalla musica punk a filosofia di vita

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Bricolage, design, giardinaggio, cucina, cosmesi, detersivi, cucito. Qualsiasi cosa ci interessi o ci incuriosisca, abbiamo a disposizione una marea di tutorial, guide online, libri sul Fai da te per aiutarci a creare qualcosa ex novo con le nostre mani. Molto spesso si attribuisce questo crescente interesse alla crisi economica che ha avuto l’effetto positivo di far riscoprire la manualità e alcune pratiche che facevano parte di quel mondo prima dello sviluppo economico capitalistico, le pratiche dei nostri nonni per intenderci. Sicuramente c’è un nesso, ma pochi sanno che l’origine del Do It Yourself, come filosofia di vita messa in atto in maniera consapevole, deriva da una cultura, anzi una sottocultura, nello specifico quella punk.

Il DIY (abbreviazione di Do It Yourself, in italiano Fai Da Te) è un’etica nata e diffusa all’interno della cultura punk, che propugnava il rifiuto per le major della distribuzione musicale ritenute capitaliste, espresso nello slogan DIY not EMI, e la formazione di etichette indipendenti con cui pubblicare i propri album. Dall’autoproduzione dei dischi poi l’etica del DIY si è estesa fino ad abbracciare sempre più aspetti della vita quotidiana e della commercializzazione come la produzione e distribuzione di fanzine, ossia giornali autoprodotti, che cercavano di diffondere notizie e idee della scena punk. Col tempo poi si è arrivati anche a magliette, toppe, spille e beni di consumo materiali, quali saponi e oggetti per la cura del corpo. Grazie all’hardcore americano dei primi ’80, il DIY ha avuto una larghissima diffusione tra i gruppi e i giovani, fino a diventare una vera e propria scelta non solo musicale, ma anche di vita.

do-it-yourself-the-rise-of-independent-music-industry-after-punk-2007-2lp[1]Oggi il DIY si riferisce all’etica di autosufficienza attraverso il completamento delle attività senza l’aiuto di un esperto retribuito e promuove l’idea che chiunque è in grado di eseguire una serie di operazioni piuttosto che affidarsi a specialisti pagati. Dalla sottocultura punk, l’attuale concezione del DIY ha ereditato l’ideologia anticonsumista sdoganando i sistemi o processi esistenti che potrebbero favorire la dipendenza da strutture sociali consolidate e mettendo al centro le persone e le comunità, incoraggiando l’impiego di metodi alternativi di fronte a ostacoli burocratici o società a raggiungere i loro obiettivi.

Il punk DIY vale anche nelle normali attività quotidiane come il giardinaggio, le riparazioni di qualsiasi tipo di oggetto, l’abbigliamento, il cibo. Ma non finisce qui, perché c’è chi ha coniato il termine Edupunk, derivato proprio dalla filosofia del DIY applicandolo all’istruzione.

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Jim Groom e la sua filosofia edupunk

Edupunk è un atteggiamento di insegnamento e di apprendimento delle pratiche fai da teIl New York Times ha definito il termine come “un approccio all’insegnamento che evita gli strumenti tradizionali come PowerPoint e Lavagna, e invece mira a portare in classe, l’atteggiamento ribelle e l’ethos fai da te anni ’70 di gruppi come i Clash“. Il termine è stato coniato da Jim Groom, specialista tecnologia didattica nelle arti e scienze umane presso l’Università di Mary Washington in Virginia, ed è stato rapidamente adottato da un gruppo di studiosi, soprattutto negli Stati Uniti e in Canada, che hanno voluto che gli studenti creassero la loro istruzione piuttosto che limitarsi a consumarla.

Edupunk quindi si snoda attraverso tre concetti fondamentali: la reazione contro la commercializzazione di apprendimento, il Fai da te come atteggiamento e il pensare all’apprendimento adatto ad ogni singolo individuo. Un esempio di Edupunk è stato il corso “Wikipedia: WikiProject Murder Madness e Mayhem” della University of British Columbia, un esperimento sulla creazione di articoli su Wikipedia nella primavera del 2008. Attualmente l’ Hampshire College, l’Evergreen State College, l’Università Marlboro, il New College della Florida e il Warren Wilson College hanno istituzioni collegiali che seguono l’ideologia edupunk. 

Nel DIY non c’è un modo giusto o sbagliato per imparare o insegnare, la cosa principale è quello di avere le mani sporche e imparare dall’esperienza. Perseguire il DIY non è fare il pane seguendo il tutorial su Youtube, ma fare il pane perché volete bene a voi stessi, prendete del tempo per voi per creare del cibo sano e più duraturo del pane da supermercato (che magari è stato anche decongelato e non si sa da dove viene e cosa contiene) e boicottate qualsiasi cosa che è non è etica e non rispetta l’ambiente e il vostro organismo. Dimenticate quindi lo stereotipo del punk come l’ubriacone nichilista e distruttivo. Se avete la passione per il fai da te e scambiate informazioni, saperi e cose a costo zero o quasi, siete un po’ punk anche voi. Adesso lo sapete.

Il punk è morto? Io non credo… E dopo tante parole, ascoltiamo insieme un po’ di Clash e sporchiamoci le mani!

https://www.youtube.com/embed/7zLJxHug_CM

Info da en.wikipedia.org/wiki/DIY_ethicen.wikipedia.org/wiki/Edupunktimeshighereducation.co.uk

Crisi? In Italia aumenta il consumo etico e negli USA chiudono i centri commerciali

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Foto da Rapporto Consumi Coop 2014

In questi giorni ho letto di notizie interessanti riguardo bilanci di fine anno sui consumi. Notizie positive per gli ecopunkers, secondo quanto riportato dal Rapporto Coop “Consumi e distribuzione” redatto in collaborazione con Ref Ricerche e Nielsen sui consumi degli italiani e in un articolo della Repubblica sulle abitudini di acquisto negli USA.

Qual è lo stato degli acquisti e dei consumi? In Italia nel 2014 c’è stato un calo sensibile di acquisti di automobili, abbigliamento e calzature, meno uscite fuori casa per mangiare e meno take away a favore dell’uso della bici (superiore nel Nord Italia, soprattutto a Milano), dell’acquisto di libri e musica in formato digitale e soprattutto, questa la notizia per noi più interessante, del cibo etico e biologico. In particolare lo spostamento verso beni di prezzo inferiore, il ricorso alle promozioni, il nomadismo della spesa, la riduzione degli sprechi e l’utilizzo di internet per avere informazioni sui prodotti, implicano una difesa della qualità del cibo a tutela del potere di acquisto. “Le cicatrici della crisi quindi, sono diventate valori” in cui da rinuncia e necessità, si è passati ad una revisione totale degli stili di vita e di consumo il cui paradigma è l’equazione Mangiare bene = stare bene.

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Il dato significativo sta nell’aumento esponenziale dei vegetariani e vegani, arrivando al 7% della popolazione totale che non acquista e non consuma carne o pesce. Il 31% di loro afferma di non mangiare più carne per rispetto nei confronti degli animali, il 24% per ragioni salutistiche, il 9% per limitare i danni ambientali derivati dagli allevamenti intensivi. In aumento anche l’attenzione alla riduzione dei rifiuti e degli sprechi alimentari, anche se l’Italia con i suoi 150 kg di sprechi alimentari pro capite, è ancora lontana dalla strategia rifiuti zero e dai risultati degli altri paesi europei come Germania o Olanda. Le regioni prime per la riduzione degli sprechi sono la Campania, la Lombardia e la Sardegna.consumoetico

Un aumento insomma della sensibilità e del consumo etico. Il supermercato quindi, diventa finamente l’occasione per sostenere giuste cause, stando attenti durante l’acquisto alla reputazione dell’azienda e al ciclo produttivo del prodotto. Il vero made in Italy rimane sempre il cibo, con Emilia Romagna e Sicilia che trainano l’export di cibo di qualità soprattutto in Germania e USA.

E a proposito degli USA, il cibo italiano va alla grande ma questa non è una novità. La notizia che ha lasciato perplessi noi europei è che il centro commerciale, simbolo del consumismo e del modello di società americana, sta per estinguersi. Non è un sintomo di crisi economica, anzi l’America, felice eccezione mondiale, ha una crescita vigorosa, un mercato del lavoro che tira e consumi in ripresa; a svuotare i centri commerciali tradizionali sono le diseguaglianze. L’ipermercato tradizionale è un modello interclassista e trasversale, studiato appositamente per quell’ampia fascia che era la middle class oramai scomparsa a causa della polarizzazione della società americana: da una parte i lavoratori a salario minimo, dal potere d’acquisto immobile, che vanno a fare la spesa negli ipermercati discount Costco; dall’altra i ricchi che prediligono i grandi magazzini glamour, tipo Saks Fifth Avenue. Nell’ultima decade, una trentina di ipermercati hanno chiuso.

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Centro commerciale abbandonato. Foto da thoughtcatalog.com

Altri 60 potrebbero fare la stessa fine in tempi rapidi. Un fenomeno talmente destabilizzante nell’immaginario collettivo americano, che è nato un sito specializzato per censirli, si chiama prevedibilmente www.deadmalls.com. Il fenomeno dei centri commerciali “morti” sprigiona una sorta di fascino macabro: sembrano città fantasma, cattedrali nel deserto, costruzioni imponenti e spettrali.  E in effetti proprio di recente Hollywood ha deciso di ambientare alcune scene del film Gone Girl in uno di questi centri fantasma*.

In Italia quindi è aumentato il consumo etico, negli USA i centri commerciali chiudono. Che qualcosa stia cambiando? Se così fosse, benvenuta crisi…

Per leggere l’intero Rapporto Coop, leggi il Magazine

Per rinfrescare la memoria, sfoglia la Miniguida al consumo critico by l’EcoPunk!

*da Repubblica.it, Centro commerciale addio, negli Usa crolla il mito dei templi dello shopping

 

Report su riso e cosmetici bio: l'informazione è l'unica via

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Come ogni domenica, anche ieri è andato in onda Report affrontando dei temi che toccano da vicino l’Eco Punk, ovvero riso e cosmetici naturali. Si inizia da Vercelli, capitale del riso made in Italy, e delle differenze fra i risicoltori bio, convenzionali e quella stragrande parte di aziende agricole che fanno agricoltura bio e convenzionale che stanno danneggiando seriamente sia gli uni che gli altri per via di legislazioni poco chiare, programmate e facilmente eludibili in prossimità dei controlli.

Per quanto riguarda i cosmetici bio invece, la puntata di Report mostra come esista una marea di marchi che contengono la parola bio nel marchio ma che al loro interno contengono derivati del petrolio e altre schifezze simili, senza distinzione fra prodotti farmaceutici, da erboristeria e da supermercato, e cercando di cavalcare il trend positivo del bio nell’economia nazionale.

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La puntata ha suscitato un mare di polemiche in difesa del bio e delle aziende oneste. Certo, le aziende serie esistono così come esistono dei prodotti realmente biologici ma noi ecopunkers queste cose qui già le sapevamo, perché a noi non interessa un’etichetta o una certificazione pagata fior di soldi, noi non crediamo che una crema che costa 20 euro sia a tutti i costi superiore ad una di 10 euro. A noi interessa la faccia di chi produce e l’amore nel proprio lavoro, facendo attenzione a tutta la filiera e cercando di perseguire il più possibile la sostenibilità. L’unico mio appunto personale alla puntata di Report è che non dà gli strumenti per poter identificare un vero prodotto bio, poca attenzione alle etichette alimentari e per quanto riguarda gli Inci cosmetici, nessun riferimento al Biodizionario, nonostante mostrino gli ingredienti di un cosmetico tramite i semafori proprio del Biodizionario.

L’unico modo che abbiamo per difenderci è l’informazione e subito dopo l’acquisto consapevole. Questo è il principio che ripeto all’infinito durante i miei laboratori di eco-cosmesi. Leggete le etichette, informatevi sui prodotti che consumate e sarete liberi di scegliere, non importa se bio o naturale, l’importante è essere consapevoli. E speriamo che trasmissioni come Report durino in eterno.

Guarda qui il clip Il trucco col trucco

Per saperne di più su Inci e Biodizionario, leggi Come scoprire la verità sui cosmetici: Inci e Biodizionario

Nuovo regolamento europeo sulle etichette alimentari: cosa rimarrà del made in Italy?

etichettealimentariecopunkRieccomi qui a scrivere dopo una decina di giorni, dopo laboratori di eco-cosmesi, mercatini di Natale e autoproduzioni alimentari in casa, perché in questo periodo ci si sente più ispirati… Nonostante sia stata presa da mille cose, non ho mai smesso di informarmi e per questo oggi vi parlo della notizia più ecopunk degli ultimi dieci giorni: il nuovo regolamento sulle etichette alimentari. Dal 13 dicembre infatti l’Ue ha tolto l’obbligo di indicare sulle confezioni lo stabilimento di lavorazione degli alimenti con “l’obiettivo ufficiale” di migliorare il livello di informazione e di protezione dei consumatori. In effetti assisteremo a dei miglioramenti in quanto l’applicazione delle norme europee dovrebbe facilitare la trasparenza delle confezioni grazie alla presenza di  scritte con caratteri più grandi,  che danno maggior risalto agli ingredienti allergizzanti e  al tipo di grassi impiegati, oppure per esempio, sulle etichette dei cibi non troveremo più la scritta “sodio” ma il più comprensibile “sale”.

Qualcuno penserà, finalmente una norma che renda più accessibili la lettura delle etichette. Peccato solo che non sarà più garantita la conoscenza dello stabilimento di produzione. Un’informazione che in Italia, finora, è stato obbligatorio indicare: lo prevede la legge 109 del 1992. Con il nuovo regolamento europeo la norma nazionale decadrà. E scrivere sull’etichetta il luogo in cui è stato lavorato l’alimento diventerà facoltativo. «È un regalo alle multinazionali, che potranno così spostare le produzioni in Paesi dove la manodopera costa meno senza che il consumatore se ne accorga», sostiene Dario Dongo, avvocato esperto di diritto alimentare.

Già oggi, in realtà, parecchi prodotti provenienti da altre nazioni non riportano sulla confezione il luogo di lavorazione. Un esempio è la Nestlè che nei suoi prodotti segnala solo «Distribuito da Nestlé Italia Spa», la multinazionale svizzera con ramificazioni in tutto il mondo. In quale Paese sono stati lavorati gli alimenti rimane un segreto. Dal 13 dicembre è così anche per le produzioni italiane. Il regolamento comunitario prescrive infatti di riportare sulla confezione solo il nome del proprietario del marchio che, se per esempio, decide di produrre all’estero, per il consumatore sarà impossibile saperlo.

Cosa rimarrà del Made in Italy

madeinitalyLa questione suscita i malumori di parecchie imprese italiane. Negli Stati Uniti «il made in Italy continua ad andare fortissimo, ma adesso che non sarà più obbligatorio indicare lo stabilimento di produzione qualcuno, per esempio chi ha sede legale da noi ma fabbriche all’estero, potrebbe approfittarne per vendere come italiano ciò che in realtà viene lavorato fuori», afferma Ferdinando Sarzi, titolare dell’azienda Sterilgarda, tra i maggiori produttori di latte in Italia. Insomma, le nuove regole potrebbero agevolare i prodotti “italian sounding”, quelli che attraverso nomi o simboli stampati sulla confezione rimandano a una presunta italianità. Un fenomeno che, secondo le ultime stime del governo, vale già oggi circa 55 miliardi di euro, quasi il doppio delle esportazioni alimentari nostrane. Secondo i calcoli della Coldiretti, il 33 per cento dei prodotti agroalimentari “made in Italy” contiene materie prime straniere, perché in parecchi casi non è obbligatorio indicarne la nazione di provenienza.

Sterilgarda è solo una delle tante imprese ad aver firmato la petizione per opporsi all’entrata in vigore del regolamento europeo. L’idea è stata di Raffaele Brogna, fondatore di ioleggoletichetta.it, un sito che cerca di aiutare chi fa la spesa con informazioni sull’origine dei prodotti e da cui l’Eco Punk ha tratto informazioni per la guida al consumo critico. Brogna ha avviato una raccolta di firme che finora ha raccolto circa 20 mila adesioni tra cittadini privati e gruppi dell’agroalimentare. «Dalla nostra parte stanno le aziende che producono tutto in Italia», dice Brogna, «non certo colossi come Unilever, Nestlé o Carrefour che hanno stabilimenti in tanti Paesi e possono beneficiare del nuovo regolamento». Le imprese che hanno firmato la petizione si sono impegnate a mantenere l’indicazione dello stabilimento di produzione. Tra queste ci sono pure alcune catene di supermercati come Conad, Selex e Coop.

NESSUNO TOCCHI L’INDICAZIONE DELLO STABILIMENTO DI PRODUZIONE SULL’ETICHETTA. L’Eco Punk ha già firmato, voi cosa aspettate?

Per firmare la petizione, leggi qui

Cos’è il consumo critico? Sfoglia Miniguida al consumo critico

Per saperne di più sulle multinazionali poco etiche, leggi Informazione e boicottaggio

Info da l’Espresso.it e il Fattoalimentare.it

Stagionalità dei prodotti: Dicembre

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Eccoci arrivati all’ultimo mese dell’anno con la nostra lavagna dei prodotti stagionali. Dicembre è il mese dell’acquisto e dello spreco per antonomasia, perché dunque non impegnarsi a invertire la rotta, cercando di fare regali utili, consumando il più possibile prodotti stagionali, riducendo il consumo di carne? Non è detto che a natale bisogna assolutamente mangiare frutti esotici, quintali di carne, prosciutto crudo con il melone, perché basta semplicemente un po’ di fantasia e voglia di fare per una tavola di natale buona e sostenibile.

Le Mani sulla Città di Rosi

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L’Eco Punk torna a parlare di cinema a sfondo ambientale, proponendo un film capolavoro del ’63: Le Mani sulla Città di Francesco Rosi. Vincitore del Leone d’Oro e di altri premi (per questo film, nel 2005, a Francesco Rosi è stata conferita la laurea honoris causa in Pianificazione Territoriale Urbanistica ed Ambientale presso l’Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria), inserito fra i 100 film italiani da salvare, è un film lungimirante e a sfondo ambientalista, quando il concetto di ambientalismo era quasi sconosciuto. Un film basato su una lucidissima analisi sulla speculazione edilizia degli anni ’60 e una denuncia della corruzione dilagante a Napoli, presa a città simbolo di tutto il Paese. Un film terribilmente attuale e lungimirante se consideriamo che Rosi nel ’63, spiega la causa delle catastrofi che stanno flagellando in questi giorni il nord Italia, Genova in particolar modo.

Protagonista del film è il costruttore e consigliere comunale Edoardo Nottola (Rod Steiger), da anni al centro di speculazioni edilizie grazie alle sue entrature politiche che gli hanno permesso di mettere le mani sul piano regolatore della città. Quando un palazzo fatiscente – su cui stava lavorando la ditta di Nottola – crolla provocando la morte di due operai e il ferimento di un ragazzino, il consigliere comunale di sinistra De Vita si impone per aprire una commissione d’inchiesta. E di fronte ai suoi colleghi cerca di mettere in evidenza che oltre a una questione di regole che sono state seguite oppure no c’è un problema di opportunità che riguarda quello che oggi chiameremmo un conflitto di interesse. “Non ci sono cattivi e buoni ma una diversa visione della legalità – spiega Saviano a La Repubblica – Rosi fa pesare la parola ‘morale’ perché la riflessione politica deve essere oltre la legge, se una truffa è legale è dovere della politica discuterne”*.

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Alla fine Nottola riesce a prevalere su tutti, viene eletto assessore all’edilizia e, con la benedizione del vescovo, dà inizio a una nuova fase di speculazione edilizia. Quante volte abbiamo visto le immagini dei crolli degli edifici in Italia? Quante volte abbiamo assistito alla morte di lavoratori e gente comune? Quante volte stiamo assistendo alle catastrofi naturali (dando molto spesso la colpa alla natura)? Finisce così, in maniera secca e amara, sottolineando l’iperealismo nella didascalia finale “è autentica la realtà sociale e ambientale“, nel senso che cambiano i personaggi ma le conseguenze sono sempre le stesse, uguali per tutti.

Un giorno fa la notizia dell’uscita del film in DVD, ieri in tv su Rai Storia. Da vedere assolutamente.

* da Repubblica.it