Il 17 aprile cambia energia! Vota SI’ per fermare le trivelle


Il 17 aprile ci sarà il Referendum No Triv, primo referendum nella storia della Repubblica italiana richiesto dalle regioni anziché tramite la raccolta firme. Gli italiani vengono chiamati a scegliere se vietare o meno il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana, ma non potranno dire la loro riguardo al divieto di effettuare nuove trivellazioni oltre le 12 miglia e continueranno a essere permesse anche con la vittoria del Sì. Nel referendum, quindi, si chiede se abrogare la parte di una legge che permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme entro 12 miglia dalla costa di rinnovare la concessione fino all’esaurimento del giacimento.

 

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In tv non se ne parla, sul web girano parecchi articoli di ambientalisti, geologi, esperti in materia di energia favorevoli e contrari; in particolare l’articolo di una geologa contraria al referendum ha scatenato un oceano di polemiche, fra cui quella di alcuni esperti che ci hanno visto lo zampino di qualche “gruppo fossile” (in calce i link di alcuni articoli per farvi un’idea).

Questo post non vuole essere un dogma scritto da un’inesperta scientifica, ma è scritto per ricordare soprattutto che il referendum del 17 aprile è un atto politico che serve a dare un segnale contrario all’utilizzo delle fonti di energia fossile, come il gas e il petrolio; è una presa di coscienza dal basso riguardo l’insostenibilità dell’economia capitalistica che porta sfruttamento, inquinamento, diseguaglianze, brutture. Le alternative a questo sistema esistono e sono anche meno dispendiose in termini economici, sociali ed ambientali; per questo l’EcoPunk si schiera a favore del SI’, spingendo il governo (insieme al 50% più 1 di aventi diritti al voto) a perseguire con chiarezza e decisione l’abbandono dell’utilizzo delle fonti fossili e l’adesione ad un modello energetico pulito, rinnovabile, distribuito e democratico già affermato in Paesi più sostenibili del nostro.

Questo è il nostro parere, a voi la scelta.

LINK UTILI

Il Post: Pro e contro il referendum sulle trivellazioni

Referendum Trivelle, una geologa: “ecco perché io non andrò a votare e se proprio fossi costretta, voterei NO”

Ferma le trivelle

La vera posta in gioco del referendum anti trivelle: uscire dal “Petrolitico”

Nota Fb di Andrea Boraschi – Referendum Trivelle: le balle degli astensionisti

Il sì al referendum: tutta la verità

Neil Young protesta contro gli OGM con un album anti-Monsanto

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Neil Young, l’artista eletto ecopunk per eccellenza, ha annunciato l’uscita del nuovo album The Monsanto Years il 16 giugno 2015, registrato con  Promise of the Real, una band che vede attivi Lukas e Michah, entrambi figli di Willie Nelson. Come si può immaginare, l’album è composto da canzoni che criticano la multinazionale delle biotecnologie Monsanto, ribadendo il suo impegno politico e la sua sensibilità ai temi ecologici.

Durante un concerto a sorpresa a San Luis Obispo (California), Young ha eseguito qualcuno dei nuovi brani intitolati Monsanto Years, Too Big to Fail, Seeds e infine Rock Starbucks. Questo ultimo pezzo è molto probabilmente un riferimento all’invito del leggendario chitarrista a boicottare Starbucks, l’azienda del caffè apparentemente unita alla Monsanto in una causa per fermare Vermont dal richiedere alle aziende di etichettare gli alimenti geneticamente modificati.

In ogni caso, Monsanto Years uscirà il 16 giugno e Neil Young sarà in tour questa estate. Nel frattempo vi invito a firmare la Petizione su Avaaz per fermare l’uso del glifolato, il pesticida cancerogeno prodotto dalla Monsanto, e ci gustiamo un estratto dal secret concert di Young con i Promise Of The Real…

Nuovo regolamento europeo sulle etichette alimentari: cosa rimarrà del made in Italy?

etichettealimentariecopunkRieccomi qui a scrivere dopo una decina di giorni, dopo laboratori di eco-cosmesi, mercatini di Natale e autoproduzioni alimentari in casa, perché in questo periodo ci si sente più ispirati… Nonostante sia stata presa da mille cose, non ho mai smesso di informarmi e per questo oggi vi parlo della notizia più ecopunk degli ultimi dieci giorni: il nuovo regolamento sulle etichette alimentari. Dal 13 dicembre infatti l’Ue ha tolto l’obbligo di indicare sulle confezioni lo stabilimento di lavorazione degli alimenti con “l’obiettivo ufficiale” di migliorare il livello di informazione e di protezione dei consumatori. In effetti assisteremo a dei miglioramenti in quanto l’applicazione delle norme europee dovrebbe facilitare la trasparenza delle confezioni grazie alla presenza di  scritte con caratteri più grandi,  che danno maggior risalto agli ingredienti allergizzanti e  al tipo di grassi impiegati, oppure per esempio, sulle etichette dei cibi non troveremo più la scritta “sodio” ma il più comprensibile “sale”.

Qualcuno penserà, finalmente una norma che renda più accessibili la lettura delle etichette. Peccato solo che non sarà più garantita la conoscenza dello stabilimento di produzione. Un’informazione che in Italia, finora, è stato obbligatorio indicare: lo prevede la legge 109 del 1992. Con il nuovo regolamento europeo la norma nazionale decadrà. E scrivere sull’etichetta il luogo in cui è stato lavorato l’alimento diventerà facoltativo. «È un regalo alle multinazionali, che potranno così spostare le produzioni in Paesi dove la manodopera costa meno senza che il consumatore se ne accorga», sostiene Dario Dongo, avvocato esperto di diritto alimentare.

Già oggi, in realtà, parecchi prodotti provenienti da altre nazioni non riportano sulla confezione il luogo di lavorazione. Un esempio è la Nestlè che nei suoi prodotti segnala solo «Distribuito da Nestlé Italia Spa», la multinazionale svizzera con ramificazioni in tutto il mondo. In quale Paese sono stati lavorati gli alimenti rimane un segreto. Dal 13 dicembre è così anche per le produzioni italiane. Il regolamento comunitario prescrive infatti di riportare sulla confezione solo il nome del proprietario del marchio che, se per esempio, decide di produrre all’estero, per il consumatore sarà impossibile saperlo.

Cosa rimarrà del Made in Italy

madeinitalyLa questione suscita i malumori di parecchie imprese italiane. Negli Stati Uniti «il made in Italy continua ad andare fortissimo, ma adesso che non sarà più obbligatorio indicare lo stabilimento di produzione qualcuno, per esempio chi ha sede legale da noi ma fabbriche all’estero, potrebbe approfittarne per vendere come italiano ciò che in realtà viene lavorato fuori», afferma Ferdinando Sarzi, titolare dell’azienda Sterilgarda, tra i maggiori produttori di latte in Italia. Insomma, le nuove regole potrebbero agevolare i prodotti “italian sounding”, quelli che attraverso nomi o simboli stampati sulla confezione rimandano a una presunta italianità. Un fenomeno che, secondo le ultime stime del governo, vale già oggi circa 55 miliardi di euro, quasi il doppio delle esportazioni alimentari nostrane. Secondo i calcoli della Coldiretti, il 33 per cento dei prodotti agroalimentari “made in Italy” contiene materie prime straniere, perché in parecchi casi non è obbligatorio indicarne la nazione di provenienza.

Sterilgarda è solo una delle tante imprese ad aver firmato la petizione per opporsi all’entrata in vigore del regolamento europeo. L’idea è stata di Raffaele Brogna, fondatore di ioleggoletichetta.it, un sito che cerca di aiutare chi fa la spesa con informazioni sull’origine dei prodotti e da cui l’Eco Punk ha tratto informazioni per la guida al consumo critico. Brogna ha avviato una raccolta di firme che finora ha raccolto circa 20 mila adesioni tra cittadini privati e gruppi dell’agroalimentare. «Dalla nostra parte stanno le aziende che producono tutto in Italia», dice Brogna, «non certo colossi come Unilever, Nestlé o Carrefour che hanno stabilimenti in tanti Paesi e possono beneficiare del nuovo regolamento». Le imprese che hanno firmato la petizione si sono impegnate a mantenere l’indicazione dello stabilimento di produzione. Tra queste ci sono pure alcune catene di supermercati come Conad, Selex e Coop.

NESSUNO TOCCHI L’INDICAZIONE DELLO STABILIMENTO DI PRODUZIONE SULL’ETICHETTA. L’Eco Punk ha già firmato, voi cosa aspettate?

Per firmare la petizione, leggi qui

Cos’è il consumo critico? Sfoglia Miniguida al consumo critico

Per saperne di più sulle multinazionali poco etiche, leggi Informazione e boicottaggio

Info da l’Espresso.it e il Fattoalimentare.it

Come il consumismo crea deforestazione: il documentario Green

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“Si dice che il minimo battito d’ali sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo”

Il cosiddetto “effetto farfalla” riassume bene il messaggio di Green, il documentario girato dal regista Patrick Rouxell nel 2010 che ha vinto oltre venti premi in tutto il mondo e ci mostra in maniera realistica cosa succede dall’altra parte del mondo mentre noi acquistiamo tranquilli e inconsapevoli cosmetici e dolci al supermercato o mobili a basso costo. Il regista affronta una tematica fin troppo taciuta facendo parlare le immagini spezzate dai lamenti degli oranghi che abitano le foreste pluviali; la trama infatti si snoda attorno alle ultime ore di vita di una femmina di orango, privata del suo habitat a causa della deforestazione selvaggia. Rouxell dichiara che  il film “è frutto di una produzione indipendente e privo di connotazioni commerciali o politiche. Green riguarda , dura 48 minuti ed è disponibile gratuitamente. Il film non ha narrazione ed è quindi disponibile per spettatori di qualsiasi nazionalità”. 

Le industrie implicate sono quelle che usano legno, carta, olio di palma e il biodiesel (che di bio non ha nulla) nelle loro produzioni, aiutate in questo dalle istituzioni della finanza mondiale, le banche, la politica, ma soprattutto i consumatori di tutto il mondo e in questo siamo tutti colpevoli.

Cosa possiamo fare per invertire la rotta? Prima di tutto dovremmo pensare che noi umani insieme a tutti gli esseri viventi siamo ospiti sulla Terra, che nulla ci appartiene e che non dobbiamo mai smettere di informarci su quello che accade intorno a noi e “lontano da noi”, acquistando in maniera consapevole. Per questo prima di lasciarvi alla visione del film, riporto il piccolo decalogo dei prodotti di uso comune che contribuiscono alla deforestazione (tratto da Green Me):

1) Dolci e prodotti da forno confezionati

Il problema fondamentale della maggior parte dei dolci, degli snack salati e dei prodotti da forno confezionati in vendita nei supermercati sta nel loro contenuto, ovvero l’olio di palma, ingrediente che rappresenta forse il peggior nemico delle foreste. Se siamo soliti acquistare questo tipo di prodotti, andiamo con pazienza alla ricerca delle alternative che non contengono olio di palma. Oppure optiamo per l’autoproduzione.

2) Cacao e cioccolato

Nel caso del cacao, del cioccolato e di tutti i prodotti a base di questi ingredienti la soluzione a minor impatto sull’ambiente e sulle foreste consiste nella scelta di quegli alimenti che provengano dai circuiti del commercio equo e solidale, e dunque risultino garantiti dal punto di vista ecologico, oltre che etico e sociale. E se cerchiamo un’alternativa, possiamo optare per la farina di carrube.

3) Carta, legno e cellulosa

Purtroppo non sempre la filiera del legno, della carta e della cellulosa risulta virtuosa. Eppure basterebbe impegnarsi di più per rendere la gestione delle foreste più sostenibile, visto che il legno rappresenta una risorsa rinnovabile e che il nostro Pianeta ha bisogno della presenza di alberi per l’assorbimento della Co2. In questo caso la scelta dovrebbe rivolgersi ai prodotti certificati. Tra le certificazioni più importanti troviamo FSC e PEFC.

4) Soia

La coltivazione non sostenibile della soia riguarda principalmente la produzione di mangimi per animali, che richiedono di produrre questo alimento su larga scala in nome della crescita del fatturato degli allevamenti intensivi. Ma anche noi, con le nostre scelte quotidiane, possiamo fare la differenza. Scegliamo sempre soia biologica e italiana. In questo modo non contribuiremo alla deforestazione e eviteremo anche gli Ogm.

5) Carne

Ormai anche la scienza ha riconosciuto l’elevato impatto ambientale della produzione e del consumo di carne. Se non riusciamo proprio ad eliminarla dalla dieta, cerchiamo almeno di ridurne il consumo al minimo. E’ sufficiente pensare a quante foreste vengano abbattute per fare spazio a campi da coltivare esclusivamente per la produzione di mangimi da destinare agli animali da allevamento. Non esiste forse nulla di meno sostenibile al mondo.

6) Caffè

Il discorso del caffè è molto simile a quello del cacao e del cioccolato. Possiamo scegliere caffè biologico e del commercio equo e solidale per avere a disposizione un prodotto rispettoso dell’ambiente e che non contribuisca alla deforestazione. Inoltre, pare che le piante di caffè coltivate all’ombra garantiscano maggiori benefici per l’ambiente, proprio perché almeno in parte preservano la presenza di alberi.

7) Sigarette

Piantagioni di cacao e caffè, ma non dimentichiamo quelle di tabacco. Sappiamo che smettere di fumare è difficile ma conosciamo anche l’alto impatto ambientale delle piantagioni di tabacco. Cosa possiamo fare noi per migliorare la situazione? Se non riusciamo a dire addio alle sigarette, magari possiamo scegliere tabacco coltivato in Italia.

8) Zucchero

Nel caso dello zucchero le opzioni sono differenti. Possiamo decidere di non acquistare zucchero raffinato e di privilegiare lo zucchero di canna integrale del commercio equo, oppure optare per altri dolcificanti naturali sempre derivanti da filiere etiche, sostenibili e rispettose dell’ambiente. A volte per arricchire i nostri dolci basta aggiungere più frutta, come mele mature e uvetta, senza dover esagerare con l’aggiunta di zucchero.

9) Magliette e abbigliamento in cotone

La coltivazione del cotone è tra le meno sostenibili del mondo per quanto riguarda il settore tessile. La domanda di cotone biologico sta crescendo ma il cambiamento delle tecniche di coltivazione richiederà probabilmente ancora molti anni e operazioni mirate di formazione degli agricoltori. Nel frattempo, quando possiamo, scegliamo il cotone biologico, rammendiamo e riutilizziamo gli abiti che possediamo già e optiamo per tessuti alternativi e sostenibili, come la canapa organica, se ne abbiamo la possibilità.

10) Cosmetici e detersivi

Ecco un ultimo punto, che comunque rimane tra i più importanti, in cui possiamo orientare le nostre scelte di acquisto per non supportare la coltivazione insostenibile di olio di palma e la deforestazione. Scegliamo cosmetici, saponi e detersivi che non contengano olio di palma, un ingrediente largamente utilizzato dall’industria della detergenza. Proviamo a limitare il più possibile i cosmetici e i detersivi convenzionali, optiamo per le alternative bio e ecologiche leggendo sempre le etichette. L’olio di palma è presente in molte saponette, anche di marchi “green”, ma con pazienza possiamo individuare le alternative già in commercio. E, come sempre, dedicarci all’autoproduzione di detersivi e cosmetici.

Boicottare e acquistare in maniera critica è l’unica via per porre fine alla crudeltà svelata nel documentario.

Per approfondimenti, leggi anche:

Miniguida al consumo critico sfogliabile

Tutti vegetariani? Basterebbe consumare meno carne

L’ ecologismo di Neil Young: dalle magliette in cotone organico al Farm Aid

Gaza: Garnier fa un passo indietro dopo le campagne di boicottaggio di BDS

bdsRicordate l’episodio della scorsa settimana in cui Garnier aveva inviato cosmetici in Israele? E ricordate la risposta ecopunk del Gel Doposole autoprodotto? Ritorno dalle vacanze con una notizia positiva. Garnier, l’azienda di cosmetici a cui fa capo il colosso L’Oréal, si è scusata e si è detta profondamente rammaricata per il pacco omaggio con shampoo, balsamo e make-up, inviato alle soldatesse israeliane. Scuse non arrivate a caso, ma in seguito alla minaccia di una pesante campagna di boicottaggio da parte del BDS (Boycott, Divestment and Sanction), l’organizzazione che dal 2005 promuove campagne di boicottaggio nel mondo di prodotti israeliani per costringere lo stato ebraico ad adeguarsi alle risoluzioni delle organizzazioni internazionali sulla questione palestinese.

Una campagna che, attraverso la rete, è stata talmente efficace da mettere in allerta le autorità israeliane. Secondo il ministro delle finanze Yair Lapid il successo della campagna rischia di causare un danno incalcolabile all’economia del paese. Solo lo scorso anno, le società che producono nelle colonie israeliane hanno subito perdite per 14milioni di dollari mentre le esportazioni sono scese del 14% in seguito ai molti contratti non rinnovati con aziende israeliane, soprattutto da catene commerciali europee*.

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La rete del Bds è diventata sempre più fitta, tanto da costringere le multinazionali a stare lontani da Israele per timore di perdere clienti e profitto che, a sua volta, ha peggiorato la situazione approvando lo scorso anno una legge che rende reato le campagne interne di boicottaggio. L’immagine del paese è sempre più simile a quella del sud Africa dell’apartheid: anche nell’arte, sono centinaia gli artisti e i musicisti che non si esibiscono in Israele o che si scagliano apertamente contro la sua politica, tra loro Roger Waters, Pearl Jam, Coldplay, U2 e Bruce Springsteen. Segnali di come anche la musica può essere uno strumento per fare opposizione.

A chi mi chiede se il boicottaggio può cambiare realmente le cose, questo articolo è la risposta a tutti i dubbi, alla noia, all’immobilismo. Boicottate, autoproducete e consumate in maniera critica e forse avremo un mondo più equo e pulito.

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APPROFONDIMENTI

Per un ripasso sui prodotti da boicottare, leggi Ripudia una guerra ingiusta, boicotta Israele

Per saperne di più su Roger Waters e Israele, leggi qui

Per conoscere meglio la rete del BDS, clicca su www.bdsItalia.org

 

*Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano

Garnier sostiene la guerra? Noi autoproduciamo il gel doposole… nonviolento

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Oggi è bufera sul web per quanto riguarda il mondo della cosmesi: Garnier, prodotta dalla L’Oreal, ha distribuito deodoranti, saponi, shampoo al reparto femminile dell’esercito israeliano per “viziare se stesse anche in guerra”. Ora, io mi pongo delle domande sull’eticità delle aziende e questo blog ne è lo strumento, ma le aziende o multinazionali sono fatte dalle persone e allora mi domando anche come sia possibile che certa gente senza scrupoli, finanzi una guerra (ingiusta) o cerchi di farsi pubblicità tramite essa?

Gli accordi fra aziende e industria militare non sono cosa nuova, il secondo conflitto mondiale ha decretato l’arricchimento di case farmaceutiche, automobilistiche e altre aziende per il successivo cinquantennio. Oltre a sovvenzionare e appoggiare le guerre, le multinazionali ci fanno spalmare, ingerire, respirare veleni, sostanze cancerogene causando non pochi problemi di salute e l’unica, ma davvero unica, arma pacifica che abbiamo in nostro possesso è il boicottaggio. Ve ne ho già parlato in altri post, ho creato anche una guida e lo ripeterò ancora, boicottare significa scegliere di non acquistare determinati prodotti per evitare di arricchire aziende non etiche. E dopo il boicottaggio? Ci sono le etichette e si può scegliere il prodotto più sano oppure per chi ha voglia di pasticciare, c’è sempre l’autoproduzione.

Dopo questa premessa ahimè attuale e sconcertante, passiamo immediatamente all’opera con un’autoproduzione in risposta alla violenza, alla guerra, all’accumulo di capitali a scapito di esseri umani, animali e ambiente. Vi presento il mio gel doposole nonviolento alla malva e aloe vera, un must per l’estate, per lenire le scottature e le irritazioni provocate dal sole. Il suo profumo di menta è particolarmente gradito in questa stagione, accompagnato dalla malva, pianta emolliente e lenitiva per eccellenza.

Ricetta

30 gr di malva fresca in foglie
50 gr di acqua distillata
0,5 gr di gomma di guar bio (gelificante)
30 gr di gel d’aloe vera
10 gr di oleolito di carota
10 gr di olio di riso
10 gocce di o.e. di menta piperita
10 gocce di estratto di semi di pompelmo (conservante)

-Fare un decotto di malva nell’acqua distillata. Filtrate (anche con un scottex) e mettere in una ciotola il decotto pulito;
-Versare a pioggia la gomma di guar sul decotto e frullare con il minipimer per qualche minuto, ottenendo così il gel e fate riposare in modo che le bolle d’aria spariscano;
-Aggiungete il gel d’aloe puro e mescolate con un cucchiaino di legno fino a quando i due gel si amalgameranno completamente;
-Aggiungete i due oli a filo, l’olio essenziale di menta e mescolate ancora;
-Per ultimo (e sempre per ultimo) aggiungete le gocce di conservante sempre avendo l’accortezza che tutto il composto sia amalgamato per bene.

Viene fuori un gel color miele, abbastanza chiaro. Personalmente ho voluto colorarlo per dare un effetto più carino, aggiungendo prima dell’olio essenziale, qualche goccia di colorante alimentare oleoso blu e rosso, ottenendo quasi un fucsia, il colore della malva.

Per utilizzarlo sui bambini,  si può sostituire la calendula alla malva e diminuire in proporzione la quantità di gel d’aloe (per i più piccoli metterei al massimo 10 grammi di aloe vera).

Per maggiori info su Garnier e altre multinazionali cosmetiche ho trovato EWG, un interessante sito in inglese che approfondisce tutte le sostanze contenute nei cosmetici convenzionali, invitando anche a firmare una petizione per chiedere una regolamentazione in cosmesi.

Per maggiori info su Garnier e Israele, leggi la news su Il Fatto Quotidiano.

Pace e autoproduzione a tutti.

Ripudia una guerra ingiusta, boicotta Israele!

boicottaisraele   In questi giorni sono sotto gli occhi di tutti le immagini di ciò che sta accadendo nella striscia di Gaza. Peccato però che molti media ignorino completamente il genocidio in atto messo a punto da Israele a danno di tantissimi civili palestinesi completamente disarmati di fronte al delirio di superpotenza di Israele.

Non terrò una lezione di storia sul conflitto arabo-israeliano, ma il dato certo è che la politica israeliana non è mai stata trasparente dal secondo dopoguerra in poi, occultata e aiutata da tutte le grandi potenze, USA in primis. Vedetelo un po’ come uno stato che dietro le quinte, muove i fili per fare in modo che tutto mantenga intatto il proprio tornaconto. I soldi e la potenza di Israele sono macchiati di sangue, di sfruttamento, di complotti, di morte. Può sembrarvi esagerata come tesi, ma un mio studio approfondito della storia contemporanea dimostra tutto quello che ho scritto finora (la mia tesi di laurea in storia della bomba atomica mi ha illuminata su vari episodi in cui Israele non si è mai tirata indietro di fronte alla corsa agli armamenti, anzi segretamente sovvenzionava anche altri stati a scapito di alcuni scienziati “stranamente” spariti e di civili morti per fare esperimenti di perfezionamento di armi nucleari).

Ho detto che non ci sarà una lezione di storia e per questo mi fermo qui, il mio intento è dare il mio piccolo contributo per far vedere le cose diversamente da come le mostrano i media nazionali e dare degli strumenti per far sentire la propria voce in maniera concreta. Cosa può fare un semplice cittadino davanti all’orrore taciuto nella striscia di Gaza? Ve ne ho già parlato mesi fa e torna utile oggi. Vi ricordate il primo punto della mia miniguida al consumo critico? L’informazione e il boicottaggio, l’unica arma pacifica che abbiamo in nostro potere per dirottare la politica e le multinazionali che la finanziano, verso scelte più etiche e sostenibili, perché se compro un cosmetico o un’arancia, devo sapere se il mio acquisto è macchiato di sangue!

Per tutti coloro che vogliono boicottare i prodotti israeliani come arma di pressione per ottenere la cessazione del blocco di Gaza e la fine dell’occupazione dei territori palestinesi segnalo i principali prodotti israeliani in commercio, nonché i prodotti delle imprese che sostengono lo Stato di Israele. Cominciamo col dire che quasi tutti i codici a barre dei prodotti israeliani iniziano con il 729 (come vedete nella foto in alto) e i prodotti in questione sono: Carmel (frutta e verdura) – Jaffa (frutta e verdura) -Kedem (avocadi) – Coral (ciliege) – Top (frutta e verdura) -Beigel (biscotti aperitivi) – Hasat (agrumi) – Sabra (pasti completi) – Osem (minestre, snacks, biscotti, pasti completi preparati) – Dagir (conserve di pesci) – Holyland(miele, erbe) – Amba (conserve) – Green Valley (vino) – Tivall (prodotti vegetariani) – Agrofresh (cetrioli) -Jordan Valley (datteri) – Dana (pomodori ciliege) – Epilady (apparecchi di depilazione) – Ahava (cosmetici del mare morto).

I prodotti delle imprese che sostengono lo Stato di Israele (USA o europee):

COCA-COLA – Marche del gruppo: Aquarius, Cherry Coke, Fanta, Nestea, Sprite, Minute Maid, Tropical.Quest’impresa sostiene lo Stato di Israele dal 1966.

DANONE – Marche del gruppo: Arvie, Badoit, Belin, Blédina, Phosphatine, Chipster, Evian, Galbani, Gervais, Heudebert, Lu, Taillefine, Volvic. Danone ha appena investito nel Golan, territorio siriano occupato dal 1967 da Israele.

NESTLÉ – Marche del gruppo: Aquarel, Cheerios, Crunch, Frigor, Friskies, Galak, Golden Grahams, Kit Kat, Maggi, Mousline, Nescafé, Ricoré, Quality Street, Vittel, Perrier, Buitoni. La società svizzera possiede il 50,1% dei capitali della catena alimentare Osem israeliana. La ditta è accusata dagli anni 50 di distruggere l’economia e la salute dei popoli del terzo mondo, in particolare con l’imposizione dei suoi latti in polvere per bambini in Africa, in Asia ed in America latina.

INTEL – questa grande impresa produce la maggior parte dei chip PENTIUM 4 utilizzati dagli elaboratori PC nella sua fabbrica di Kyriat Gat, installato nel sito di Iraq Al-Manshiya, un villaggio palestinese raso al suolo dopo il suo sgombro nel 1949 da parte dei soldati egiziani. 2.000 abitanti furono cacciati della loro terra, nonostante un impegno scritto dei sionisti, sorvegliato dalle Nazioni Unite, di non toccare la popolazione. Una campagna dei loro eredi agli USA nel 2003 ha indotto INTEL a sospendere un progetto d’investimento di 2 miliardi di dollari per un’ampliamento della fabbrica Fab 18 di Kyriat Gat.

L’Oréal – Marche del gruppo: Biotherm Cacharel Giorgio Armani Parfums, Lancôme, Vichy, Roche-Posay, Garnier, Helena Rubinstein, Gemey-Maybelline, Jean-Louis David Shampooings, Le Club des créateurs de beauté (vendita di prodotti cosmetici per corrispondenza), Redken 5th Avenue, Ralph Lauren profumi, Ushuaïa. L’Oréal ha anche investito milioni creando un’unità di produzione a Migdal Haemeck, a tal punto che il congresso ebreo americano ha espresso la sua soddisfazione nel vedere L’Oréal “diventare un amico caloroso dello Stato di Israele”.

ESTÉE LAUDER – Marche del gruppo: Aramis, Clinique, La Mer, DKNY, Tommy Hilfiger Oltre ai suoi investimenti, il direttore è il presidente di una delle organizzazioni sioniste più potenti negli US, il Fondo Nazionale Ebreo.

DELTA GALIL – quest’impresa israeliana è specializzata nel subappalto di prodotti tessili in particolare in quello degli indumenti intimi. Numerosi indumenti intimi di marchi stranieri provengono così direttamente dalle fabbriche di delta Galil. È il caso di Marks & Spencers, Carrefour (Tex), Auchan, Gap, Hugo Boss, Playtex, Calvin Klein, Victoria’s Secret, DKNY, Ralph Lauren.

LEVI STRAUSS JEANS CELIO (depositi specializzati negli abiti per uomini) Quest’imprese finanziano le nuove colonie in Palestina ma anche le scuole degli estremisti religiosi nel mondo.

TIMBERLAND (abiti, scarpe, calzini) – come il suo omologo Ronald Lauder, il Presidente di Timberland Jeffrey Swartz è un membro attivo della lobby sioniste US. Ha incoraggiato la Comunità ebrea US a trasferirsi in Israele ma anche inviato soldati israeliani per dirigere la propaganda pro-israeliana negli USA.

DISNEYLAND – l’impresa Disney non ha nulla di idilliaco e contribuisce, con il suo sostegno ad Israele, a seminare la morte in Palestina. Approva così tacitamente l’occupazione illegale di Gerusalemme-Est facendo di Gerusalemme in occasione di un’esposizione al centro Epcot in Florida la capitale di Israele, ciò in violazione delle risoluzioni internazionali dell’ONU.

NOKIA – il gigante finlandese della telefonia commercia attivamente con lo Stato di Israele. In un’intervista al Gerusalemme Post, il direttore del gruppo dichiarava: che Israele faceva parte delle priorità dell’impresa. Un centro di ricerca Nokia è così nato in Israele.

MC DONALD’S – impresa emblematica dell’imperialismo culturale US, la celebra catena di ristoranti fast food porta un sostegno non trascurabile allo Stato israeliano. McDonald’s dispone di 80 ristoranti in Israele e vi impiega quasi 3000 dipendenti. Proibisce al suo personale di parlare arabo. Agli USA, l’impresa appare fra i partner dell’organizzazione sionista “Jewish Community„ con sede a Chicago. Quest’organizzazione lavora infatti per il mantenimento dell’aiuto militare, economico e diplomatico fornito dagli USA ad Israele.

CATERPILLAR (attrezzature per costruzioni ma anche, abiti, scarpe) – un’ampia campagna deve essere condotta per denunciare la partecipazione criminale di Caterpillar alle distruzioni delle case in Palestina con i suoi bulldozer giganti. È con un Caterpillar che la pacifista americana ebrea Rachel Corrie è stata uccisa da un soldato israeliano nel 2003.

La catena alberghiera ACCORHOTEL (Etap, Ibis, Mercure, Novotel, Sofitel) – questa catena ha molti hotel in Israele, e recentemente, essa ha aperto una succursale nei territori siriani occupati, il Golan. Le catene alimentari presenti nelle colonie israeliane: Domino Pizza, Pizza Hut, Häagen Daaz, Burger King.

Altri prodotti: Sigarette Morris (tra cui Marlboro), prodotti Kimberly-Clarck (Kleenex, Kotex, Huggies),SanDisk (informatica), Toys RUS (giocattoli).

L’Eco Punk è contro qualsiasi guerra e sceglie di agire in questo modo, poi ad ognuno la propria scelta etica.

Per sfogliare la miniguida al consumo critico, clicca in basso

Lista dei prodotti dal sito: Osservatorio nazionale dei diritti

Stevia, dolcificante naturale e pianta ecopunk

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Ecco la nuova arrivata nel mio orto sul balcone. Vi presento la stevia, un dolcificante naturale, 10/15 volte più dolce del comune zucchero bianco e può considerarsi a tutti gli effetti una pianta ecopunk. Perchè?

Un po’ di storia

Questa questa pianta ha origini lontane, è conosciuta da molti popoli, oltre che per il suo potere dolcificante, anche per le sue proprietà medicinali ed è stata usata dagli indiani per le sue doti curative per centinaia di anni, come cura contro il diabete.

Cioè, la natura ci ha dato una cura contro il diabete? Sembra fin troppo facile… L’uso della Stevia nei prodotti alimentari è stato in passato limitato in Europa e negli USA, infatti nel 2000 la Commissione Europea , seguendo le opinioni del Comitato Scientifico per gli Alimenti – SCF, ha deciso che la Stevia Rebaudiana (pianta ed estratti secchi) non può essere inserita nel mercato comunitario come alimento o come semplice ingrediente, dato che alcuni suoi componenti alle dosi testate, come lo steviolo e lo stevisoide, erano considerati genotissici.

In seguito a ciò la Food And Drug Administration (FDA) ne ammise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. L’Unione Europea il 14 aprile 2010 ha approvato l’uso della Stevia come Food Additive, così come è accettato in Svizzera e storicamente in tutti Paesi latino-americani.

Oggi è approvato ufficialmente l’uso in 10 paesi, inclusi Giappone, Paraguay e Brasile. Negli USA può essere venduta come supplemento dietetico ma non come dolcificante o additivo per cibi. E’ comunque generalmente usata nei soft drinks, nei chewing-gum, come tavolette dolcificanti, negli sciroppi e nei prodotti farmaceutici.

Ma perché all’improvviso questa pianta, curativa da secoli, appare tossica?

La cospirazione

Dopo la decisione della FDA (del quale noi tutti ecopunkers ci fidiamo molto… ricordo la vicenda degli ormoni nel latte e nella carne, del mais ogm della Monsanto) e dell’Unione Europea, in molti paesi sono sorte controversie e contestazioni, facendo affermare l’esistenza di una cospirazione commerciale, interessata a contrastarne l’uso e a favorire invece i dolcificanti artificiali come in primis l’aspartame, dichiarato collegato (dalla stessa FDA) all’insorgenza di tumori al cervello, ad una comprovata neurotossicità, oltre ad essere la causa di “92 sintomi” allarmanti, come cecità, problemi neurologici (parkinson, alzhaimer) e vascolari, paralisi.

A questo punto c’è da chiedersi, chi ha interesse a boicottare la stevia? Le ipotesi ci sono e non sembra che rimangano tali. Ad esempio si pensi al fatto che la pianta non è brevettabile e quindi non sfruttabile, oppure si pensi alla perdita in termini economici delle potentissime industrie e coltivazioni collegate (coltivazioni di barbabietole e di canna da zucchero, raffinerie, trasporti, ecc.) se si diffondesse l’uso domestico della stevia al posto dello zucchero raffinato o ancora possiamo pensare alle lobby chimiche-farmaceutiche e alla fine dei loro preziosissimi (e quasi tutti dannosi) dolcificanti di sintesi.

A luglio 2012 è stata autorizzata la produzione e la vendita di stevia nell’Unione Europea come dolcificante alimentare. La Direzione generale Salute e tutela dei consumatori della Commissione Europea ha approvato il regolamento degli estratti di Stevia (glicosidi steviolici) da usare come dolcificante a livello europeo. La Coca Cola in Giappone la usa come dolcificante per la Coca Cola Light (Diet Coke). Viene coltivata estesamente e consumata in Thailandia, Israele e Cina, ed in genere in tutta l’America meridionale, dove è usata da secoli come dolcificante ma soprattutto come pianta medicinale. In Brasile è utilizzata come rimedio della medicina popolare per il diabete.

Il 10 aprile del 2003 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede di rivedere le norme di utilizzo di edulcoranti quali l’aspartame e la stevia. Nello stesso provvedimento si limita pesantemente la quantità massima di edulcoranti nelle bibite gassate.

Utilizzo: veniamo al dunque

Dopo tutta questa serie di fatti storici, ognuno tragga le sue conclusioni. Io un’idea me la son fatta, tanto da acquistarla presso un vivaio della mia zona e sono fiera di averla sul mio balcone, perché è fantastico avere a disposizione a costo zero, un dolcificante naturale privo di calorie, che non altera la glicemia e che fa guerra alle multinazionali.

Le foglie di stevia si possono utilizzare sia fresche (basta una foglia in una tazza da caffè), che polverizzate, dopo averle precedentemente fatte essiccare, in modo da avere lo zucchero di stevia. Per dolcificare una tazza di tisana o di tè ne basterà la punta di un cucchiaino. Per un impasto da 400 grammi di farina, occorreranno solo 4 grammi di stevia essiccata, polverizzata o sbriciolata. Le foglie di stevia possono essere utilizzate anche per la preparazione di altri dolci, come le torte. Bisognerà regolarsi con la quantità in base al gusto personale, ricordando che la stevia ha un potere dolcificante anche di 100 volte superiore allo zucchero.

Il mio primo utilizzo è stato una foglia fresca di stevia in una tisana snellente con tè verde e betulla. Per il momento ho messo a seccare le foglie e proverò ad utilizzarle per preparare dei dolci sani e superlight.

E voi? Qualche idea?

Info da Disinformazione.it

Gel personalizzati al mentolo e alla lavanda

gel

La bellezza dell’autoproduzione non sta solo nel mescolare le materie prime, ma soprattutto saper rispondere a piccoli problemi di vita quotidiana, personalizzando il prodotto finale e adattarlo alle più svariate esigenze. Non posso nascondere l’appagamento quando qualcuno mi chiede “avrei un problema ai piedi, puoi fare qualcosa?” oppure “voglio una lozione dopobarba alla lavanda che si assorba in fretta” e soprattutto aggiungeteci anche che le richieste arrivano da due uomini, mi sento proprio una streghetta!!!

Nella mia piccola esperienza di autoproduzione cosmetica, ho notato che le donne sono molto più diffidenti, magari ancora legate a marche come Collistar o Lancome o semplicemente faticano a dar fiducia ad un prodotto fatto a mano rispetto ad una Nivea del supermercato. “Ma se a me non succede niente con l’uso della Nivea, perché dovrei cambiare?” Questa è la domanda classica che mi viene fatta e la risposta sarà sempre la stessa: perché continuare ad inquinare il tuo corpo e l’ambiente, con conseguenze che nessuno riesce a quantificare nel lungo periodo?
A voi la scelta, per quanto mi riguarda, l’Eco Punk e chiunque sceglie prodotti naturali ed artigianali, sceglie l’amore per la manualità, per la natura, dà fiducia a chi autoproduce per sè e per chiunque voglia provare la bellezza di un cosmetico fatto in casa, non dimenticando poi che boicotta un certo tipo di produzioni, con materie discutibili, prodotte da multinazionali che sfruttano l’ambiente e le persone, maltrattano gli animali. Siamo nell’era globale, ciò che succede dall’altro mondo, inevitabilmente avrà conseguenze anche nella nostra parte di mondo. Come si dice “un battito d’ali di farfalla in Brasile può causare un uragano in Giappone”.

Tornando alle mie soddisfazioni da autoproduttrice, ho creato i due gel che vedete in foto in base alle esigenze richieste. Il primo è un gel per i piedi accaldati e affaticati con bicarbonato, salvia, rosmarino, timo, cristalli di mentolo puro e olio essenziale di menta piperita. Il secondo è una tranquillissima lozione dopobarba fatta interamente con lavanda in decotto, in olio e olio essenziale.
Freschi, a rapido assorbimento, concentratissimi ed un profumo che non sentirete mai in un prodotto industriale! Basta un po’ di prodotto sulla punta del dito e si spalma perfettamente sulle parti interessate.

Sì, sono proprio soddisfatta! Andiamo avanti.

Miniguida al consumo critico (I parte): l'informazione e il boicottaggio

consumo criticoEssere un consumatore critico è una scelta consapevole che richiede pazienza e buona volontà, ma col tempo assicura un buon grado di soddifazione durante l’acquisto e il consumo di un determinato prodotto o servizio. Nel post precedente ho mostrato come stanno cambiando gli acquisti degli italiani, scegliendo soluzioni sempre più sostenibili, ma da dove iniziare? Come vedete in alto, ho creato un grafico che riassume in cinque punti fondamentali, i passi da fare per diventare un consumatore critico e responsabile per sè e per l’ambiente. Andiamo per punti.

1. INFORMAZIONE E BOICOTTAGGIO

L’informazione è tutto, è il primo passo per diventare un consumatore critico e ci aggiungerei anche un “buon cittadino”. Prima di acquistare qualsiasi cosa, dobbiamo essere curiosi e porci delle domande sul tipo di produzione, sul trattamento riservato ai lavoratori, sull’impatto ambientale dell’azienda, sul tipo di profitto ricavato, sullo sfruttamento di risorse e persone.

Siamo bombardati da milioni di prodotti ogni giorno e molto spesso si ha l’illusione di poter scegliere. Ma cosa avranno in comune la L’Oreal con la Nestlè? O credete che la pasta Barilla sia davvero made in Italy? Magari un brand è conosciuto per le sue irresistibili barrette al cioccolato e per i suoi cereali, eppure nasconde una dura verità dietro l’angolo. Magari sempre quel brand, tra i suoi business, vende armi o sfrutta i bambini in un paese svantaggiato o distrugge l’ambiente. Ignoriamo un’infinità di relazioni tra aziende e per questo la miglior arma è informarsi.

graphic-300dpi-illustrator-english[1]Esistono le 10 sorelle che controllano la quasi totalità del cibo e di tutti i prodotti da banco del supermarket. Nel 2013 un essere umano su otto continua a morire di fame, mentre le 10 sorelle accumulano miliardi e non solo. Esistono multinazionali che addirittura finanziano armi e regimi dittatoriali, inquinano la nostra terra, impoveriscono intere comunità di persone, le più famose e potenti sono Nestlé – Mitsubishi – Nike – Shell – McDonald’s – Walt Disney – Barilla – Kraft – Total –  Henkel – Philip Morris – Unilever – Agnelli – Procter&G – L’Oreal – Parmalat – Novartis – Montedison.
Sembra strano ma non vi sto annunciando nulla di esagerato, anzi rendetevi conto voi della realtà, guardando questa lista di Disinformazione.it, dove sono elencate tutte le cattive azioni delle corporations citate, tutto in nome del profitto e del potere.

Incredibile, siamo circondati da prodotti di aziende eticamente scorrette. Cosa può fare un comune consumatore davanti a codeste corporations così ricche e potenti? Una soluzione c’è ed è l’unica pacifica possibile, il boicottaggio etico-strategico. Consiste in una forma di ribellione e rifiuto di quei prodotti eticamente scorretti, ma in maniera strategica, cioè facendo in modo che il boicottaggio porti dei danni economici alle aziende accusate di comportamenti scorretti. Di solito si porta avanti l’azione affinché l’azienda subisca un calo delle vendite dal 2 al 5% circa, percentuale ritenuta sufficiente a condizionare i comportamenti dell’impresa*. Si tratta di evitare di comperare e, quindi, sostenere prodotti derivanti dallo sfruttamento umano e del pianeta, prodotti fabbricati da persone, spesso bambini, in condizioni di lavoro disumane.

boycott_divestment_sanctions_560[1]

Questa quindi è l’unica maniera che ogni persona/consumatore possiede per modificare il sistema economico, scegliendo di non sovvenzionare marche e prodotti derivanti da una mera logica di mercato e sostenere i prodotti di aziende eticamente corrette diventando così consum-attori, persone attive che sono capaci di scegliere e, tramite questa scelta di acquisto, esprimono il loro modo di essere. E’ necessaria la partecipazione di tante persone e il successo di un boicottaggio dipende dalla sua capacità di diffondere il messaggio e, grazie a internet con i siti web, i blog, i forum, le mailing list, la capacità di comunicazione dei movimenti di boicottaggio è aumentata.

Il simbolo delle accuse globali alle multinazionali, e vittima di uno dei più grandi boicottaggi, è senza dubbio la catena McDonald’s che è l’antonomasia della multinazionale globalizzata: 30 mila ristoranti in 119 Paesi nel mondo, ogni giorno 47 milioni di clienti di cui 650 mila in Italia. Le accuse vanno da questioni alimentari, passano per l’ambiente e arrivano dritto ai lavoratori. I panini sono accusati di favorire una cattiva alimentazione, istigare all’obesità, veicolare sofferenze cardiovascolari. Nei menù si condanna l’utilizzo di polli e vitelli allevati in batterie. Dal punto di vista ambientale, McDonald’s è insostenibile nel massiccio utilizzo di carne, la cui produzione ha un impatto notevole sull’ecosistema, nell’impressionante spreco di imballaggi per lo più non riciclabili, nell’utilizzo di organismi geneticamente modificati. McDonald’s è accusata anche di utilizzare lavoro precario e poco sindacalizzato. A differenza che negli Usa, in Italia la pressione su McDonald’s non sembra aver inciso sulle politiche dell’azienda, che in ogni caso si premura di monitorare gli umori della società civile.

Altri casi di boicottaggi famosi sono senz’altro quello della Nike e Reebok per le condizioni di sfruttamento minorile e delocalizzazione della produzione, o quello della Nestlè per il latte in polvere, causa di migliaia di morti infantili nel Terzo Mondo, o ancora quello delle banche che finanziano la produzione di armi.

buycott1024[1]Oltre all’informazione su internet, c’è anche un altro strumento che ci viene in aiuto: l’app Buycott, che aiuta a rivelare quali multinazionali si nascondano dietro i loghi e le etichette dei prodotti comunemente in vendita, in modo da poter orientare i propri acquisti verso delle alternative maggiormente sostenibili dal punto di vista sociale ed ambientale. La App, progettata anche per svelare la provenienza dei prodotti più insospettabili, è un’opera del programmatore freelance Ivan Pardo e consente di analizzare i codici a barre di qualsiasi prodotto e di informare se esso sia legato ad un marchio appartenente ad una multinazionale, ma anche di seguire alcune campagne contro le multinazionali maggiormente sotto accusa per i loro comportamenti insostenibili.

Il boicottaggio quindi, è l’unica arma che abbiamo perchè le corporations sono sensibili al boicottaggio in quanto comporta una serie di implicazioni finanziarie, può inficiare l’immagine e la reputazione aziendale. Questa è una componente molto importante soprattutto nella Grande Distribuzione Organizzata, dove il boicottaggio può assumere, davvero, un ruolo determinante nell’indurre ad un cambio di rotta.

Una volta prese le info e quindi boicottati determinati prodotti, c’è la fase più piacevole, quella dell’acquisto consapevole, di cui vi parlerò nel prossimo post.

*Info da www.unimondo.org/Guide/Economia/Boicottaggio