Come il consumismo crea deforestazione: il documentario Green

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“Si dice che il minimo battito d’ali sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo”

Il cosiddetto “effetto farfalla” riassume bene il messaggio di Green, il documentario girato dal regista Patrick Rouxell nel 2010 che ha vinto oltre venti premi in tutto il mondo e ci mostra in maniera realistica cosa succede dall’altra parte del mondo mentre noi acquistiamo tranquilli e inconsapevoli cosmetici e dolci al supermercato o mobili a basso costo. Il regista affronta una tematica fin troppo taciuta facendo parlare le immagini spezzate dai lamenti degli oranghi che abitano le foreste pluviali; la trama infatti si snoda attorno alle ultime ore di vita di una femmina di orango, privata del suo habitat a causa della deforestazione selvaggia. Rouxell dichiara che  il film “è frutto di una produzione indipendente e privo di connotazioni commerciali o politiche. Green riguarda , dura 48 minuti ed è disponibile gratuitamente. Il film non ha narrazione ed è quindi disponibile per spettatori di qualsiasi nazionalità”. 

Le industrie implicate sono quelle che usano legno, carta, olio di palma e il biodiesel (che di bio non ha nulla) nelle loro produzioni, aiutate in questo dalle istituzioni della finanza mondiale, le banche, la politica, ma soprattutto i consumatori di tutto il mondo e in questo siamo tutti colpevoli.

Cosa possiamo fare per invertire la rotta? Prima di tutto dovremmo pensare che noi umani insieme a tutti gli esseri viventi siamo ospiti sulla Terra, che nulla ci appartiene e che non dobbiamo mai smettere di informarci su quello che accade intorno a noi e “lontano da noi”, acquistando in maniera consapevole. Per questo prima di lasciarvi alla visione del film, riporto il piccolo decalogo dei prodotti di uso comune che contribuiscono alla deforestazione (tratto da Green Me):

1) Dolci e prodotti da forno confezionati

Il problema fondamentale della maggior parte dei dolci, degli snack salati e dei prodotti da forno confezionati in vendita nei supermercati sta nel loro contenuto, ovvero l’olio di palma, ingrediente che rappresenta forse il peggior nemico delle foreste. Se siamo soliti acquistare questo tipo di prodotti, andiamo con pazienza alla ricerca delle alternative che non contengono olio di palma. Oppure optiamo per l’autoproduzione.

2) Cacao e cioccolato

Nel caso del cacao, del cioccolato e di tutti i prodotti a base di questi ingredienti la soluzione a minor impatto sull’ambiente e sulle foreste consiste nella scelta di quegli alimenti che provengano dai circuiti del commercio equo e solidale, e dunque risultino garantiti dal punto di vista ecologico, oltre che etico e sociale. E se cerchiamo un’alternativa, possiamo optare per la farina di carrube.

3) Carta, legno e cellulosa

Purtroppo non sempre la filiera del legno, della carta e della cellulosa risulta virtuosa. Eppure basterebbe impegnarsi di più per rendere la gestione delle foreste più sostenibile, visto che il legno rappresenta una risorsa rinnovabile e che il nostro Pianeta ha bisogno della presenza di alberi per l’assorbimento della Co2. In questo caso la scelta dovrebbe rivolgersi ai prodotti certificati. Tra le certificazioni più importanti troviamo FSC e PEFC.

4) Soia

La coltivazione non sostenibile della soia riguarda principalmente la produzione di mangimi per animali, che richiedono di produrre questo alimento su larga scala in nome della crescita del fatturato degli allevamenti intensivi. Ma anche noi, con le nostre scelte quotidiane, possiamo fare la differenza. Scegliamo sempre soia biologica e italiana. In questo modo non contribuiremo alla deforestazione e eviteremo anche gli Ogm.

5) Carne

Ormai anche la scienza ha riconosciuto l’elevato impatto ambientale della produzione e del consumo di carne. Se non riusciamo proprio ad eliminarla dalla dieta, cerchiamo almeno di ridurne il consumo al minimo. E’ sufficiente pensare a quante foreste vengano abbattute per fare spazio a campi da coltivare esclusivamente per la produzione di mangimi da destinare agli animali da allevamento. Non esiste forse nulla di meno sostenibile al mondo.

6) Caffè

Il discorso del caffè è molto simile a quello del cacao e del cioccolato. Possiamo scegliere caffè biologico e del commercio equo e solidale per avere a disposizione un prodotto rispettoso dell’ambiente e che non contribuisca alla deforestazione. Inoltre, pare che le piante di caffè coltivate all’ombra garantiscano maggiori benefici per l’ambiente, proprio perché almeno in parte preservano la presenza di alberi.

7) Sigarette

Piantagioni di cacao e caffè, ma non dimentichiamo quelle di tabacco. Sappiamo che smettere di fumare è difficile ma conosciamo anche l’alto impatto ambientale delle piantagioni di tabacco. Cosa possiamo fare noi per migliorare la situazione? Se non riusciamo a dire addio alle sigarette, magari possiamo scegliere tabacco coltivato in Italia.

8) Zucchero

Nel caso dello zucchero le opzioni sono differenti. Possiamo decidere di non acquistare zucchero raffinato e di privilegiare lo zucchero di canna integrale del commercio equo, oppure optare per altri dolcificanti naturali sempre derivanti da filiere etiche, sostenibili e rispettose dell’ambiente. A volte per arricchire i nostri dolci basta aggiungere più frutta, come mele mature e uvetta, senza dover esagerare con l’aggiunta di zucchero.

9) Magliette e abbigliamento in cotone

La coltivazione del cotone è tra le meno sostenibili del mondo per quanto riguarda il settore tessile. La domanda di cotone biologico sta crescendo ma il cambiamento delle tecniche di coltivazione richiederà probabilmente ancora molti anni e operazioni mirate di formazione degli agricoltori. Nel frattempo, quando possiamo, scegliamo il cotone biologico, rammendiamo e riutilizziamo gli abiti che possediamo già e optiamo per tessuti alternativi e sostenibili, come la canapa organica, se ne abbiamo la possibilità.

10) Cosmetici e detersivi

Ecco un ultimo punto, che comunque rimane tra i più importanti, in cui possiamo orientare le nostre scelte di acquisto per non supportare la coltivazione insostenibile di olio di palma e la deforestazione. Scegliamo cosmetici, saponi e detersivi che non contengano olio di palma, un ingrediente largamente utilizzato dall’industria della detergenza. Proviamo a limitare il più possibile i cosmetici e i detersivi convenzionali, optiamo per le alternative bio e ecologiche leggendo sempre le etichette. L’olio di palma è presente in molte saponette, anche di marchi “green”, ma con pazienza possiamo individuare le alternative già in commercio. E, come sempre, dedicarci all’autoproduzione di detersivi e cosmetici.

Boicottare e acquistare in maniera critica è l’unica via per porre fine alla crudeltà svelata nel documentario.

Per approfondimenti, leggi anche:

Miniguida al consumo critico sfogliabile

Tutti vegetariani? Basterebbe consumare meno carne

L’ ecologismo di Neil Young: dalle magliette in cotone organico al Farm Aid

"Sperimentano sugli animali": il no di Pamela Anderson all'Ice Bucket Challenge per la SLA

pamelaandersonpetaIn questi giorni tutti avrete notato tutti il bombardamento di immagini o video mediatici con personaggi più o meno famosi che si danno secchiate di acqua gelata in testa per la raccolta fondi a favore della SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), una malattia degenerativa per cui non si sono ancora trovate delle cure mediche efficaci.

E sono davvero tanti coloro che hanno aderito all’iniziativa, denominata appunto Ice bucket challenge che consiste in una doccia gelata, una donazione e delle nomination per chiamare in causa altre persone a fare lo stesso. La campagna virale ha suscitato non poche poche polemiche, tanto che da alcuni è stata anche definita una vera e propria “pagliacciata” per i tanti video virali e per i pochi fondi raccolti.

Oltre alle polemiche sono state tante anche le defezioni, da Barack Obama a Papa Francesco, per finire una che ha fatto molto discutere e che ha incuriosito l’Eco Punk, quella di Pamela Anderson. “Scusate, non parteciperò alla vostra sfida”, così l’ex bagnina di Baywatch annuncia sulla sua pagina Facebook e sull’account Twitter il suo no deciso alla campagna. Il motivo? La Als (associazione statunitense che porta avanti la ricerca sulla SLA) utilizzerebbe i test sugli animali per portare avanti le proprie ricerche.

Da attivista di Peta, la più importante associazione animalista americana, preferisce infatti sfidare lei stessa le onlus che si occupano di SLA a smettere di fare esperimenti sugli animali. E aggiunge: “In esperimenti recenti finanziati dall’Als ai topi sono fatti buchi nei crani, sono state procurate loro malattie che li hanno resi storpi e poi sono stati costretti a correre su tapis roulant inclinati fino a che, esausti, non sono crollati. Alle scimmie sono state iniettate sostanze chimiche nel cervello e nella schiena e poi sono state uccise e sezionate. Qual è il risultato di questi esperimenti se non tanta sofferenza?”. Scarso, a suo giudizio, anche il risultato di questi esperimenti. “Nello scorso decennio solo una decina di farmaci sono stati promossi alla sperimentazione umana, e a parte uno di questi, nessuno ha superato il test sull’uomo. Provare a curare malattie umane con vecchi e inutili esperimenti sugli animali, non è solo crudele, è una grave mancanza a chi ha disperatamente bisogno delle cure”.

Il post, che ha raccolto oltre 70mila like da parte dei fan e 30mila condivisioni, ha suscitato anche tanta indignazione e ironia perché alcuni utenti hanno fatto notare alla Anderson che tanti prodotti per la cura della persona sono stati sperimentati sugli animali prima di essere commercializzati; altri ancora l’hanno bacchettata per gli interventi di chirurgia estetica ai quali si è sottoposta, chiedendole in che modo fosse stato sperimentato il silicone.

Favorevoli o contrari, esperti o meno, il post della Anderson è uno spunto alla riflessione e ricordo che si possono fare donazioni sul sito www.aisla.it, anche senza doccia gelata.

Greenbees: la campagna di Greenpeace per salvare le api e difendere l'alimentazione mondiale

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Greenbees è la nuova campagna lanciata da Greenpeace per difendere l’importante ruolo delle api e degli altri insetti impollinatori nel nostro ecosistema. Immaginate infatti che  un terzo del nostro cibo dipende dalla loro opera di impollinazione…

Dalla fine degli anni ’90, molti apicoltori (soprattutto in Europa e Nord America) hanno iniziato a segnalare un’anomala e repentina diminuzione nelle colonie di api e ad oggi la situazione è peggiorata, in quanto gli insetticidi utilizzati in agricoltura sono una minaccia diretta per api e impollinatori. Queste sostanze chimiche, progettate per uccidere gli insetti, sono ampiamente utilizzate e diffuse nell’ambiente, specialmente nelle aree agricole. Pensate che un terzo del cibo che mangiamo dipende dall’impollinazione degli insetti: ad esempio zucchine, albicocche, mandorle, coriandolo, olio di colza, e molti altri e solo in Europa, oltre 4.000 verdure dipendono dall’impollinazione degli insetti. Oggi, le api continuano a morire e il loro inesorabile declino ha impatti anche sugli esseri umani. La nostra vita dipende dalla loro.

Cosa si può fare

A livello politico vietare l’uso dei pesticidi più pericolosi in Europa e sostenere e promuovere pratiche agricole sostenibili. Ma anche nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa: guardare il video della campagna, firmare la petizione Salviamo le api sul sito salviamoleapi.org e passare parola!

Io l’ho già fatto e tu? Save the bees!

Cibo Spa – Sai davvero cosa mangi?

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Oggi è la volta di un altro documentario. FOOD, Inc. (in Italia, Cibo Spa – Sai cosa mangi?) è un documentario del 2008 del regista americano Robert Kenner che mostra la catena di produzione del cibo di massa negli Stati Uniti, una produzione gestita dalle lobby del cibo senza alcun rispetto per gli animali da allevamento, per gli allevatori, per l’ambiente e per i consumatori finali.

Emblematico è il caso dei polli: la crescita abnorme li porta a non reggere il peso raggiunto dal corpo per via delle zampe non ancora sviluppate. Ma non è tutto. Un altro esempio è lo sfruttamento intensivo dei terreni con la monocoltura del mais che sarebbe addirittura antieconomica, se non intervenissero dei sussidi appositamente deliberati dal congresso degli Stati Uniti; inoltre c’è l’annoso problema dell’approvvigionamento del cibo perché, se mangiare al fast food o comprare carne surgelata costa meno che cucinare a casa, chi ha problemi economici sarà così obbligato a scegliere di sostentare la propria famiglia con cibo scadente, preferendo hamburger dove finiscono carni di centinaia di capi di bestiame diversi, con il risultato di una massa di persone obese e ammalate.

Tutto è fatto cinicamente per massimizzare il profitto e controllare l’intera filiera alimentare grazie alla collusione con la politica, tagliando i costi di produzione, anche ricorrendo a manodopera clandestina messa a lavorare in pessime condizioni igieniche.

Dopo aver visto questo documentario, la pancetta da un euro in offerta al supermercato non vi farà più così gola…

Tutti vegetariani? Basterebbe consumare meno carne

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L’allevamento del bestiame è responsabile di oltre il 60% delle nostre emissioni globali di ammoniaca”. (Fonte: FAO, 2006)

Vi siete mai chiesti cosa c’è dietro una bella bistecca in offerta al supermercato? Beh non voglio usare toni terroristici, però scrivo questo post perchè oggi inizia la Settimana per l’Abolizione della Carne e questo vuol essere un invito a condividere la riflessione al di là di ogni preconcetto. La realtà è che dietro ogni bistecca c’è un mondo tutt’altro che sano e genuino e neanche troppo conveniente. Perchè? Perchè il consumo eccessivo di carne, oltre che un atto di indifferenza nei confronti dei maltrattamenti riservati al bestiame, è soprattutto la maggior fonte di inquinamento globale. Pensate che per produrre 1 kg di carne di manzo si immettono nell’atmosfera 36,4 kg di CO2 e sono necessari circa 1500 litri d’acqua e 7 kg di alimenti vegetali, inoltre i Paesi del sud del mondo producono soia e mais per alimentare gli allevamenti intensivi del nord (dati FAO).

Continuare a mangiare carne con i livelli di consumo a cui è abituato l’Occidente è insostenibile. Se per esempio le popolazioni di Cina, India e Brasile iniziassero a mangiare la stessa quantità di carne, non basterebbe la superficie della terra per sfamare il bestiame. Per non parlare poi delle condizioni di vita degli animali che vivono ammassati, senza possibilità di muoversi, pascolare o accoppiarsi, dei farmaci ed ormoni somministrati per velocizzare la crescita ed è ormai accertato che qualsiasi tipo di animale prima di essere macellato, soffre e ha paura come un essere umano ha paura della morte. Tutto questo per un nutrimento che non è assolutamente necessario all’uomo.

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Conseguenze dell’allevamento intensivo

Per farvi un’idea delle risorse impiegate dall’agricoltura intensiva, ci viene in aiuto questo interessante schema di Slow Food che vedete qui in alto. Sempre secondo la FAO, il bestiame produce il 18% dei gas serra che intrappolano il calore dell’atmosfera e questo determina lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento del livello del mare, calamità naturali, assottigliamento dello strato di ozono, costante e crescente desertificazione. Ma a noi esseri umani tutto questo cosa comporta? Una maggiore resistenza agli antibiotici, malattie nuove soprattutto virali (es. epidemie influenzali), danni da inquinamento, carenza di terreni destinati alla produzione di alimenti per consumo umano e aumento di terreni destinati alla produzione di mangime animale, maggiore povertà degli agricoltori che vivono di sussistenza, maggiore incidenza di malattie legate all’eccessivo consumo di grassi e proteine animali fra cui patologie cardiovascolari, cancro, diabete, inpertensione, obesità. L’allevamento intensivo quindi inquina i terreni, le acque e i mari, contaminando la natura con tossine potenzialmente mortali.

In virtù di tutti questi dati, l’Eco Punk sostiene la Settimana Mondiale per l’Abolizione della Carne (SMAC) dal 18 al 26 gennaio, perchè riconoscere il fatto che la produzione di carne animale ha un impatto ambientale disastroso, magari può portare ad un miglioramento del destino degli animali e questa consapevolezza potrebbe richiedere pratiche di allevamento ancora meno intensive da parte di tutta la popolazione mondiale. Il consumo di prodotti animali non è una necessario e quindi gli esseri senzienti non devono  essere maltrattati o uccisi senza alcuna necessità. 

La soluzione qual è?

Non vi chiedo di diventare vegani o vegetariani perchè non è strettamente necessario, basta consumare meno carne e di migliore qualità, proveniente da allevamenti sostenibili a ciclo chiuso, che riutilizzano cioè il letame come concime. A questo poi aggiungo buone pratiche e consigli per l’acquisto che ci vengono in aiuto da Slow Food, per diventare un consumatore critico e consapevole:

-seguire una dieta basata su alimenti vegetali che possono sostituire la carne, in primis i legumi come vedete in foto;

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-variare i tipi di animali e le razze che si scelgono;

-fare attenzione al prezzo perchè purtroppo i prezzi troppo bassi sono spesso indice di sfruttamento ambientale e/o animale;

-preferire carni provenienti da consorzi, associazioni o produttori locali che abbiano informazioni sulla tracciabilità del prodotto;

-consumare carni di animali allevati e macellati in Italia, meglio se locali e da piccoli allevatori di razze autoctone;

-valutare con più tolleranza la presenza di grasso che può essere prova di benessere animale.

Detto questo, spero di aver stimolato la vostra riflessione.

Almost Home: Moby invita all'adozione di cani e gatti

Conoscete più o meno tutti il musicista Moby, ma forse pochi sanno che si è impegnato attivamente in prima persona per l’adozione di cani e gatti che vivono nei rifugi. Il cantante, infatti, ha deciso di realizzare un video dopo aver visitato un’associazione di cani e gatti di Los Angeles che si occupa di procurare un tetto agli amici pelosi. Il nome dell’associazione è Best Friends Animal Society e Moby, per promuovere l’adozione di Micio e Fido, ha creato un Lyric Video della sua canzone Almost Home, contenuta nell’album Innocents, commentando così l’iniziativa: “Ogni momento è buono per adottare un animale da un canile o da un gattile, ma credo che le feste sono un momento ancora migliore per farlo. Spero che vi piaccia il mio video e che nel vederlo possiate prendere la decisione di adottare un cane o un gatto”.

L’Eco Punk si unisce a questa speranza e nel frattempo godetevi questo video di una tenerezza disarmante.