Giù in Salento per il Laboratorio di Ecocosmesi a Luna_Laboratorio Rurale

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Venerdì 18 dicembre avrò il piacere di essere ospite di Luna_laboratorio Rurale: un progetto di cinque ragazze che hanno recuperato un terreno a Galatone (LE), prendendo in gestione una struttura di una parrocchia nata inizialmente come comunità di recupero dalla tossicodipendenza e abbandonata per dieci anni, e accogliendo adesso attività di innovazione sociale e agricola. Scrivono per la campagna di crowdfunding “Stiamo coltivando il terreno che abbiamo a disposizione, vogliamo fare formazione tecnica, promuovere l’innovazione, tutelare il territorio e dare opportunità di lavoro ai giovani. Vogliamo promuovere colture tradizionali e renderle volano di sviluppo, creare circuiti virtuosi di cooperazione”.

Con queste premesse, la collaborazione è presto fatta e sono entusiasta per vari motivi. In primis perché non ho mai svolto una laboratorio così a sud, cogliendo l’occasione per tornare a fare un giro in Salento e conoscere e fare rete con queste ragazze così audaci che vogliono far rivivere questo spazio strappato all’abbandono “facendolo diventare un punto di riferimento locale, un luogo aperto e creativo, dove si impara da tutti, si condividono esperienze, si cresce insieme e si crea sviluppo per il territorio“. In secondo luogo sono felice di poter usare, durante il laboratorio, gli scarti agricoli (come le foglie di vite) e mostrare praticamente quanto gli scarti si stanno trasformando in risorsa importantissima per contenere gli sprechi e pensare ad un tipo di economia circolare che privilegia la sostenibilità ambientale e il consumo critico.

Di questo se ne parlerà meglio il 18 dicembre, ma soprattutto durante la giornata si autoprodurranno cosmetici con tutti i partecipanti fra una chiacchiera e l’altra, in modo da avere un confronto e uno scambio di esperienze. Ecco il programma:

-Lettura delle etichette

-Il consumo critico e l’utilizzo degli scarti agricoli in cosmesi

-Autoproduzione collettiva di 3 cosmetici + un breve tutorial su come creare un unguento

-Packaging di riuso (a cura di Luna)

E dopo il laboratorio, merenda offerta da Luna, a base di tisana di canapa e marmellata di stagione home made!

Per maggiori info, guarda l’Evento Fb o scrivi a lunalaboratoriorurale@gmail.com

 

 

Verso l'età delle Agro-Comunità: la Terza Rivoluzione Alimentare

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Navigando per il web, mi sono imbattuta in un articolo molto interessante su magazine.ouishare.net sulla terza rivoluzione alimentare. L’articolo è in inglese di Myriam (non c’è scritto il congnome…), co-fondatore di Open Food Network in Norvegia e Francia, e tratta di temi che l’EcoPunk ha molto cuore come sistemi alimentari, consumo collaborativo, sprechi, peer to peer, tecnologia applicata in maniera abbastanza sintetica ed esaustiva. Per questi motivi ho deciso non solo di condividerlo sui social, ma anche di tradurlo e riportarlo qui sul blog. Di seguito il post… Buona lettura e buona riflessione.


Dopo un vasto movimento di concentrazione e intensificazione, una nuova rivoluzione sta arrivando. Ancora silenzio per ora, cresce lentamente, nei giardini della gente e gli hub alimentari guidati da comunità di piccola scala. Le persone si organizzano insieme per costruire reti di distribuzione locale e le nuove tecnologie consentono ora iniziative locali di scala: possono collegare facilmente tra loro e merce di scambio e servizi in modo efficiente e decentrato, portando alla nascita di un nuovo, e più sostenibile, sistema alimentare.

SINTOMI E CAUSE PROFONDE DI UN SISTEMA ALIMENTARE MALATO

Un terzo di tutti gli alimenti prodotti viene sprecato. 842 milioni di persone soffrono la fame. Abbiamo perso il 75% della nostra biodiversità. Negli Stati Uniti ci sono 8 volte più antibiotici venduti per l’agricoltura industriale che agli ospedali. Tumori e altri problemi di salute sono in piena espansione. Ci sono sempre meno nutrienti negli alimenti. Il cambiamento climatico minaccia il futuro del nostro pianeta, ci sono 400 zone morte nel mare. Imballaggi alimentari che contribuiscono a far crescere il settimo continente fatto di rifiuti, nel mezzo dell’oceano. 370 000 agricoltori si suicidano ogni anno l’uso di pesticidi. … Quindi, si deve porre la domanda: non è che il sistema alimentare è arrivato ad un punto di rottura?

Possiamo citare due principali cause di fondo per tutte quelle esternalità negative:

  • Distanza fisica e psicologica: con l’urbanizzazione, la globalizzazione e la centralizzazione del sistema di distribuzione del cibo, ci sono oggi un sacco di intermediari tra noi e il nostro cibo. La distanza fisica ha portato la distanza mentale. Se si va in un supermercato, non si sa chi ha prodotto il cibo, come è stato fatto, non vi rendete conto tutti gli sforzi e l’energia che sono necessari per produrlo. Abbiano così tanto cibo, perché abbiamo perso la consapevolezza di come è prodotto, così gettiamo via molto facilmente. In media in Europa, la maggior parte dei residui alimentari proviene dalle famiglie (42%).
  • Centralizzazione, la concentrazione e l’integrazione: Lungo tutto il sistema alimentare, vi è stato nel corso degli ultimi decenni, un movimento di fusioni e acquisizioni, l’integrazione orizzontale e verticale, che ha concentrato il potere nelle mani di poche grandi multinazionali. La metà del cibo consumato sul pianeta è prodotto dal 15% delle aziende agricole, fattorie intensive industriali. Il numero degli agricoltori è drammaticamente in calo, -30% in Norvegia, nel corso degli ultimi 10 anni, -50% in Francia negli ultimi 20 anni, le aziende agricole di diventano sempre più grandi attraverso acquisizioni. La Dichiarazione di Berna, una ONG svizzera, ha pubblicato un rapporto enorme, Agropoly, mostrando come il sistema alimentare globale è nelle mani di poche grandi imprese, e come questa alta concentrazione e integrazione produce queste esternalità negative. Per fare solo un esempio, sono le stesse aziende a fare il seme e gli antiparassitari (Monsanto, Syngenta, Bayer, BASF, DuPont), in modo da assicurarsi che i semi hanno bisogno di pesticidi, come gli OGM per esempio. I semi non riproducono in modo affidabile e le aziende possiedono diritti di proprietà intellettuale su di loro, così gli agricoltori sono costretti a comprare i semi ogni anno, essi non possono salvarli e né scambiarli. Questa situazione non ha solo conseguenze sulla salute e sull’ambiente, ma anche sulla sopravvivenza dei contadini, che si ritrovano totalmente dipendenti di queste grandi multinazionali. Per quanto riguarda la distribuzione, la situazione non è migliore: nel 2011 nell’UE, il più grande cinque rivenditori in tutti i paesi hanno avuto una quota di oltre il 60% di mercato congiunta in 13 Stati membri, con una concentrazione di mercato superiore al 80% a volte. Nella maggior parte dei paesi, tuttavia, la concentrazione del mercato tra due o tre principali rivenditori è la norma: due catene di supermercati hanno controllato oltre il 70% del mercato in Australia nel 2013. Tre gruppi hanno avuto il 55,5% del mercato in Canada nel 2011. Il loro enorme potere come acquirenti dà a quei grandi rivenditori la possibilità di impostare le condizioni sulle quali opera la catena di approvvigionamento alimentare.

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COME SIAMO ARRIVATI ​​QUI E DOVE POTREMMO ANDARE?

Intorno al periodo neolitico, la prima rivoluzione alimentare segna il passaggio da un modello pre-agricolo, dove le persone in età paleolitica erano cacciatori-raccoglitori, all’agricoltura, sedentarizzazione e di auto-produzione di alimenti, per lo più per il consumo personale. Portato dalla rivoluzione industriale nel 18 ° secolo, la seconda rivoluzione del cibo ci spinge al modello agro-industriale, oggi predominante, in cui il sistema è controllato da grandi aziende a scopo di lucro, e che induce tutte quelle esternalità negative sulla salute e sull’ambiente descritti al di sopra. Ora le persone stanno diventando consapevoli della follia di questo modello agro-industriale e iniziano a organizzarsi in una modalità peer-to-peer. Un nuovo spostamento sta emergendo, verso un’età di agro-comunità, basato su piccola scala di produzione alimentare locale e molteplici centri di distribuzione e nodi, collegati tra loro.

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RILOCALIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE E RETI DI DISTRIBUZIONE INTELLIGENTI

Con la terza teoria rivoluzione industriale, Jeremy Rifkin prevede una rilocalizzazione della produzione. L’energia deve ancora essere distribuito in modo più efficiente dal punto in cui viene prodotta a dove è necessaria, quindi è necessario avere reti efficienti e “reti intelligenti”.

Analogicamente, produzione e distribuzione di cibo iniziano a seguire il percorso di decentramento e rilocalizzazione: le persone a produrre il cibo nei loro giardini e organizzarsi in modo indipendente per comprare cibo dai produttori locali, la creazione di una diversità di hub e nodi. Vogliono limitare l’impatto di carbonio del trasporto alimentare, nonché sostenere la loro economia locale e la capacità di recupero della loro comunità. Anche se negli ultimi dieci anni, la tendenza è stata quella di concentrazione e centralizzazione, vediamo ora alcuni segnali che si muovono nella direzione di rilocalizzazione e decentramento: supporto alla comunità agricoltura, l’acquisto locale, le cooperative, l’agricoltura urbana, orti familiari… produttori e consumatori stanno prendendo controllo indietro sul loro approvvigionamento di cibo, si stanno prendendo indietro la loro sovranità alimentare.

La prima Community Supported Agriculture (CSA) è stata avviata nel 1960, in Giappone, e in Europa, e poi diffusa negli Stati Uniti negli anni ’80. Da allora si è  propagata nel resto del mondo. Il principio è che un gruppo di individui si organizzano e firmano un contratto con un agricoltore: l’acquisto di tutta la produzione avviene in anticipo e l’agricoltore svolge determinati requisiti di qualità (biologico, ecc). Nel 2013, ci sono stati circa 5.267 agricoltura sostenuta (CSA) e 413,947 consumatori CSA in Europa, e nel mondo, 13.779 aziende agricole CSA e un po’ più di un milione di consumatori che le sostengono nel mondo (fonte: URGENCI). “Il cibo locale è in rapida crescita da un mercato di nicchia ad un sistema integrato riconosciuto per la sua spinta economica alle comunità in tutto il paese”, dice US segretario agricolo Tom Vilsack. Progetti di agricoltura comunitari sostenuti ricollegano consumatori e produttori e sostengono pratiche agricole sostenibili: l’agricoltura biologica, l’agroecologia, permacultura, agricoltura biodinamica.

Iniziative a livello di comunità sono state fino a poco tempo piuttosto isolate e guidate da gruppi di attivisti che erano pronti a sacrificare la convenienza per i loro valori. Per democratizzare questi nuovi modelli e consentire a tali hub e nodi la gestione in scala, abbiamo bisogno di fare lo scambio P2P (peer to peer) di cibo semplice. Abbiamo bisogno di costruire “reti intelligenti” per consentire alle persone di crescere, vendere, spostare, comprare cibo facilmente in un modo decentralizzato.

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NUOVE TECNOLOGIE PER UNA NUOVA ERA AGRICOLA

Piattaforme online e le infrastrutture sono un volano per la circolazione di cibo in un sistema alimentare basato sulla comunità.

Alcune piattaforme hanno un focus specifico su un certo tipo di modelli di distribuzione alternativi. Ad esempio, The Food Assembly offre un mercato online, così come il supporto di marketing, a imprenditori locali che desiderano distribuire i loro prodotti locali di quartiere direttamente dai produttori. Hanno tirato su 9 milioni di $. Farmdrop nel Regno Unito, una piattaforma di vendita diretta che interpreta il ruolo di un distributore, attraverso i servizi di pick-up o di consegna a domicilio. Riportano la trasparenza sulla provenienza dei prodotti e aprono una nuova forma di canali di distribuzione ai produttori, seguendo l’aspetto logistico in modo che le persone ricevano i loro prodotti in un modo conveniente. Queste piattaforme sono i canali di distribuzione alternative che consentono alle persone di acquistare direttamente da produttori locali in un modo comodo e facile. Entrambi sono licenza-based e propongono un modello prescrittivo ai produttori e ai consumatori (cioè non è possibile scegliere qualunque modello di business per il vostro gruppo di acquisto sulla piattaforma The Food Assembly, si deve seguire il loro modello).

Al contrario, Open Food Network (il progetto in cui collabora la scrittrice di questo articolo) è un un’infrastruttura open source che consente a qualsiasi attore, persone, comunità, di creare un loro hub e farlo funzionare nel modo che vogliono, in modo che si adatta al contesto locale. Più che una piattaforma, Open Food Network è un’infrastruttura basata sul web che coltiva “eco-diversità”. Permette a start-up locali alimentari, gruppi di acquisto non-profit, cooperative, etc. di utilizzarlo per il loro scopo, ma anche di cooperare con l’altro, ad esempio sulla logistica, pur rimanendo indipendente. L’implementazione della piattaforma è supportata da organizzazioni no-profit locali democraticamente governate che costruiscono e proteggono insieme questo particolare “comune”.

Tutte queste piattaforme web e infrastrutture di accelerano il passaggio verso un nuovo sistema alimentare, più decentrato, trasparente, sostenibile, ricollegando produttori e consumatori, e restituendo al contadino la sua indipendenza e la dignità.

Non risolveremo i problemi generati dal sistema alimentare agro-industriale aspettando coloro che beneficiano di questo sistema per cambiare. Se vogliamo un sistema alimentare più sostenibile che si preoccupa della terra e i suoi esseri viventi, abbiamo bisogno di prendere le nostre responsabilità e rimboccarci le maniche. Come qualsiasi altro settore della nostra economia, il sistema alimentare può essere interrotto da un nuove piattaforme di cultura e P2P fai da te. Si è già iniziato, ora tocca a noi di essere parte di questa transizione.  

Per leggere l’articolo in versione originale: magazine.ouishare.net/2015/11/toward-an-age-of-agro-communities-the-third-food-revolution

Nuovo regolamento europeo sulle etichette alimentari: cosa rimarrà del made in Italy?

etichettealimentariecopunkRieccomi qui a scrivere dopo una decina di giorni, dopo laboratori di eco-cosmesi, mercatini di Natale e autoproduzioni alimentari in casa, perché in questo periodo ci si sente più ispirati… Nonostante sia stata presa da mille cose, non ho mai smesso di informarmi e per questo oggi vi parlo della notizia più ecopunk degli ultimi dieci giorni: il nuovo regolamento sulle etichette alimentari. Dal 13 dicembre infatti l’Ue ha tolto l’obbligo di indicare sulle confezioni lo stabilimento di lavorazione degli alimenti con “l’obiettivo ufficiale” di migliorare il livello di informazione e di protezione dei consumatori. In effetti assisteremo a dei miglioramenti in quanto l’applicazione delle norme europee dovrebbe facilitare la trasparenza delle confezioni grazie alla presenza di  scritte con caratteri più grandi,  che danno maggior risalto agli ingredienti allergizzanti e  al tipo di grassi impiegati, oppure per esempio, sulle etichette dei cibi non troveremo più la scritta “sodio” ma il più comprensibile “sale”.

Qualcuno penserà, finalmente una norma che renda più accessibili la lettura delle etichette. Peccato solo che non sarà più garantita la conoscenza dello stabilimento di produzione. Un’informazione che in Italia, finora, è stato obbligatorio indicare: lo prevede la legge 109 del 1992. Con il nuovo regolamento europeo la norma nazionale decadrà. E scrivere sull’etichetta il luogo in cui è stato lavorato l’alimento diventerà facoltativo. «È un regalo alle multinazionali, che potranno così spostare le produzioni in Paesi dove la manodopera costa meno senza che il consumatore se ne accorga», sostiene Dario Dongo, avvocato esperto di diritto alimentare.

Già oggi, in realtà, parecchi prodotti provenienti da altre nazioni non riportano sulla confezione il luogo di lavorazione. Un esempio è la Nestlè che nei suoi prodotti segnala solo «Distribuito da Nestlé Italia Spa», la multinazionale svizzera con ramificazioni in tutto il mondo. In quale Paese sono stati lavorati gli alimenti rimane un segreto. Dal 13 dicembre è così anche per le produzioni italiane. Il regolamento comunitario prescrive infatti di riportare sulla confezione solo il nome del proprietario del marchio che, se per esempio, decide di produrre all’estero, per il consumatore sarà impossibile saperlo.

Cosa rimarrà del Made in Italy

madeinitalyLa questione suscita i malumori di parecchie imprese italiane. Negli Stati Uniti «il made in Italy continua ad andare fortissimo, ma adesso che non sarà più obbligatorio indicare lo stabilimento di produzione qualcuno, per esempio chi ha sede legale da noi ma fabbriche all’estero, potrebbe approfittarne per vendere come italiano ciò che in realtà viene lavorato fuori», afferma Ferdinando Sarzi, titolare dell’azienda Sterilgarda, tra i maggiori produttori di latte in Italia. Insomma, le nuove regole potrebbero agevolare i prodotti “italian sounding”, quelli che attraverso nomi o simboli stampati sulla confezione rimandano a una presunta italianità. Un fenomeno che, secondo le ultime stime del governo, vale già oggi circa 55 miliardi di euro, quasi il doppio delle esportazioni alimentari nostrane. Secondo i calcoli della Coldiretti, il 33 per cento dei prodotti agroalimentari “made in Italy” contiene materie prime straniere, perché in parecchi casi non è obbligatorio indicarne la nazione di provenienza.

Sterilgarda è solo una delle tante imprese ad aver firmato la petizione per opporsi all’entrata in vigore del regolamento europeo. L’idea è stata di Raffaele Brogna, fondatore di ioleggoletichetta.it, un sito che cerca di aiutare chi fa la spesa con informazioni sull’origine dei prodotti e da cui l’Eco Punk ha tratto informazioni per la guida al consumo critico. Brogna ha avviato una raccolta di firme che finora ha raccolto circa 20 mila adesioni tra cittadini privati e gruppi dell’agroalimentare. «Dalla nostra parte stanno le aziende che producono tutto in Italia», dice Brogna, «non certo colossi come Unilever, Nestlé o Carrefour che hanno stabilimenti in tanti Paesi e possono beneficiare del nuovo regolamento». Le imprese che hanno firmato la petizione si sono impegnate a mantenere l’indicazione dello stabilimento di produzione. Tra queste ci sono pure alcune catene di supermercati come Conad, Selex e Coop.

NESSUNO TOCCHI L’INDICAZIONE DELLO STABILIMENTO DI PRODUZIONE SULL’ETICHETTA. L’Eco Punk ha già firmato, voi cosa aspettate?

Per firmare la petizione, leggi qui

Cos’è il consumo critico? Sfoglia Miniguida al consumo critico

Per saperne di più sulle multinazionali poco etiche, leggi Informazione e boicottaggio

Info da l’Espresso.it e il Fattoalimentare.it

“Contadini e complici”: un dialogo con Ermanno Olmi

“E noi sappiamo benissimo che più diventi ricco e più ti accorgi di non avere affettività e più ti incazzi perché Ma come? Sono ricco e non sono felice?” Una bellissima intervista ad Ermanno Olmi

Ciboprossimo

Ermanno Olmi – La prima cosa che mi pongo come domanda di avvio è ‘Perché tu oggi sei qui oggi a farmi a queste domande? Perché venti anni fa non pensavamo affatto di porci domande così?’ Perché in alcune scelte che sono state compiute nell’immediato dopoguerra noi abbiamo intrapreso un discorso che ritenevamo giusto, e soprattutto che avrebbe modificato tutta la nostra condizione precedente, ancora legata ad un mondo ottocentesco. Infatti l’Italia, pur essendo un Paese abbastanza sviluppato nelle moderne attività dell’economia, era prevalentemente un Paese agricolo. Tanto che lì si compiuta la prima scelta che poi ha portato a questa situazione: abbiamo creduto di più nell’industria che nella natura. Il mondo contadino si era svuotato. Addirittura si era arrivati al punto che le fanciulle non sposavano più un contadino: voleva dire rimanere legati ad un passato che non si voleva più vivere. E quindi subentrò questo con una prepotenza…

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L'ecologismo di Neil Young: dalle magliette in cotone organico al Farm Aid

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L’attivismo di Neil Young è inarrestabile. Circa un mese fa, con un messaggio sul suo sito ufficiale rivolto ai suoi fans, Neil Young ha annunciato la decisione di ritirare dal commercio (sia dal proprio negozio online che dalle bancarelle per la vendita durante i concerti) tutto il merchandise prodotto con cotone non organico per sostituirlo con quello prodotto mediante cotone naturale. Il cotone industriale, continua nella nota, viene prodotto con un larghissimo uso di pesticidi fatti con base petrolchimica, con funghicidi ed erbicidi; sostanze che vengono assorbite dal terreno e finiscono con l’influenzare anche le colture vicine, entrano nelle forniture d’acqua e finiscono per inquinare anche altre forme di vita. Young prosegue denunciando l’industria del cotone convenzionale come il secondo consumatore di pesticidi del mondo e ricordando che l’Environmental Protection Agency (l’Agenzia per la protezione dell’ambiente) considera 7 dei 15 pesticidi più utilizzati per il cotone come note, probabili o possibili sostanze cancerogene. Ma non finisce qui.

FARMAID2014

Manca pochissimo al Farm Aid, il festival giunto alla sua 25esima edizione, iniziato con un concerto di beneficenza nel 1985 Champaign (Illinois) e organizzato da Willie Nelson , John Mellencamp e Neil Young per raccogliere fondi a favore delle famiglie di agricoltori negli Stati Uniti. Oggi il Farm Aid è un’organizzazione senza scopo di lucro, al cui già citato consiglio di amministrazione si è aggiunto nel 2011 Dave Matthews e la cui missione è di mantenere le famiglie degli agricoltori nella loro terra promuovendo il cibo da aziende familiari (con stand informativi durante l’evento); far crescere il Good Food Movement attraverso l’incremento della rete tra gli agricoltori e i consumatori; aiutando gli agricoltori a trovare le risorse necessarie per accedere a nuovi mercati, il passaggio a pratiche agricole più sostenibili e redditizie, e sopravvivere disastri naturali; intraprendendo azioni per cambiare il sistema con le organizzazioni locali, regionali e nazionali.

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L’edizione del 2014 si terrà il 13 settembre a Raleigh, North Carolina nel Walnut Creek Amphitheatre e includerà nella line up, oltre a Willie Nelson , John MellencampNeil Young e Dave Matthews, anche Jack White, Gary Clark jr e tanti altri artisti per un mega concerto dalle 12 della mattina alle 23 della sera e le maglie vendute saranno rigorosamente in cotone organico (con tanto di filiera nel sito)!

Sicuramente un festival eco-punk, peccato sia dall’altra parte del mondo! Possiamo consolarci però con la playlist del Farm Aid su Spotify

E per chi volesse saperne di più, date un’occhiata al Sito Ufficiale

Spalmati di natura: laboratorio di ecocosmesi a Bio&Sisto

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Tornano i laboratori di eco-cosmesi pratica e naturale de l’Eco Punk! Questa volta ho l’immenso piacere di tenerlo a Bio&Sisto, una giovane azienda agricola pugliese che nasce e cresce tra le bellissime contrade di Monopoli (BA), per l’esattezza a Tortorella, dall’esigenza di una famiglia intera di cambiare stile di vita, coltivando frutta e verdura nel massimo rispetto della natura e di chi mangia e vendendo i prodotti in maniera diretta grazie al loro e-commerce.

Una partnership, quella con Bio&Sisto, iniziata scrivendo sul loro blog di mobilità sostenibile, di pari passo con i primi vagiti de l’Eco Punk. Da allora sono entrata a far parte della loro rete, grazie a Daniele, brand manager dell’azienda, che mi ha scelta come contributor di Bio&Sisto e grazie a cui ho conosciuto quella fantastica esperienza di ruralizzazione rurale che è stato il #campdigrano, esperienza condivisa l’estate scorsa e che lascia inevitabilmente un filo conduttore che tiene legate tutti i partecipanti a certi valori, ai Cilentani e alla loro terra. Un legame così forte che sono tornata proprio con Daniele a seminare il grano antico cilentano a Baronissi (SA), lo stesso mietuto pochi mesi prima a Caselle in Pittari (SA).

E sempre Daniele mi ha invitata a Tortorella per tenere il laboratorio di eco-cosmesi, direttamente “nella terra”. Sì, perchè la bellezza di questo laboratorio sta tutta lì: parleremo di eco-cosmesi e autoprodurremo cosmetici stagionali completamente a km 0 con materie prime raccolte direttamente dalla terra di Bio&Sisto e scelte dal loro e-commerce! Avete presente un bambino in un negozio di giocattoli? Beh così è stato per me quando ho scelto le materie prime da utilizzare per il laboratorio…

Crediamo che il cambiamento di cui abbiamo bisogno, passi anche dall’alimentazione e da scelte di consumo più consapevoli” è il loro slogan, in piena filosofia ecopunk! Le materie prime da utilizzare sono lì e io non vedo l’ora di iniziare a manipolarle!

 

SPALMATI DI NATURA – Laboratorio di cosmesi naturale

Sabato 26 luglio a partire dalle 18.00 , presso Bio&Sisto – Monopoli

Per info e indicazioni, visita l’evento Fb

Greenbees: la campagna di Greenpeace per salvare le api e difendere l'alimentazione mondiale

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Greenbees è la nuova campagna lanciata da Greenpeace per difendere l’importante ruolo delle api e degli altri insetti impollinatori nel nostro ecosistema. Immaginate infatti che  un terzo del nostro cibo dipende dalla loro opera di impollinazione…

Dalla fine degli anni ’90, molti apicoltori (soprattutto in Europa e Nord America) hanno iniziato a segnalare un’anomala e repentina diminuzione nelle colonie di api e ad oggi la situazione è peggiorata, in quanto gli insetticidi utilizzati in agricoltura sono una minaccia diretta per api e impollinatori. Queste sostanze chimiche, progettate per uccidere gli insetti, sono ampiamente utilizzate e diffuse nell’ambiente, specialmente nelle aree agricole. Pensate che un terzo del cibo che mangiamo dipende dall’impollinazione degli insetti: ad esempio zucchine, albicocche, mandorle, coriandolo, olio di colza, e molti altri e solo in Europa, oltre 4.000 verdure dipendono dall’impollinazione degli insetti. Oggi, le api continuano a morire e il loro inesorabile declino ha impatti anche sugli esseri umani. La nostra vita dipende dalla loro.

Cosa si può fare

A livello politico vietare l’uso dei pesticidi più pericolosi in Europa e sostenere e promuovere pratiche agricole sostenibili. Ma anche nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa: guardare il video della campagna, firmare la petizione Salviamo le api sul sito salviamoleapi.org e passare parola!

Io l’ho già fatto e tu? Save the bees!

La canapa: storia e utilizzi di una delle piante più antiche e controverse al mondo

canapa

Oggi tratto uno degli argomenti più dibattuti ultimamente dall’opinione pubblica e anche oggetto di ispirazione durante la fiera Fà la cosa giusta: la canapa. Chi è favorevole alla liberalizzazione, chi ancora fa fatica a distinguere una droga leggera da una pesante (e per fortuna hanno abolito la Fini-Giovanardi), chi ha ripreso a coltivarla e ci ha costruito un business, fatto sta che questa pianta oggetto di controversie e sabotaggi, è una delle piante più antiche al mondo, coltivate sia in Oriente che in Occidente che si adatta ai più svariati utilizzi ed è una risorsa preziosa da cui ripartire per costruire un sistema economico sostenibile.

L’immagine in alto ben rappresenta i principali impieghi di questa pianta miracolosa e da qui potete capire quanto il discorso sulla canapa può essere vasto, infatti questo post non pretende di essere esaustivo, ma vuole dare un contributo alla trasmissione di informazioni riguardo la canapa e il futuro sostenibile che questa ci assicura, tutto a costi contenuti.

Un pò di storia

Nell’antichità la canapa è sempre stata utilizzata per tessuti, vele, corde, medicinali. Esistono diverse varietà di canapa: ci sono quelle coltivate tradizionalmente in Europa per produrre tessuti (cannabis sativa) a basso contenuto di resina, e quelle originarie dell’Oriente ricche invece della resina contenente i cannabinoidi responsabili dell’effetto psicoattivo (cannabis indica). I cannabinoidi si trovano nella resina che impregna le infiorescenze delle piante e il THC (tetraidrocannabinolo) è il cannabinoide più importante. Le infiorescenze ricche di THC servono per fare le sigarette di marijuana, che la legge considera una droga.

A cavallo tra Ottocento e Novecento, in piena fiducia nel progresso e nella chimica, la canapa indiana cominciò ad essere sostituita dai farmaci sintetici, che avevano il vantaggio di poter essere dosati con esattezza e di funzionare in modo più evidente ed anche di far guadagnare di più, mentre gli effetti collaterali non erano ancora evidenti.

Intorno agli anni ’30 del 900, c’è stato il cambiamento: mentre da un lato era rinato l’interesse per questa pianta (tanto che Henry Ford progettò un’automobile costruita interamente con la canapa e alimentata con il biocarburante da essa derivato); dall’altro il petrolio si impuntava a divenire la risorsa che avrebbe ridefinito l’intero sistema economico e ci aggiungerei anche sociale e culturale.

Con il petrolio si incominciavano a produrre materiali plastici e vernici e la carta di giornale della catena Hearst era fabbricata a partire dal legno degli alberi con un processo che richiedeva grandi quantità di solventi chimici, forniti dalla industria chimica Du Pont. Con una martellante campagna di stampa durata anni la cannabis, chiamata da allora con il nome di “marijuana“, venne accusata di essere responsabile di tutti i delitti più efferati riportati dalla cronaca del tempo.
Il nome messicano “marijuana” era stato scelto con cura al fine di mettere la canapa in cattiva luce, dato che il Messico era allora un paese nemico contro il quale gli Stati Uniti avevano appena combattuto una guerra di confine. Nel 1937 venne approvata una legge che proibiva la coltivazione di qualsiasi tipo di canapa, iniziando l’epoca proibizionista (non ancora conclusa) in cui più di ogni altra, si è visto l’aumentare del consumo di cannabis a scopo stupefacente. Da notare che non venne proibita solo la canapa ricca di resina, ma anche la normale canapa coltivata. Dagli anni Trenta in poi l’industria chimica del petrolio e quella della carta fabbricata col legno degli alberi hanno provocato infinite distruzioni negli ecosistemi mondiali, tutto in nome di una sola risorsa ed un unico sistema possibile.

La canapa ricca di resina è in realtà prima di tutto un importante medicinale come analgesico, antiemetico, antidepressivo, nel mal di testa ed emicrania, nell’epilessia, nel glaucoma, nell’asma, etc., ed è stata fatta diventare una droga negli anni Trenta per eliminare un pericoloso concorrente del petrolio, dell’industria chimica e della carta fabbricata col legno degli alberi.
Il problema nasce dal fatto che la canapa europea a basso tasso di THC è quasi indistinguibile dalla canapa indiana (l’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – ha stabilito che se la percentuale di THC è superiore al 1% si tratta canapa indiana, cioè di droga, se è inferiore di canapa industriale).

Situazione attuale

Da alcuni decenni è ritornato l’interesse riguardo la canapa e i suoi possibili utilizzi. Con deroga alla proibizione, l’Europa ha stabilito che si può coltivare canapa industriale seminando semente certificata con tasso di THC inferiore allo 0,3%. Appena l’Italia ha cominciato a produrre in proprio un po’ di semente delle varietà italiane rientrante in questo limite, immediatamente la CEE l’ha portato allo 0,2%, con minaccia di arrivare fino allo 0% se l’Italia (che produceva la migliore fibra tessile di canapa del mondo) insisterà nel non volersi adeguare a questo nuovo parametro. Quindi coltivare Canapa si può: basta impiegare una varietà di “Cannabis Sativa”a basso tenore di THC (inferiore allo 0,2%) che sia compresa nel Registro Europeo delle Sementi ed occorre osservare le norme europee del Reg. (CE) N. 1122/2009 e della Circolare MIPAF n.1 8/5/2002.

Dopo questo decreto, ci sono state notevole manifestazioni di interesse riguardo alla ripresa della coltivazione della canapa e sono tanti i progetti e le imprese green che si basano su questa. La prima degna di nota è senz’altro Canapuglia, un progetto che mi fa essere fiera di essere pugliese e che vi invito a seguire perchè assolutamente innovativo e coraggioso; ma c’è anche Assocanapa attiva da molti anni e che ho avuto il piacere di incontrare durante Fà la cosa giusta, la fiera del consumo critico.

Utilizzi della canapa

Alimenti. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) raccomanda per la popolazione l’assunzione di acidi grassi polinsaturi omega 6 ed omega 3 in proporzione da 4/1 fino a 6/1, per prevenire o curare le malattie più diffuse nelle società moderne (colesterolo non HDL alto, trigliceridi nel sangue, diabete, artrite reumatoide, artrosi, asma, psoriasi ed eczema atopico, lupus, altre malattie autoimmuni in genere, sindrome premestruale, depressione). I semi di Canapa, che non contengono mai THC (droga), contengono naturalmente omega 6 ed omega 3 in rapporto 3/1, che in natura è quello più vicino al rapporto raccomandato dall’OMS. Analogo rapporto si trova soltanto nell’olio di pesce, che deve essere chimicamente trattato.
L’associazione della assunzione di olio di semi di canapa con l’impiego in cucina di olio extravergine di oliva per condire (l’olio di oliva contiene omega 6) fa raggiungere il rapporto ottimale. L’olio di semi di Canapa può essere considerato “vaccino nutrizionale”, alimento che, introdotto nella dieta giornaliera, rinforza e regola la risposta del sistema immunitario, del sistema ormonale e del sistema nervoso nei confronti delle aggressioni dell’ambiente.

Tessuti. I tessuti naturali sono ecologici proprio perché non subiscono lavorazioni chimiche (e quindi provocano meno inquinamento), ma soprattutto perché, a differenza dei tessuti sintetici, non utilizzano petrolio. Già perchè per chi non lo ricorda, tessuti sintetici come nylon o polyestere derivano dal petrolio.

Carta. Utilizzare carta di canapa significa bloccare la deforestazione e con essa l’utilizzo di acidi tossici utilizzati per scioglierne la polpa che vengono, poi, smaltiti nel nostro mare.

Carburante. La materia secca della Canapa può essere trasformata in carbonella, metanolo, metano o benzina. Il processo per fare tutto ciò si chiama “distillazione frazionata” o “pirolisi”.

-Combustibile. A partire dalla biomassa  che la Canapa produce in grandi quantità, abbiamo la possibilità di produrre energia elettrica sostenibile.

Edilizia. La canapa trova la sua funzione come materiale riempitivo, mentre il mix di calce e additivi naturali come legante e conservante.

Materie plastiche. Con la cellulosa di cui la pianta è ricca, attraverso un processo di polimerizzazione, si possono ottenere materiali plastici pienamente degradabili.

Conclusioni

Se è vero che con la canapa si possono produrre tutte le cose elencate sopra (e tante altre ancora), come mai le proprietà di questa pianta sono così poco conosciute e così poco sfruttate? Essenzialmente perché da troppo tempo si è smesso di coltivarla.
In Italia la canapa era coltivata al Nord principalmente per la fibra tessile, ed in Campania per i semi. Nella Pianura Padana la coltivazione della canapa è cessata a poco a poco negli anni Cinquanta, perché non più conveniente rispetto al cotone e alle fibre sintetiche. Anche la coltivazione della canapa nel Meridione è cessata più o meno negli stessi anni.

Al di là di considerazioni di carattere ambientale, c’è tutto un mondo dell’economia che si sta spostando verso una produzione basata su materie prime naturali e riciclabili, sostitutive del petrolio e dei suoi derivati, registrando un aumento esponenziale del fatturato. In Italia si può e si deve fare tanto, per questo vi consiglio di dare uno sguardo a Assocanapa, punto di riferimento per chi vuole coltivare semi di canapa, oppure ancora guardate il bellissimo video qui sotto:

Le informazioni sul mondo della canapa sono state prese da Usi della CanapaToscanapa e liberamente riportate e trasformate da me.
Presto ricette salutari con la farina di canapa!

God Save The Green

God save the green (4)

Dovresti avere almeno una piccola aiuola per conoscere quello che calpesti. Allora vedresti che nemmeno le nuvole sono così varie, così belle, terribili quanto il terreno sotto i tuoi piedi.

Torna il cinema alternativo su l’Eco Punk, stavolta propongo un documentario tutto italiano assolutamente da vedere per chi è interessato alla sostenibilità, agli orti condivisi, ma soprattutto alla socialità che si sviluppa intorno agli orti, alla ricerca della sicurezza alimentare.

Dal 2007 per la prima volta nella storia, la maggior parte delle persone che popolano il nostro mondo vive nelle città, dando ufficialità a quel cambiamento antropologico dell’uomo che da agricoltore e pastore, si è trasformato in cittadino. La storia incrociata fra l’ultimo giardino in uno dei più popolati quartieri di Casablaca (Marocco), coltivazioni idroponiche gestite da un gruppo di donne a Teresina (Brasile), orti comunitari a Berlino, coltivazioni all’interno di sacchi nella bidonville di Nairobi (Kenya), giardini pensili a Torino e Bologna, mostrano come in realtà non si è persa la dimensione primordiale dell’uomo, quella che lo porta a strappare fazzoletti di terra fra il cemento, ad occupare spazi abbandonati al degrado. Non c’è bisogno di andare a vivere in campagna o fare l’eremita per star bene a contatto con la natura, ciò che occorre è quella forza di volontà che strappa spazi al cemento e alla speculazione, rimanendo in città e cercando di vederla in un altro modo.

75 minuti di esempi virtuosi, sette esperienze di come rendere vivibili i luoghi che ci circondano, produrre autonomamente cibi salutari e magari commercializzarli per creare reddito e lavoro, sviluppando l’Agricivismo che lo storico dell’urbanistica statunitense Richard Ingersoll descrive come “utilizzo delle attività agricole in zone urbane, per migliorare la vita civica e la qualità ambientale e paesaggistica della città”, attraverso “il coordinamento di molteplici attività agricole in città, un’estesa partecipazione integrata ed una diffusa coscienza ambientalista”. Un film prodotto soprattutto grazie al sostegno di una ampia attività di crowdfunding, che in due mesi ha raccolto quasi 10.000 dollari, preziosi per finire il montaggio del film e promuoverlo.

Per saperne di più godsavethegreen.it, però prima gustatevi il film.