Crisi? In Italia aumenta il consumo etico e negli USA chiudono i centri commerciali

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Foto da Rapporto Consumi Coop 2014

In questi giorni ho letto di notizie interessanti riguardo bilanci di fine anno sui consumi. Notizie positive per gli ecopunkers, secondo quanto riportato dal Rapporto Coop “Consumi e distribuzione” redatto in collaborazione con Ref Ricerche e Nielsen sui consumi degli italiani e in un articolo della Repubblica sulle abitudini di acquisto negli USA.

Qual è lo stato degli acquisti e dei consumi? In Italia nel 2014 c’è stato un calo sensibile di acquisti di automobili, abbigliamento e calzature, meno uscite fuori casa per mangiare e meno take away a favore dell’uso della bici (superiore nel Nord Italia, soprattutto a Milano), dell’acquisto di libri e musica in formato digitale e soprattutto, questa la notizia per noi più interessante, del cibo etico e biologico. In particolare lo spostamento verso beni di prezzo inferiore, il ricorso alle promozioni, il nomadismo della spesa, la riduzione degli sprechi e l’utilizzo di internet per avere informazioni sui prodotti, implicano una difesa della qualità del cibo a tutela del potere di acquisto. “Le cicatrici della crisi quindi, sono diventate valori” in cui da rinuncia e necessità, si è passati ad una revisione totale degli stili di vita e di consumo il cui paradigma è l’equazione Mangiare bene = stare bene.

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Il dato significativo sta nell’aumento esponenziale dei vegetariani e vegani, arrivando al 7% della popolazione totale che non acquista e non consuma carne o pesce. Il 31% di loro afferma di non mangiare più carne per rispetto nei confronti degli animali, il 24% per ragioni salutistiche, il 9% per limitare i danni ambientali derivati dagli allevamenti intensivi. In aumento anche l’attenzione alla riduzione dei rifiuti e degli sprechi alimentari, anche se l’Italia con i suoi 150 kg di sprechi alimentari pro capite, è ancora lontana dalla strategia rifiuti zero e dai risultati degli altri paesi europei come Germania o Olanda. Le regioni prime per la riduzione degli sprechi sono la Campania, la Lombardia e la Sardegna.consumoetico

Un aumento insomma della sensibilità e del consumo etico. Il supermercato quindi, diventa finamente l’occasione per sostenere giuste cause, stando attenti durante l’acquisto alla reputazione dell’azienda e al ciclo produttivo del prodotto. Il vero made in Italy rimane sempre il cibo, con Emilia Romagna e Sicilia che trainano l’export di cibo di qualità soprattutto in Germania e USA.

E a proposito degli USA, il cibo italiano va alla grande ma questa non è una novità. La notizia che ha lasciato perplessi noi europei è che il centro commerciale, simbolo del consumismo e del modello di società americana, sta per estinguersi. Non è un sintomo di crisi economica, anzi l’America, felice eccezione mondiale, ha una crescita vigorosa, un mercato del lavoro che tira e consumi in ripresa; a svuotare i centri commerciali tradizionali sono le diseguaglianze. L’ipermercato tradizionale è un modello interclassista e trasversale, studiato appositamente per quell’ampia fascia che era la middle class oramai scomparsa a causa della polarizzazione della società americana: da una parte i lavoratori a salario minimo, dal potere d’acquisto immobile, che vanno a fare la spesa negli ipermercati discount Costco; dall’altra i ricchi che prediligono i grandi magazzini glamour, tipo Saks Fifth Avenue. Nell’ultima decade, una trentina di ipermercati hanno chiuso.

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Centro commerciale abbandonato. Foto da thoughtcatalog.com

Altri 60 potrebbero fare la stessa fine in tempi rapidi. Un fenomeno talmente destabilizzante nell’immaginario collettivo americano, che è nato un sito specializzato per censirli, si chiama prevedibilmente www.deadmalls.com. Il fenomeno dei centri commerciali “morti” sprigiona una sorta di fascino macabro: sembrano città fantasma, cattedrali nel deserto, costruzioni imponenti e spettrali.  E in effetti proprio di recente Hollywood ha deciso di ambientare alcune scene del film Gone Girl in uno di questi centri fantasma*.

In Italia quindi è aumentato il consumo etico, negli USA i centri commerciali chiudono. Che qualcosa stia cambiando? Se così fosse, benvenuta crisi…

Per leggere l’intero Rapporto Coop, leggi il Magazine

Per rinfrescare la memoria, sfoglia la Miniguida al consumo critico by l’EcoPunk!

*da Repubblica.it, Centro commerciale addio, negli Usa crolla il mito dei templi dello shopping

 

Consumo critico: l'Europa vieta un mix di conservanti nei cosmetici

conservanti Sappiamo tutti che alla base del consumo critico c’è la lettura delle etichette. Da Altroconsumo ci giunge una notizia segnalata da una nuova ecopunker che riguarda un regolamento dello scorso settembre con cui la Commissione europea vieta l’utilizzo della miscela MCI/MI (Methylchloroisothiazolinone e Methylisothiazolinone) usata come conservante nell’industria cosmetica. Il divieto riguarda tutti quei prodotti che rimangono a contatto con la pelle, come creme, deodoranti e prodotti per il make up; resta ammessa, invece, per saponi liquidi, docciaschiuma, shampoo, cioè per tutti quei prodotti che si risciacquano.

La Commissione ha concluso che il mix di questi due ingredienti è effettivamente responsabile di sensibilizzazioni della pelle, con reazioni più probabili e prevedibili se la miscela veniva utilizzata nei prodotti che rimangono a lungo a contatto con la pelle. Le decisioni prese nel regolamento, inoltre, non riguardano l’utilizzo del solo methylisothiazolinone, nonostante siano stati registrati nel tempo diversi casi di allergie causate da questo ingrediente. I produttori hanno tempo fino al 16 luglio 2015 per adeguarsi alle nuove disposizioni.

Si ricorda che le reazioni di sensibilizzazione della pelle possono essere provocate anche dall’uso di prodotti a risciacquo, quindi attenzione ai prodotti per bambini o in caso di pelle sensibile e delicata, più incline ad allergie. Inoltre, la presenza della miscela nei prodotti a risciacquo crea danni all’ambiente: entrambi gli ingredienti (methylchloroisothiazolinone e methylisothiazolinone) sono molto tossici per l’ambiente acquatico. Si ricordiamo infine che questo mix di conservanti si trova in molti prodotti per la casa e per il bucato: lo si può trovare, ad esempio, in detersivi e ammorbidenti e in alcuni detergenti, tipo quelli per pavimenti.

Quindi occhio alle etichette e se proprio non avete voglia di cimentarvi nella lettura, ricordo che la buona e cara autoproduzione viene sempre in nostro aiuto.

Ringrazio la prof. ecopunker Giuseppina Morelli e se avete qualcosa da segnalare, l’Eco Punk rimane a vostra disposizione.

Info da Altroconsumo.it

Come il consumismo crea deforestazione: il documentario Green

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“Si dice che il minimo battito d’ali sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo”

Il cosiddetto “effetto farfalla” riassume bene il messaggio di Green, il documentario girato dal regista Patrick Rouxell nel 2010 che ha vinto oltre venti premi in tutto il mondo e ci mostra in maniera realistica cosa succede dall’altra parte del mondo mentre noi acquistiamo tranquilli e inconsapevoli cosmetici e dolci al supermercato o mobili a basso costo. Il regista affronta una tematica fin troppo taciuta facendo parlare le immagini spezzate dai lamenti degli oranghi che abitano le foreste pluviali; la trama infatti si snoda attorno alle ultime ore di vita di una femmina di orango, privata del suo habitat a causa della deforestazione selvaggia. Rouxell dichiara che  il film “è frutto di una produzione indipendente e privo di connotazioni commerciali o politiche. Green riguarda , dura 48 minuti ed è disponibile gratuitamente. Il film non ha narrazione ed è quindi disponibile per spettatori di qualsiasi nazionalità”. 

Le industrie implicate sono quelle che usano legno, carta, olio di palma e il biodiesel (che di bio non ha nulla) nelle loro produzioni, aiutate in questo dalle istituzioni della finanza mondiale, le banche, la politica, ma soprattutto i consumatori di tutto il mondo e in questo siamo tutti colpevoli.

Cosa possiamo fare per invertire la rotta? Prima di tutto dovremmo pensare che noi umani insieme a tutti gli esseri viventi siamo ospiti sulla Terra, che nulla ci appartiene e che non dobbiamo mai smettere di informarci su quello che accade intorno a noi e “lontano da noi”, acquistando in maniera consapevole. Per questo prima di lasciarvi alla visione del film, riporto il piccolo decalogo dei prodotti di uso comune che contribuiscono alla deforestazione (tratto da Green Me):

1) Dolci e prodotti da forno confezionati

Il problema fondamentale della maggior parte dei dolci, degli snack salati e dei prodotti da forno confezionati in vendita nei supermercati sta nel loro contenuto, ovvero l’olio di palma, ingrediente che rappresenta forse il peggior nemico delle foreste. Se siamo soliti acquistare questo tipo di prodotti, andiamo con pazienza alla ricerca delle alternative che non contengono olio di palma. Oppure optiamo per l’autoproduzione.

2) Cacao e cioccolato

Nel caso del cacao, del cioccolato e di tutti i prodotti a base di questi ingredienti la soluzione a minor impatto sull’ambiente e sulle foreste consiste nella scelta di quegli alimenti che provengano dai circuiti del commercio equo e solidale, e dunque risultino garantiti dal punto di vista ecologico, oltre che etico e sociale. E se cerchiamo un’alternativa, possiamo optare per la farina di carrube.

3) Carta, legno e cellulosa

Purtroppo non sempre la filiera del legno, della carta e della cellulosa risulta virtuosa. Eppure basterebbe impegnarsi di più per rendere la gestione delle foreste più sostenibile, visto che il legno rappresenta una risorsa rinnovabile e che il nostro Pianeta ha bisogno della presenza di alberi per l’assorbimento della Co2. In questo caso la scelta dovrebbe rivolgersi ai prodotti certificati. Tra le certificazioni più importanti troviamo FSC e PEFC.

4) Soia

La coltivazione non sostenibile della soia riguarda principalmente la produzione di mangimi per animali, che richiedono di produrre questo alimento su larga scala in nome della crescita del fatturato degli allevamenti intensivi. Ma anche noi, con le nostre scelte quotidiane, possiamo fare la differenza. Scegliamo sempre soia biologica e italiana. In questo modo non contribuiremo alla deforestazione e eviteremo anche gli Ogm.

5) Carne

Ormai anche la scienza ha riconosciuto l’elevato impatto ambientale della produzione e del consumo di carne. Se non riusciamo proprio ad eliminarla dalla dieta, cerchiamo almeno di ridurne il consumo al minimo. E’ sufficiente pensare a quante foreste vengano abbattute per fare spazio a campi da coltivare esclusivamente per la produzione di mangimi da destinare agli animali da allevamento. Non esiste forse nulla di meno sostenibile al mondo.

6) Caffè

Il discorso del caffè è molto simile a quello del cacao e del cioccolato. Possiamo scegliere caffè biologico e del commercio equo e solidale per avere a disposizione un prodotto rispettoso dell’ambiente e che non contribuisca alla deforestazione. Inoltre, pare che le piante di caffè coltivate all’ombra garantiscano maggiori benefici per l’ambiente, proprio perché almeno in parte preservano la presenza di alberi.

7) Sigarette

Piantagioni di cacao e caffè, ma non dimentichiamo quelle di tabacco. Sappiamo che smettere di fumare è difficile ma conosciamo anche l’alto impatto ambientale delle piantagioni di tabacco. Cosa possiamo fare noi per migliorare la situazione? Se non riusciamo a dire addio alle sigarette, magari possiamo scegliere tabacco coltivato in Italia.

8) Zucchero

Nel caso dello zucchero le opzioni sono differenti. Possiamo decidere di non acquistare zucchero raffinato e di privilegiare lo zucchero di canna integrale del commercio equo, oppure optare per altri dolcificanti naturali sempre derivanti da filiere etiche, sostenibili e rispettose dell’ambiente. A volte per arricchire i nostri dolci basta aggiungere più frutta, come mele mature e uvetta, senza dover esagerare con l’aggiunta di zucchero.

9) Magliette e abbigliamento in cotone

La coltivazione del cotone è tra le meno sostenibili del mondo per quanto riguarda il settore tessile. La domanda di cotone biologico sta crescendo ma il cambiamento delle tecniche di coltivazione richiederà probabilmente ancora molti anni e operazioni mirate di formazione degli agricoltori. Nel frattempo, quando possiamo, scegliamo il cotone biologico, rammendiamo e riutilizziamo gli abiti che possediamo già e optiamo per tessuti alternativi e sostenibili, come la canapa organica, se ne abbiamo la possibilità.

10) Cosmetici e detersivi

Ecco un ultimo punto, che comunque rimane tra i più importanti, in cui possiamo orientare le nostre scelte di acquisto per non supportare la coltivazione insostenibile di olio di palma e la deforestazione. Scegliamo cosmetici, saponi e detersivi che non contengano olio di palma, un ingrediente largamente utilizzato dall’industria della detergenza. Proviamo a limitare il più possibile i cosmetici e i detersivi convenzionali, optiamo per le alternative bio e ecologiche leggendo sempre le etichette. L’olio di palma è presente in molte saponette, anche di marchi “green”, ma con pazienza possiamo individuare le alternative già in commercio. E, come sempre, dedicarci all’autoproduzione di detersivi e cosmetici.

Boicottare e acquistare in maniera critica è l’unica via per porre fine alla crudeltà svelata nel documentario.

Per approfondimenti, leggi anche:

Miniguida al consumo critico sfogliabile

Tutti vegetariani? Basterebbe consumare meno carne

L’ ecologismo di Neil Young: dalle magliette in cotone organico al Farm Aid

Miniguida al consumo critico (parte III): il consumo senza sprechi

consumo critico

“Oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla”. Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1891

Si continua con la miniguida al consumo critico. Abbiamo visto quanto l’informazione sia necessaria per poter fare delle scelte etiche e i criteri per l’acquisto consapevole, qualora non vogliate autoprodurre. Siamo giunti quindi all’acquisto del prodotto o servizio ed è lì pronto per essere consumato, ma come? Anche il consumo vuole i suoi criteri che possiamo riassumere nel monito “non sprecare”. Che sia cibo o abbigliamento o utenze domestiche o apparecchiature elettroniche, dobbiamo cercare di sprecare il meno possibile durante il consumo o l’utilizzo e fare in modo che queste durino il più a lungo possibili anche per contrastare quello che è un altro caposaldo del capitalismo e del metodo di produzione: l’obsolescenza programmata, ovvero la programmazione sistematica della rottura o non funzionalità degli oggetti fatti in serie. Avete notato che un oggette smette di funzionare quando si finisce di pagarlo a rate o subito dopo i 2 anni di garanzia? Questo è un concetto che merita una riflessione approfondita e ne parlerò nel prossimo punto della guida che riguarderà le riparazioni, il riuso e il riciclo. Per il momento vi lascio l’interrogativo.

Adesso penserete, per gli oggetti è possibile ma come si fa a far durare il più possibile un alimento? Ovviamente la durata è sempre relativa a ciò che state consumando e, non a caso è stata istituita la giornata contro lo spreco alimentare, perchè anche per il cibo vale la stesso principio. Cominciamo dall’involucro. Se la confezione è ancora integra e sono passati pochi giorni dalla data di scadenza, l’alimento è ancora perfettamente sano. Pensate a come utilizzare tutto il prodotto, come ad esempio le verdure, cercando di limitare il più possibile gli scarti e cercando di utilizzarli per creare delle altre pietanze. Prima di acquistare altri alimenti, accertatevi che non ci siano alcuni in scadenza nel frigorifero o cercate di consumare gli “avanzi” in maniera creativa. Esempi pratici possono essere le bucce della frutta da utilizzare per degli infusi, una frittata con la pasta avanzata, i fondi del caffè per le vostre piante o per creare uno scrub anticellulite.

E per i consumi domestici di tutti i giorni? Non lasciate i dispositivi elettronici in stand-by, staccate sempre le spine dalle prese, non lasciate l’acqua scorrere inutilmente dai rubinetti, ricordatevi di spegnere le luci nelle stanze dove non servono e scegliete quelle a risparmio energetico e quando uscite cercate di prendere il meno possibile l’automobile. Potrete pensare che sia uno stile di vita proibilitivo, ma vi assicuro che con poco impegno quotidiano, lo stile sostenibile diventerà un’abitudine, tanto che vi urterà qualsiasi tipo di spreco vi troviate davanti.

In aiuto torna una guida pubblicata un pò di mesi fa, intitolata Come provare ad inquinare meno e salvare il mondo de Linkiesta, l’ultima sulla bici è di infografie.com. e vi dò appuntamento al prossimo appuntamento della miniguida al consumo critico.

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Miniguida al consumo critico (II parte): l'acquisto consapevole o l'autoproduzione

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Continuiamo il nostro percorso per diventare un consumatore critico, etico e sostenibile. Nel post precedente abbiamo visto quanto l’informazione e il boicottaggio siano una parte fondamentale per essere consapevoli di ciò che si consuma. Adesso è la volta del secondo passaggio, cioè l’acquisto consapevole o l’autoproduzione.

L’ACQUISTO

Quando siamo al supermarket o in profumeria o in un negozio di abbigliamento, come facciamo a capire l’eticità e la qualità di un prodotto? Avete presente quelli che rimangono ore ad analizzare un prodotto nei corridoi del supermercato? Beh io sono una di quelli…facendo parecchio spazientire coinquilini, colleghi, fidanzati, fratelli, sorelle e anche il cane fuori…
Scherzi a parte, non faccio questo per divertimento o perchè abbia tempo da perdere, ma semplicemente perchè se davvero abbiamo voglia di diventare un consumatore consapevole, la prima cosa da fare quando vogliamo acquistare è rilassarci e analizzare i prodotti (magari andando da soli a fare acquisti…), dedicando un pò di tempo a noi stessi e cominciando dalla “carta d’identità” del prodotto, cioè l’etichetta, il principale strumento per avere informazioni. Secondo il decreto vigente, un’etichetta a norma deve contenere la denominazione del prodotto, gli ingredienti, gli additivi, il termine di conservazione e la data di scadenza, le istruzioni per l’utilizzo, il nome del produttore e il luogo di produzione, un codice alfanumerico e il numero del lotto. La spiegazione è lunga, per questo anizichè copiarle, vi invito a dare una lettura attenta sul sito ricetteecooking.com, dove ho trovato informazioni ordinate e dettagliate e un elenco delle etichette più comuni. Qui in basso l’esempio di etichetta del latte.

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Molto spesso però le etichette, nonostante siano regolate da decreti nazionali o europei, sono generiche e un pò troppo evasive, in quanto alcuni elementi possono essere chiari, altri ambigui. Uno dei criteri più generici è senza dubbio quello riguardante la provenienza delle materie prime come ad esempio la pasta prodotta in Italia, utilizzando spesso del grano che arriva dal Canada o dall’Australia. Altre volte invece mancano delle informazioni necessarie come l’utilizzo di trattamenti particolari o sull’intera filiera produttiva. Come fare ad orientarsi?

Criteri per l’acquisto

Guardiamoci intorno, l’ambiente che ci circonda e le sue peculiarità, in qualsiasi parte del mondo vi troviate. Il requisito fondamentale per la consapevolezza è sicuramente il ritorno alla terra sostenendo le economie locali, perchè abbiamo maggiori possibilità di conoscere l’intera filiera di qualsivoglia tipo di prodotto. Inoltre, per quanto riguarda il cibo, chi dice che integrale è solo per chi è a dieta? I cibi integrali sono quelli che conservano le loro proprietà originali, sono sani e aiutano a dimagrire, quindi cercate di acquistare i prodotti meno raffinati possibili. Cercando di riassumere i criteri in punti, ci viene in aiuto ancora Slow Food con le sue indicazioni principali per scegliere un prodotto, nella fattispecie alimentare ma, applicabile per esteso anche ad altri tipi di prodotti:

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Potrà sembrarvi qualcosa di lontano o difficile, ma vi assicuro che col tempo riuscirete a distinguere più facilmente un prodotto sostenibile da quello che non lo è, in modo da trascorrere meno tempo al supermercato a fissare le etichette e non infastidire chiunque sia con voi in quel momento. Un’altra soluzione pratica e veloce potrebbe essere la spesa a km 0, acquistando nei mercati locali o proprio nel luogo in cui l’azienda produce. E se proprio da soli non ci riuscite, c’è sempre l’opzione della rete GAS, ovvero i gruppi di acquisto solidale. Un gruppo di persone cioè che acquista insieme vari prodotti (dal cibo alle calzature), risparmiando e sostenendo i produttori etici, incentivando le economie locali e mettendo al centro le persone e le relazioni fra di esse.

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L’AUTOPRODUZIONE

Se invece avete voglia di sperimentare, conoscere meglio le materie prime o utilizzare il tempo libero per produrre cosmetici, detersivi, alimenti c’è l’autoproduzione. Che produciate olio, pasta, vino, cosmetici, portate sane e genuine, detersivi, abbigliamento, oggettistica, la cosa più bella dell’autoproduzione è che conoscete le materie prime, sapete da dove vengono e siete voi a decidere come combinarle per creare il prodotto che più fa per voi e nelle quantità che ve ne servono. Indubbiamente con l’autoproduzione il risparmio è notevole, ma questa è prima di tutto un atto di amore verso noi stessi e la natura, perchè è sostenibile, combatte la depressione e l’apatia delle città e del lavoro, è un modo per sfidare sè stessi e anche la natura. Sì perchè quando autoproduco mi sento una piccola strega, in grado di manipolare le materie offerte dalla natura nella misura e nello scopo in cui mi servono.

L’autoproduzione è la vera rivoluzione! In caso di mancanza di tempo quindi, potete ricorrere sempre ai criteri d’acquisto per smascherare le aziende poco etiche. Al prossimo appuntamento con la miniguida al consumo critico.

P.S. Avete notato il cambio di intestazione del blog? In questi giorni ero tentata a cambiare il template, ma non riuscivo a rinunciare a quei bellissimi animaletti; così ho tenuto entrambi senza cambiare nulla. Ditemi cosa ne pensate.

Breve storia del consumismo: dall'identificazione con la marca alla scelta consapevole

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I Clash già dalla fine degli anni ’70 cantavano “I’m all lost in the supermarket, I can no longer shop happily, I came in here for the special offer, a guaranteed personality”, una frase che critica due concetti fondamentali su cui si basano le strategie aziendali della stragrande maggioranza delle aziende di prodotti di ogni genere. Il primo è sicuramente quello basato sulla “felicità” costruita che deriva dall’acquistare prodotti in offerta, in quantità maggiori rispetto al reale bisogno, e il secondo riguarda quello della “personalità garantita” nell’acquistare certe marche piuttosto che altre.

Indossare, mangiare, consumare in generale determinati prodotti ha sempre implicato un’identificazione con la marca e l’immagine dell’azienda annessa, tale da farci sentire parte di una categoria di persone o ancora meglio di un certo ceto sociale a cui è data la possibilità di scegliere certi prodotti piuttosto che altri senza guardare l’effettiva qualità, ma solo per un modo di apparire. Della serie: “mangio, indosso un certo capo, ho un tipo di auto e quindi sono un certo tipo di persona”.

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Dagli anni ’60 del 900, anni del boom economico e l’affermarsi del consumismo e dei prodotti di massa, fino alla prima metà del primo decennio del 2000, questi due concetti sono stati visti e vissuti quasi come dogmi assoluti, dei paradigmi che si pensavano immortali e che reggevano tutto il sistema basato sulla convinzione che le risorse del pianeta siano infinite, sia in termini di lavoro per tutti, sia in termini di un certo tipo di benessere, sia in termini di materie prime alla cui cima c’è sempre stato lui: il petrolio utilizzato nei più disparati settori, dal vestiario alle automobili, dall’energia alla cosmesi.

Da un pò di anni a questa parte però questo sistema economico e di valori ha cominciato a dare i primi segnali forti di disgregazione e i consumi dopo la crisi stanno cambiando, i dati parlano chiaro: gli italiani rinunciano alle griffe e scoprono il valore ambientale dei prodotti. Secondo un rapporto di Swg dal titolo “Un Paese un po’ più green: dalla green economy alla green society“, si sta rimodulando il modo di fare acquisti tanto che il 18% delle famiglie non butta via più niente e il 35% guarda sempre le date di scadenza degli alimenti. Gli italiani stanno trasferendo la qualità del prodotto dal tema della griffe, della marca, del brand, al tema della qualità ambientale e guardando i dati al consumo, infatti, sono calati gli acquisti delle griffe, ma non sono calati invece di molto gli acquisti per il biologico e di altri prodotti verdi.  Da quello che circa dieci anni fa sembrava una moda adesso è diventato un vero e proprio parametro per scegliere l’auto, per fare acquisti, per scegliere come costruire e arredare la casa. In pratica la sostenibilità (sempre dopo moda, pizza e mandolino, ci cadesse un fulmine in testa se dovessero tolglierci uno di questi primati) sta entrando a far parte del modo d’essere e dello stile di vita degli italiani.

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Tutto questo popò di numeri e dati, ci porta ad una conclusione importante, cioè che stanno aumentando il numero di consumatori critici che scelgono uno stile di vita sobrio e verificano l’utilità e la qualità di un prodotto al di là di ogni pubblicità o immagine aziendale (brand image per i comunicatori italiani che non usano l’italiano…). Per diventare effettivamente un consumatore critico, bisogna partire da due consapevolezze: il senso del limite che verifichiamo tutti i giorni e il senso della possibilità di scelta e quindi di cambiare tutto un sistema di valori dal basso con un acquisto tanto che, come afferma Beppe Grillo, la spesa al giorno d’oggi non è più un atto economico, bensì politico, perchè le nostre scelte hanno effetti sul modello di agricoltura, sulle politiche agroalimentari, sull’ambiente, sulla biodiversità e in particolare sul modo di produrre.

Ma da dove cominciare per non perdersi in un supermarket come i Clash fra miliardi di prodotti in offerta? Nel prossimo post vi illustrerò delle semplici azioni quotidiane per diventare un consumatore critico e quindi dare un segnale di cambiamento politico e sociale partendo dall’importanza della scelta negli acquisti. Nel frattempo gustiamoci Lost in the Supermarket

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